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Futuro: nutrire l’intellettuale collettivo per coltivare un diverso presente

di Maurizio Carta

"I grandi pensatori sono un po' sismici, non subiscono evoluzioni, ma procedono per crisi, per scosse"
Gilles Deleuze

Questo libro vi farà pensare e riflettere, forse susciterà la vostra voglia di agire, ma potrà anche scatenare la vostra rabbia. Qualcuno potrebbe anche smettere di leggerlo dopo le prime pagine.
Perché? Per il fatto che ogni lettore avrà già in testa un’idea di futuro fatta di pensieri sistematizzati, o in via di sistematizzazione, relativi a cosa ci riserva il futuro. Ogni lettore possiede già un sistema pre-codificato entro cui collocare le epifanie di futuro man mano che si manifestano. Ma questo libro vuole scardinare proprio quel sistema, perché – come già scriveva nel 1967 Henri Lefebvre – «ogni sistema tende a bloccare la riflessione, a chiudere l’orizzonte» [Cfr. H. Lefebvre, Il diritto alla città, Verona, Ombre Corte, 2014]. E avvertiva nella premessa al suo libro rivoluzionario sulle città l’intenzione di rompere con i sistemi, «non per sostituirli con un altro sistema, ma per aprire il pensiero e l’azione alla possibilità, mostrandone l’orizzonte e la via».
Anche io voglio aprire il pensiero e l’azione al futuro, riacquisendo la capacità di guardare l’orizzonte del tempo e di saper percorrere la rotta per raggiungerlo. «Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta», scriveva Paul Valéry per riaffermare il valore della cultura e delle arti nella riattivazione del futuro. Ma il futuro non si prevede – «arriva un giorno alla volta», sentenziava Abraham Lincoln – perché esso non è solo l’esito delle nostre azioni presenti fondate sulle traiettorie del passato, ma – e per me è molto più interessante – è l’esito delle azioni di un diverso presente capace di ritracciare le strade di un recente passato che non ci piace, troppo spesso cataratta della nostra visione di futuro.
Il futuro deve tornare nel nostro lessico quotidiano, nel dibattito pubblico e nella nostra strumentazione di progettisti, nel senso etimologico del termine di coloro che “gettano in avanti”. Dobbiamo reimpadronirci della capacità di progettare futuro, che qui voglio chiamare futuredesign, cioè il progetto di futuro a partire dall’attivazione di un diverso presente, la costruzione del futuro come esito consapevole delle nostre azioni collettive capaci di modificare il presente che non ci piace poiché produrrebbe il futuro che non vogliamo.
Avrei voluto intitolare il libro “rivoluzione”, ma alcuni si sarebbero spaventati, altri esaltati, ma forse entrambe le fazioni non sarebbero andate oltre il titolo, sventolando la copertina come spettro o come vessillo. Ma per me futuro e rivoluzione sono sinonimi: l’una modifica il presente che non ci piace preparando l’altro auspicabile, e il futuro è il vero orizzonte di ogni rivoluzione che non sia solo reazione.
Parlare di futuro, soprattutto in un paese come l’Italia che lo ha cancellato non solo dalla produzione istituzionale (siamo forse l’unico paese europeo che non si è dotato di un documento di visione e strategie di medio-lungo termine) e dal dibattito pubblico, ma anche dalle discussioni da bar, dai temi della maturità, dai post sui social network, significa proprio rompere un sistema fatalista che si accontenta di manutentare il presente sperando che il futuro – ma è ancora il buon vecchio fato – arrivi a salvarci.
Siamo tutti consapevoli che è il pensiero a breve termine, la realizzazione istantanea delle nostre aspirazioni a spese del futuro, che sta uccidendo l’Italia, e forse molta parte del mondo occidentale – inutile consolazione di non essere soli nel decesso. Anche la nostra potenza di azione è cresciuta, come scrive nel 2000 Brian Eno nella prefazione del libro di Stewart Brand The Clock Of The Long Now, «e questo potrebbe portarci da un momento all’altro a prendere decisioni irrevocabili che si ripercuoterebbero su centinaia di generazioni» [Cfr. S. Brand, Il lungo presente. Tempo e responsabilità, Fidenza, Mattioli, 2008]. Torneremo a prendere confidenza con il futuro quanto riprenderemo a costruirne una parte con consapevolezza!
«La prima difficoltà di pensare il futuro – ci ricorda Edgar Morin – è di pensare il presente». E questo libro, se non smettete di leggerlo per eccesso di contrasto al vostro sistema consolatorio, parte dal presente, individuando un “diverso presente” dell’Italia e soprattutto del Sud, non limitandosi a raccontare esempi virtuosi o a segnalare criticità, non accontentandosi di essere il navigatore che vi indica la strada migliore. Il mio intento è quello di fare entrare i problemi dell’urbanistica, della cultura, dell’innovazione sociale nel dibattito e nei programmi politici per riprendere tutti insieme la strada del futuro a partire dalle nostre vite individuali. Perché – ci ricorda Marc Augé – «il futuro è la vita che si vive individualmente» nel nostro rapporto con la società [Cfr. M. Augé, Futuro, Torino, Bollati Boringhieri, 2012].
Si, questo libro assume consapevolmente una prevalente dimensione politica! Perché io sono convinto che l’architettura è politica, e che l’urbanistica è la più politica delle sue declinazioni, perché essa ha il privilegio – e il dovere – di dare forma ai desideri della società. L'architettura e l’urbanistica hanno la straordinaria capacità di configurare la dimensione sociale, culturale, economica, tecnologica in un progetto che sia di ispirazione politica. Una finalità politica nel senso mirabile con cui la sintetizzava Bruno Zevi nel 1997: «la finalità [di questo convegno] è chiaramente politica. I convegni [io potrei dire i libri] si fanno per modificare la situazione politica, o non si fanno. Se indugiamo su temi estetici, linguistici, espressivi è perché l'arte anticipa e prefigura il panorama sociale, e noi dobbiamo essere culturalmente ferratissimi per lottare efficacemente sul terreno politico. Su questo terreno, in Italia siamo davvero non al grado ma all'anno zero. Continua a mancare una classe dirigente conscia dei drammi e delle sfide del territorio, appassionati di letteratura, di pittura, di musica, di sport, ma nessuno appassionato di architettura come sono stati in Francia un Pompidou o un Mitterand» [Con queste parole il 19 settembre 1997 Bruno Zevi apriva i lavori del Congresso di Modena sull’architettura organica].
Il libro è una riflessione sulla responsabilità politica della tecnica, o se volete sulla fondatezza tecnica della politica, ripartendo da Antonio Gramsci, per il quale «non c'è organizzazione senza intellettuali» perché solo essi possono dare alla società la coscienza della sua missione storica [Cfr. A. Gramsci, L’Ordine Nuovo, 1° maggio 1919]. In un paese che voglia riprendere un discorso pubblico sul futuro, gli esperti possono essere in grado di offrire le strategie e gli strumenti della ricerca, della scienza e della tecnica alla riattivazione del futuro come esito delle azioni del presente. La visione esperta applicata alla decisione politica è indispensabile per interpretare adeguatamente le linee di tendenza e le aspirazioni profonde della società contemporanea, individuando le tracce disperse di un diverso presente necessario per mettere in moto un diverso futuro possibile. Non è più il tempo di intellettuali astratti e neutrali, reclusi nei propri studi e dediti a ricerche puramente speculative, bensì dobbiamo avere coraggio e capacità di «mescolarci attivamente alla vita pratica come costruttore, organizzatore e persuasore permanente», è ancora Gramsci. E io aggiungo che dobbiamo agire con spirito critico e responsabilità di parlare con parole di verità. Dobbiamo saper parlare alle moltitudini, dobbiamo tornare intellegibili nel discorso pubblico, dobbiamo frequentare i nuovi linguaggi, mediando l’approccio scientifico e i princìpi della strategia politica con le energie e le capacità di comprensione di una comunità variegata (ed oggi più di allora!), sapendole dare risposte corrette e tempestive.
Con spirito laico vorrei contribuire con questo libro a nutrire “l’intellettuale collettivo”, un soggetto plurale e diffuso in cui intelligenza e cultura, percezione e vita, istituzionalizzazione e informalità, abbandonata ogni separatezza elitaria, lasciate le rispettive tribù, si reintegrino nel processo di emancipazione e responsabilizzazione della cittadinanza attiva. A fianco della visione gramsciana dell’intellettuale collettivo, vorrei porre la visione sartriana dell’intellettuale “come tecnico del sapere pratico“, cioè un soggetto attivo e riflessivo «che si immischia in ciò che non lo riguarda» [Cfr. J.-P. Sartre, Difesa dell’intellettuale, Roma, Theoria, 1992], un uomo o una donna che prendono coscienza della necessità che individuale e universale debbano coesistere. Mi piace la visione di Sartre perché ci ricorda che la nostra individualità, il nostro pensiero, il nostro punto di vista su quello che – apparentemente – non ci riguarda contribuisce alla genesi di un nuovo universale, in altre parole che il nostro essere ed agire nel presente come persone che pensano concorre a definire il futuro della collettività. «Io so perché sono un intellettuale – scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1974 sul Corriere della Sera – uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere».
E nel rapporto tra competenza e rappresentanza, tra tecnica e politica, quanto sembrano lontane, ma straordinariamente attuali, le parole che Edmund Burke rivolse nel 1774 ai suoi elettori: «è dovere del rappresentante anteporre l'interesse degli elettori al proprio. Ma la sua opinione franca da pregiudizi, il suo maturo discernimento, la sua illuminata coscienza, tutto questo egli non deve sacrificarlo a uomo alcuno». Burke ci ricorda la responsabilità della politica come discernimento e decisione, non inseguimento dell'opinione. Ripartiamo dall'etica politica fondata sulla capacità di prendere decisioni fondate sulla conoscenza dei fatti e delle conseguenze.
E questo ritorno al ruolo degli intellettuali pretende il ritorno della politica nella sua dimensione pedagogica e culturale, che è per me l’antidoto più efficace contro quella “rivoluzione anestetizzante” che si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi e che Alain Deneault ha efficacemente chiamato “mediocrazia” [Cfr. A, Deneault, La meritocrazia, Vicenza, Neri Pozza, 2017. La rivoluzione anestetizzante della mediocrazia è quell’atteggiamento che conduce a posizionarsi sempre al centro, anzi all’«estremo centro», come dice Deneault, senza mai disturbare e soprattutto non facendo nulla che possa mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Tutto deve essere standardizzato (sembra di sentir parlare le burocrazie europee o i documenti ministeriali italiani sulle università). La media è diventata la norma e la mediocrità è stata eletta a modello]: la presa del potere dei mediocri. Essere mediocri – ci spiega Deneault – non vuol dire essere incompetenti, il mediocre, invece, deve avere una competenza utile ma che non rimetta in discussione i fondamenti ideologici del sistema. «Il mediocre, insomma deve giocare il gioco», cioè accettare quei comportamenti informali, quei piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine (ecco la sparizione del futuro!). La mediocrità – e Deneault lo denuncia esplicitamente – è la morte stessa della politica, sostituita da un’azione politica ridotta a gestione, alla permanente risoluzione di problemi senza una visione d’insieme, alla ricerca di una soluzione immediata ad un problema contingente. Escludendo, quindi, qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica di futuro discussa e condivisa, tradotta in futuro comune su cui indirizzare le azioni del presente.
Per far tornare il futuro nel nostro paese, per ritrovare il futuredesign, deve prima tornare il tempo, nelle sue articolazioni: quello veloce della tempestività e quello più lento della lungimiranza. Per i Greci il tempo era sia kairós, il momento propizio, che krónos, l’eternità. Il primo è il tempo dell’intelligenza, il secondo è il tempo della saggezza. Noi dobbiamo tornare a frequentarli entrambi, perché il primo è legato alle opportunità e dona speranza e il secondo, scorrendo lento, dona insegnamenti. Ed è importante la lentezza del tempo, poiché come ci spiega la fisica il tempo scorre più lentamente quanto più è vicino alla terra, cioè a noi, alle nostre contingenze, alla nostra quotidianità, quello più lento è un tempo fortemente relativo. E inoltre «per tutto quanto si muove, il tempo passa più lento» ci spiega con la sua consueta efficacia Carlo Rovelli nel suo libro dedicato all'ordine del tempo [Cfr. C. Rovelli, L’ordine del tempo, Milano, Adelphi, 2017. È uno dei libri più belli che abbia letto sul tempo, un viaggio tra i misteri del tempo, tra le nostre percezioni fallaci e le scoperte della fisica. Un filo che lega in un racconto seducente Aristotele, Newton e Einstein], spiegandoci che il «tempo è la misura del cambiamento» come già scriveva Aristotele nel IV libro della Fisica. E inoltre, la lentezza è utile anche perché, come ci ricorda Lamberto Maffei, il cervello è una machina lenta che apprende per sedimenti [Cfr. L. Maffei, Elogio della lentezza, Bologna, il Mulino, 2014]. Ed è per questo che l’intelligenza artificiale, che ragiona per velocità di calcolo, è ancora lontana dalla “Singolarità” che secondo i suoi evangelisti ci sopraffarrà [Una singolarità tecnologica è un punto, congetturato nello sviluppo di una civiltà, in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani. Uno dei massimi teorici della singolarità è Raymond Kurzweil, il quale nel saggio La singolarità è vicina del 2005 espone la tesi secondo cui essa si verificherà entro la prima metà di questo secolo]. E quindi il futuro è ancora una questione umana, molto umana.
Alla fine del XVI secolo Tiziano dipinse l’Allegoria della Prudenza, una piccola tela raffigurante tre teste umane, un vecchio, un uomo maturo ed un giovane, che sovrastano le teste di un lupo, di un leone e di un cane. Il dipinto è completato dal motto «Sulla base del passato / il presente prudentemente agisce / per non guastare l'azione futura». Passato, presente e futuro sono inestricabilmente legati e il futuro richiede l’esercizio della Prudenza, intesa come capacità olistica di memoria, intelligenza e previsione. La Prudenza per Tiziano e per la filosofia Scolastica non è sinonimo di lentezza o incertezza, è invece una virtù cardinale che ci impone di usare l’intelligenza per guidare le nostre azioni in modo che non compromettano il futuro [Sulla prudenza come virtù dell'arte del governo ha scritto pagine memorabili il gesuita Baltasar Gracián nel suo Oráculo manual y arte de prudencia del 1647]. E’ un’attualissima invocazione a guardare il futuro come esito del presente. E Sant’Agostino scriveva che «i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Questi tre tempi sono nella mia anima e non li vedo altrove. Il presente del passato, che è la storia; il presente del presente, che è la visione; il presente del futuro, che è l’attesa». A noi futuredesigner tocca riconnettere i tre tempi e viverli contemporaneamente, pensando la storia per focalizzare una visione del diverso presente che accompagni l’attesa del futuro.
Negli anni Settanta Alan Kay stupì tutti i futurologi affermando che «il miglior modo per prevedere il futuro è inventarlo», e oggi Luca De Biase aggiunge «responsabilmente, perché il futuro è una potenzialità del presente che ancora non vediamo», nel suo straordinario libro sul futuro e le trasformazioni dell’umanità tecnologicamente modificata scritto con Telmo Pievani [Cfr. L. De Biase, T. Pievani, Come saremo, Torino, Codice Edizioni, 2016]. Il futuredesign, quindi, non è né distopico né utopico, ma agisce in quella che Kevin Kelly, nel suo inevitabile libro sulle tendenze tecnologiche che stanno cambiando il nostro futuro, chiama la “protopia”: «una condizione del divenire piuttosto che una vera destinazione, è un processo; nello stato protopico l’oggi è migliore di ieri, anche se solo in minima misura. È un miglioramento incrementale o un lieve progresso» [Cfr. K. Kelly, Kevin, L'inevitabile, Milano, Il Saggiatore, 2017] che genera nuovi benefici quasi quanti nuovi problemi, e per questo richiede la responsabilità del progetto.
Lo so, ve lo state chiedendo dall’inizio: ma di che parla questo libro? Già il titolo è impegnativo: futuro, e anche il sottotitolo non scherza: idee e azioni per città di un diverso presente. L’ambizione della premessa, poi, potrebbe apparire sconfinata e velleitaria. E allora? Di che parla il libro? Il libro non parla di tutto, non parla di tutte le idee e le azioni necessarie perché il nostro diverso presente configuri un futuro migliore. Parla solo degli argomenti che conosco bene, dei temi che frequento, delle occasioni che ho approfondito, dei luoghi che ho attraversato e delle azioni che ho sperimentato. Parla prevalentemente di territorio, di città, di paesaggio, di comunità, e naturalmente di università. Parla di urbanistica nel senso che la riflessione critica delle forme e dei modi del nostro urbanesimo sono uno dei filtri attraverso cui io posso interpretare il presente e modificare il futuro. Ripartendo dalla convinzione che gli urbanisti possono giocare un ruolo importante nell’immaginare e progettare nuovi modi di vivere più sostenibili, come più di cento anni fa Patrick Geddes, padre dell’urbanistica moderna, ci invitava a fare con il suo manifesto dedicato alla “produzione del futuro” [Cfr. P. Geddes, “The Making of the Future: A Manifesto and a Project”, in The Sociological Review, may 1917], convinto, come me, che gli individui agendo insieme nell’interesse collettivo – il principio costitutivo dell’urbanistica – possano concretamente cambiare la realtà.
Il libro parla di politica per quella parte che essa condivide con l’etimologia della polis – per me molto ampia – cioè della politica urbana, per i giovani, per la bellezza. Parla naturalmente di società, soprattutto nel suo rapporto con lo spazio, con i luoghi, dei modi con cui viviamo i luoghi che abitiamo. Parla di economia, naturalmente senza la pretesa di analizzarla ed interpretarla con strumenti tecnici, ma avvalendomi del pensiero di altri e di qualche numero che ci permetta di capirla. Il libro parla dell’Italia, ma ancora di più del Sud, del mio Sud, quella Sicilia in cui agisco prevalentemente come educatore, studioso, progettista e agente di sviluppo. E racconta molto Palermo, la sua storia, il suo presente e, soprattutto, il futuro che vorrei.
Il libro si esprime spesso attraverso il “contrappunto” combinando contemporaneamente più registri linguistici e fattuali, critiche rigorose sono affiancavate ad aneddoti leggeri, parlando di centri e margini, di successi e crisi [Il contrappunto è l’arte di combinare più melodie contemporaneamente, nata nel Medioevo con la pratica polifonica, dalla sovrapposizione nota contro nota (punctum contra punctum) di una seconda linea melodica, detta discanto, al canto dato, detto tenor. Uno degli esempi tipici di contrappunto è la fuga, che Bach ha elevato a sublime inseguimento di contrappunti, come nel Clavicembalo ben temperato]. Perché io ritengo che il progetto di futuro debba servirsi del contrappunto per generare quella varietà e ricchezza d’atteggiamenti del discorso polifonico che vogliamo riattivare. Il futuredesign agisce per contrappunti, perché il progetto della città di un diverso presente è sempre una polifonia generata dall’abile usi di contrappunti, spaziali, sociali, economici, tangibili e intangibili, estetici ed etici.
Ma soprattutto questo libro parla con parresia, cioè esercita la sua responsabilità attraverso l'esercizio della verità detta in pubblico, cioè a voi lettori: «perché ci sia democrazia deve esserci parresia», dichiarava Michel Foucault al Collège del France [Cfr. M. Foucault, Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France (1982-1983), Milano, Feltrinelli, 2009. Fin dal V secolo a.C. Euripide, Socrate, Platone e Aristotele ritengono che vi sia uno stretto collegamento tra politeia, l’esercizio politico del potere, e parresia, il comportamento morale del buon cittadino che parla dicendo la verità].
Quindi non è il libro definitivo sul futuro, è un libro sulla mia visione di una parte del futuro. O se preferite, il racconto delle “mie” azioni per il futuro, cioè non il futuro che mi aspetto che sia, ma quello per cui lavoro perché sia: il mio futuro come individuo nella società, direbbe Augé. E’ un libro che individua le componenti del futuredesign, cioè della riacquisita capacità degli uomini di progettare il futuro.
Scriveva Bernardo Secchi nella sua Prima lezione di urbanistica che «l’esplorazione di un diverso possibile è sempre stata la più potente critica dell'esistente. È per questo che l'utopia, bel lungi dall'essere mossa evasiva, è piuttosto sforzo estremo dell’immaginazione» [Cfr. B. Secchi, Prima lezione di urbanistica, Roma-Bari, Laterza, 2000]. Ed io sono convinto che oggi serva una visione che riannodi memoria, intelligenza e immaginazione, indispensabile per illuminare la discussione sul ruolo della politica nelle sue nuove variegate forme (partiti, movimenti, non-partiti) e soggetti (elettivi, istituzionali, sociali) sconfiggendo le tentazioni populiste che attraversano l’Europa, rifuggendo da partiti personali o liquidi. Ma soprattutto resistendo alla erezione di recinti o all’assegnazione di patenti perché il futuro si divide in due: da un lato chi vuole costruire muri e barriere per proteggersi dal vento del cambiamento, dall’altro chi vuole ridefinire, allargandoli, limiti, regole e comportamenti della società per sfruttare il vento della metamorfosi. Io sto con i secondi, perché il futuro è apertura e dinamismo. Ed oggi è di una politica "pensante" di cui abbiamo bisogno, che si faccia essa stessa pensiero collettivo, cura, regia, per aiutare la comunità ad evolvere democraticamente e da essa essere aiutata ad evolvere responsabilmente. Una politica che torni ad agire quotidianamente per il futuro, perché il miglior modo per farlo è progettare un diverso presente.
Mentre scrivo questo libro sul futuro mi sento come uno degli “uomini postumi” di Nietzsche, uomini che abitano il futuro vivendo il presente. Uomini che non si conformano alla loro epoca ma vivono nella costante percezione della successiva: perché «gli uomini postumi – io, per esempio scrive il filosofo tedesco nel 1888 – sono meno ben compresi di coloro che si sono conformati alla loro epoca, ma li si intende meglio. Per esprimermi ancora più esattamente: non ci si comprende mai – ed è da ciò che viene la nostra autorità» [Cfr. F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Milano, Adelphi, 1983].
Nel leggere il libro ricordatevi che esistono il presente e il diverso presente, il primo è quello che subiamo, mentre il secondo è quello che progettiamo pensando al futuro.

[Omaggio per gli amici del primo capitolo del mio libro "Futuro. Idee e azioni per città di un diverso presente", in corso di scrittura]