12 gennaio 1806, arriva il decreto reale che istituisce l’Università di Palermo.
Ecco le tappe della nascita e della storia dell’ateneo


Il decreto reale che istituì l’Università di Palermo, firmato da Ferdinando III, arrivò il 12 gennaio 1806, atto che formalizzò una decisione già presa e comunicata il 3 settembre dell’anno precedente: fu una conquista che la città aspettava da secoli. A sigillo del decreto, un timbro che è l’attuale logo dell’ateneo: la Trinacria affiancata da Minerva in rappresentanza delle discipline umanistiche, e da Mercurio, “testimonial” di quelle scientifiche. Ma le vicende che portarono alla nascita dell’ateneo, ripercorse dallo storico Orazio Cancila nella prima parte della storia dell’Università degli Studi di Palermo, pubblicata da Laterza nell’ambito delle iniziative del Bicentenario, hanno origine molto più antica.

Infatti già cinque secoli prima, nel 1312, la Universitas civium di Palermo, ossia l’amministrazione civile, aveva “umilmente supplicato” il sovrano del tempo, Federico III d’Aragona, di fondare nella città per grazia speciale uno studio per l’insegnamento del Diritto, della Medicina e delle altre scienze e arti liberali, per porre fine alle “trasferte” dei palermitani costretti a raggiungere le lontane università della penisola per potere conseguire le lauree necessarie all’esercizio delle professioni più prestigiose. Fu il primo degli appelli non raccolti. Di sicuro, nel Quattrocento (ma forse già nel Duecento) esistevano a Palermo lo Studio francescano dove si insegnavano Teologia, Sacra Scrittura, Diritto canonico e Filosofia, e quello domenicano che nel 1456 fu elevato a Studio generale: i suoi corsi, frequentati anche dai laici e riconosciuti validi ai fini del conseguimento della laurea all’Università di Catania, nel Cinquecento furono potenziati: a insegnare Filosofia c’era Tommaso Fazello (che ne fu pure rettore), a insegnare Medicina fu chiamato il celebre Gianfilippo Ingrassia.

Ma le due realtà esistenti dei francescani e dei domenicani dovettero fare i conti con i successi del collegio gesuitico che inaugurò il suo primo anno accademico nel 1550, offrendo insegnamenti gratuiti di Grammatica latina, Dialettica, Fisica, Metafisica, Filosofia e Teologia. Ottenuta nel 1552 dall’imperatore Carlo V la badia di Santa Maria La Grotta (attuale Casa Professa), i gesuiti realizzarono in tempi rapidissimi una nuova sede per lo Studio, l’imponente Collegio Massimo, attuale sede della Biblioteca regionale, che alla fine del Cinquecento, quando fu completato, risultò secondo soltanto a quello di Monaco di Baviera. Allo Studio dei gesuiti il Papa concesse di rilasciare la laurea in Filosofia e Teologia. Nel corso del 1600, l’istituzione di uno Studio generale a Palermo fu più volte vicinissimo, ma questo progetto fu ostacolato dalla netta opposizione delle Università di Messina e Catania, ora da vicende interne. Soppressa subito dopo la rivolta del 1674-1678 l’Università di Messina, Palermo non riuscì a sostituirla come secondo ateneo siciliano: anzi i privilegi dell’Università di Catania furono rafforzati, con l’obbligo di seguire nella città etnea i corsi per il conseguimento della laurea in Medicina. A Palermo, quindi, a parte le materie insegnate nel Collegio gesuitico per il conseguimento delle lauree in Teologia e Filosofia, l’insegnamento universitario continuò a praticarsi in forme alternative a livello privato.

Una nuova pagina si aprì il primo dicembre 1767, quando la Compagnia di Gesù fu espulsa dai regni borbonici di Napoli e di Sicilia e tutti i suoi beni, compresi le biblioteche e le raccolte antiquarie, incamerati. Il 31 luglio 1778, infatti, il re creò una “Deputazione de’ Regi studi di Sicilia”, alla quale affidò il compito di riorganizzare in Palermo l’Accademia degli studi, il convitto dei nobili e la libreria già istituiti dai Gesuiti nell’ex Collegio Massimo. I membri più rappresentativi erano il filogiansenista Salvatore Ventimiglia, arcivescovo di Nicodemia; il massone Alfonso Airoldi, arcivescovo di Eraclea; l’archeologo e numismatico Gabriele Lancellotto Castelli, principe di Torremuzza. Il 14 maggio 1779 il re approvò l’ordinamento dell’Accademia degli studi, articolato su venti cattedre. L’ordinamento si caratterizzò per il fatto che si introdussero accanto agli insegnamenti “di parole”, gli insegnamenti “di cose” quali la geometria, l’economia, l’agricoltura e il commercio. L’Accademia era, in embrione, la futura Università. Il 5 aprile 1781 l’Accademia di Palermo fu autorizzata a rilasciare lauree in Filosofia e Teologia, mentre per quelle in Diritto civile, Canonico e Medicina, gli studenti dovevano recarsi a sostenere l’esame all’Università di Catania.

Il 22 agosto 1805 il re Ferdinando III approvò la proposta della Deputazione degli studi di Sicilia di trasformare l’Accademia in Università. Il 3 settembre 1805 un dispaccio reale comunicò che la regia Maestà si era “degnata di erigere ad Università di Studi” l’Accademia palermitana. Nella decisione del re avrà pesato, probabilmente, l’ospitalità concessagli dalla città di Palermo pochi anni prima, nel 1799, quando tutta la Corte era fuggita da Napoli in rivolta e si era insediata a Palazzo dei Normanni (allora sede del Tribunale), costringendo il Tribunale a trasferirsi nelle ex prigioni dell’Inquisizione abolita pochi anni prima, nel complesso monumentale dello Steri. Il 12 gennaio 1806 Ferdinando firmò la cedola reale (decreto) che conteneva il provvedimento di istituzione dell’Università di Palermo. La cedola fu, successivamente, stampata su una pergamena. Da Garibaldi in poi l’ateneo fu interamente laico nelle sue strutture di governo, nel corpo docente, nel ruolo che svolse nella società regionale e nazionale. Fu protagonista, con i suoi docenti, di quel periodo fecondo di produzione artistica, architettonica, letteraria, che percorse la Sicilia tra la fine dell’800 e i primi del ‘900; contribuì, con le sue fabbriche, alla trasformazione urbanistica della città, e, con i suoi laureati, alla formazione della classe dirigente dell’Isola, e di una parte rilevante della classe politica che avrebbe governato il Paese.

Dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale, che provocarono gravi perdite tra il personale e gravi danni alle strutture, l’ateneo riuscì a riprendersi, malgrado la scarsezza delle risorse economiche e il disorientamento sociale, grazie a una decisa apertura di relazioni interistituzionali, tese al reperimento delle risorse necessarie alla ricostruzione. Furono concesse lauree a honorem nel 1943 alle massime autorità militari alleate, tra le quali il generale Patton e il colonnello Poletti. Giovanni Baviera, “rettore provvisorio”, come disse di se stesso in quanto insediato d’autorità dallo stesso Comando alleato (sarà di lì a breve confermato nella carica da una vera elezione) all’inaugurazione dell’anno accademico ’43-’44, mentre ancora infuriava la guerra nel centro-Italia, disse: “Il Palazzo universitario è in piedi e le colonne, ridotte filiformi, sorreggono il tempio della Scienza. L’Università non si è mai chiusa. Gli ultimi esami cessarono pochi minuti avanti che irrompesse la devastazione”. A metà degli anni ’70 (nel periodo in cui tutto il sistema universitario pubblico fu coinvolto nella trasformazione da struttura formatrice delle classi intellettuali e dirigenti del Paese in struttura di massa), l’Università di Palermo ottenne dal Demanio la concessione dello Steri, abbandonato dal Tribunale da quasi vent’anni e preda di un grave degrado strutturale. Dopo un importante restauro firmato da Carlo Scarpa e Roberto Calandra, lo Steri è diventato sede istituzionale dell’ateneo ed è uno scrigno che custodisce tre secoli di arte e di storia.