Sud, Programmi e Prospettive

Nel bene o nel male, il Mezzogiorno dovrà sempre più contare sulle proprie forze: da un lato le competenze relative allo sviluppo si vanno trasferendo dallo Stato centrale alle regioni; dall'altro è chiaro che nell'Europa a 27 il nostro sud non potrà restare in cima alle priorità comunitarie. Su cosa puntare, in questa fase storica di cui siamo alle porte? In questi mesi si sente molto parlare di infrastrutture, che come ha recentemente sottolineato il Governatore Fazio non sono condizione sufficiente per lo sviluppo, ma sono necessarie; ed è fuor di dubbio che al sud ci siano gravi carenze infrastrutturali, che bisogna cercare di colmare. E in questi giorni si è tornati a parlare del problema degli elevati costi `sociali' di impresa, particolarmente spinoso perché come ha avvertito il Commissario Monti potrebbe non essere affatto risolto con gli sgravi fiscali che a prima vista sembrerebbero una soluzione a portata di mano. Sicuramente ci sono tante cose da fare, e specialmente adesso in campagna elettorale ognuno ha pronta una lista di priorità.

D'altra parte vorremmo qui ricordare, e sostenere, la posizione del Consiglio Europeo di Lisbona (Marzo 2000), che individua come obiettivo centrale la `creazione delle infrastrutture del sapere': ``People are Europe's main asset and should be the focal point of the Union's policies'' (conclusioni, paragrafo 24). Poiché le direttive comunitarie sono oggi una fonte primaria di idee e realizzazioni di programmi di sviluppo, scorreremo brevemente il Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2006, riferimento principale per le politiche comunitarie per il Mezzogiorno. Purtroppo, nel QCS la centralità dell'obiettivo `conoscenza' affermata a Lisbona viene a mancare. Il documento segna indubbiamente un cambio di rotta in questa direzione rispetto al precedente (QCS 1994-1999), ma nella sostanza non arriva abbastanza lontano: la `Valorizzazione delle risorse umane' è uno dei suoi `assi prioritari', ma non ha rilevanza sufficiente. È vista come uno dei tanti strumenti che dovrebbero provocare ``un aumento sostanziale del tasso di crescita del Mezzogiorno e un recupero del ritardo relativo dell'economia meridionale'' (QCS p.32); ma dopo più di cent'anni di politiche per la crescita il nostro sud è sempre sud e il divario sempre lì, sicché potrebbe esser venuto il momento di liberarsi dall'assillo della massimizzazione della crescita, e di guardare al processo di sviluppo in un'ottica più ampia. Amartya Sen (Nobel per l'Economia) definisce sviluppo come `estensione delle libertà'; in una sua recente intervista al Sole si legge: ``Growth is a very narrow thing, just the growth of GNP; but we have to see a development which includes broadly the various freedoms that make human life worth living.'' In quest'ottica il problema del ritardo culturale è doppiamente importante: l'ignoranza è un ostacolo alla crescita, ed è nemica della libertà e dunque dello sviluppo.

Inoltre, la parte del QCS relativa alle risorse umane lascia un pò perplessi. Il dichiarato `obiettivo globale dell'asse' è ``Far crescere il contenuto scientifico-tecnologico delle produzioni meridionali e...valorizzare i collegamenti tra sottosistema scientifico ed imprenditoriale'' (ib. p.82); ma in una situazione di cui si riconosce il `ritardo culturale, tecnologico e strutturale' (cfr. PON Scuola p.13), un tale obiettivo sembra francamente velleitario. E per la `quantificazione degli obiettivi specifici' si spara un pò nel mucchio: ``adeguare il sistema della formazione professionale e dell'istruzione...rafforzare il sistema della ricerca scientifico-tecnologica...rafforzare e migliorare il sistema dell'alta formazione...promuovere il trasferimento tecnologico, la nascita di imprese sulla `frontiera' e l'attrazione di insediamenti high-tech'' (ib. p.85). Cerchiamo di fare un pò d'ordine. Sull'high-tech, imprese sulla frontiera eccetera s'è già detto, non credo ci sia altro da aggiungere. Sulla ricerca scientifica e alta formazione non si è ancora detto, ma esattamente per la stessa ragione di poco fa, sono --scusate la brutalità-- semplicemente soldi buttati. Non occorre essere esterofili per convenire che se misurassimo la produttività scientifica delle università meridionali con gli stessi criteri con cui si classificano quelle americane troveremmo che il livello delle nostre al sud è talmente basso da rendere illusorio pensare che siano in grado di far fruttare adeguatamente gli investimenti ad esse destinati (fatte salve ovviamente alcune eroiche, evidenti eccezioni). E sulla formazione professionale purtroppo non andiamo molto meglio: si parla di una riserva di clientelismo universalmente riconosciuta --una strada che con tutte le buone intenzioni e ragioni, è realisticamente destinata a perdersi nel nulla.

Resta la scuola, con dentro i suoi ragazzi. Il QCS la mette `nel mazzo', ma le si potrebbe dare maggior rilievo; verrebbe di proporre, un pò provocatoriamente, che le si dia massimo rilievo. Nel mezzogiorno la scarsa competenza è diffusa, e l'impiegato maleducato resterà indisponente e inefficiente anche dopo il suo bravo corso di Micrsoft Excel, e al primo upgrade non avrà curiosità di studiare le istruzioni, combinerà guai e imprecherà contro l'autore del programma. L'altissima selezione avversa che blocca il mercato del credito, per dirne un'altra, non si potrà battere con i corsi di economia dell'informazione incompleta. Ci vuole qualcosa di più radicale, che secondo noi solo la scuola può dare. Se a scuola si studia, si impara ad imparare. E si impara l'umiltà. Chi sa, sa quanto non sa. Questi sono valori indispensabili per la crescita economica, e sono anche valori assoluti che a questo punto potrebbero diventare il nostro obiettivo principale.

Sul `che fare', il QCS rimanda al relativo Programma Operativo Nazionale ``La Scuola per lo Sviluppo''; ma anche qui, mancano quelli che potrebbero essere i due pilastri del programma, e cioè: come strumento, un insegnante di supporto pomeridiano per ogni sette allievi (ed equipes di professori di supporto per gli insegnanti); e come incentivo, i premi di studio. Di nuovo, non stiamo inventando niente: l'idea del tutor è solo copiata dalle scuole che funzionano bene nel mondo; e ai premi di studio anche il PON accenna, ma il punto, ancora una volta, riguarda la centralità della misura. L'analisi del Ministero individua tre problemi: qualità, occupabilità e dispersione scolastica. Quello della dispersione, della demotivazione, è riconosciuto come un problema con la p maiuscola: ma proprio per questo, non sembra si possano fare progressi congedando l'allievo a fine mattinata per rivederlo il giorno dopo; il tutor sembra una conditio sine qua non. Passando agli incentivi, le proposte del PON sembrano animate da sincero, umile sforzo di fare del proprio meglio, ma si finisce col parlare di ``educazione emotiva, ambientale, tecnologica, musica, sport ecc.'' (PON misura 3). Sono belle parole, ma manca l'incentivo principale: il denaro. Poiché in genere sono proprio i meno motivati allo studio a desiderarlo di più, si dovrebbe fare in modo che chi sceglie di impegnarsi nello studio in un contesto svantaggiato possa ricevere premi consistenti. Su qualità e occupabilità credo che il programma si possa riassumere in `tre i': impresa, inglese, informatica (lo so, erano sui manifesti di Berlusconi, ma erano anche, a chiare lettere, nei documenti comunitari). L'obiettivo di ``innovazione del sistema scolastico in funzione di migliorare l'occupabilità dei giovani'' è l'unico che si legge nelle dodici righe di presentazione sulla copertina del PON; in questa direzione si rasenta l'ossessività arrivando a proporre per le scuole superiori la ``realizzazione di processi di simulazione d'impresa e di sperimentazione di processi reali aziendali e produttivi'' (p.5). E per il miglioramento della qualità si punta sulle nuove tecnologie (PON sez. 1.2.1).
La prospettiva qui proposta, fermo restando che le scuole vadano messe in rete e che tutti si debba conoscere l'inglese, è diversa. A scuola si impara a coniugare i verbi e a far di conto, e poi la fisica, la poesia e l'arte. Il giorno in cui l'insegnante di storia chiederà una ricerca corredata da immagini, e magari anche musica, lo studente imparerà l'html con il tutor, e alla fine la ricerca sarà fatta; voglio dire, la quantità di didattica necessaria sulle nuove tecnologie per ragazzi che si impegnano su traduzioni di greco o compiti di geometria è uguale a quella che ci vuole per insegnargli a guidare lo scooter. Ed anche per loro sembra appropriato il premio in denaro, che consenta di proseguire adeguatamente gli studi.

Per concludere: è recente la notizia (Corriere della Sera, 16 dicembre) di test nazionali di matematica che evidenziano un sud al di sotto la media nazionale, e ovviamente non è un problema di pallino per la matematica. Non credo sia poi così irrealistico pensare che il ribaltamento dei risultati di questi test possa essere per il capitale internazionale incentivo più stimolante di sgravi fiscali e salari flessibili. Ma quand'anche così non fosse, un risultato tale ribaltamento lo produrrebbe: al sud si vivrebbe un pò meglio.