Università: Separare Docenza e Ricerca

Sulla necessità della concorrenza, e di premiare i bravi, siamo ormai tutti d'accordo. Sul come farlo invece sembra ci sia ancora da discutere; qui prendiamo spunto dalla recente proposta di Legge Pepe (FI) per fare, a nostra volta, una proposta fra le mille su concorsi e carriere accademiche (con in mente principalmente i settori in cui misurare la qualità della ricerca è ormai facile, sulla base di indicatori internazionalmente riconosciuti; per Lettere Antiche non saprei bene).

La proposta di Legge Pepe è in linea con l'idea di incentivazione della concorrenzialità. Per quanto riguarda l'accademia correttamente individua, e cerca di contribuire a risolvere, due problemi seri: l'ingresso (attualmente regolato da concorsi locali), per il quale propone una selezione nazionale; e l'eccellenza, per la quale prevede canali privilegiati di avanzamento di carriera. Per gli entrati non eccellenti propone solo che la progressione della loro carriera sia decisa localmente.

Sull'ingresso niente da dire, il problema sono i docenti di ruolo. Diciamo che gli eccellenti sono il 10% del totale (se volete cambiate il numero). Per questi, l'avanzamento veloce che propone Pepe esiste giá nei fatti (cf. Roberto Perotti, European University Working Paper); ci vorrebbe molto di più per incoraggiare la ricerca avanzata in Italia e disincentivare l'emigrazione intellettuale. D'altra parte, per il restante 90% non c'è niente da dire? Parliamoci chiaro: i non eccellenti (fra i quali lo scrivente) o fanno ricerca di scarsa o nulla rilevanza internazionale, o non fanno ricerca punto. Forse, come risorsa pubblica potrebbero essere impiegati in modo migliore come insegnanti (universitari).

Costruttivamente, una possibilità sarebbe la seguente: Selezione nazionale (o test di idoneità) all'ingresso, e dopo un settennio, bivio: 10% Ricercatori (cioè scienziati, eccellenti, selezionati in base ai criteri oggettivi di cui sopra); 90% Docenti (buoni). Questo 90% dovrebbe essere sollevato completamente da obblighi di ricerca, e insegnare tre Corsi l'anno (contro l'attuale uno). In tal modo i costi per la didattica si ridurrebbero ad un terzo degli attuali, e il servizio non sarebbe peggiore (dopo un test nazionale di ingresso e sette anni di studio chiunque sa insegnare Corsi dell'attuale triennio). I ruoli di Docente e Ricercatore potrebbero essere gestiti, dopo il test d'ingresso, a livello locale e nazionale rispettivamente, in linea con la proposta Pepe. E con i fondi risparmiati sulla docenza, agli eccellenti si potrebbero finalmente offrire salari competitivi (sopra i 100 mila euro anno, contro i 25-30 mila attuali). Costoro dovrebbero anche, ovviamente, gestire dottorati e fondi di ricerca.

Salvatore Modica
Ordinario di Economia Politica,
Università di Palermo