Roberta Cruciata

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Capolavori trapanesi in corallo del XVII e XVIII secolo a Malta

DOI: 10.7431/RIV08032013

Le superbe opere in corallo che oggi si trovano a Malta, quanto meno quelle finora individuate, rappresentano un’ulteriore conferma della committenza aulica, della destinazione internazionale e dell’ampia diffusione mediterranea che, in particolare tra il XVII e il XVIII secolo, ebbe il corallo lavorato a Trapani. Non a caso nel 1986 Vincenzo Abbate parlava di «una destinazione ai più alti livelli sociali che ne permetteva -come notava già l’Orlandini nel 1605- la spedizione ‘’in lontani paesi’’, la degna presentazione ‘’a gran Prencipi’’ per qualità della materia e pregi della lavorazione e ne giustificava pari tempo la ‘’compra di grandissimo prezzo’’, certamente non a tutti possibile»1.

Non a caso, taluni di questi manufatti sono da porre in relazione con la presenza e l’illuminata committenza dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni, che regnarono sull’Isola dal 1530 al 17982. Molti di essi, peraltro, nel corso dei secoli furono munifici di doni nei confronti del simulacro della Madonna di Trapani3 custodito nella Basilica dell’Annunziata dai Carmelitani, pregiata opera in marmo riferita a Nino Pisano, scultore e orafo toscano documentato tra il 1343 e il 1368, figlio di Andrea Pisano4. Non si trattava soltanto di Cavalieri siciliani5, o comunque italiani, bensì provenienti da tutta Europa. Si ricorda, a questo proposito, che il Gran Maestro spagnolo Fra’ Nicolas Cotoner (1663-1680) ha donato alla Madonna di Trapani il suo ritratto oggi custodito al Museo Interdisciplinare Regionale “Agostino Pepoli” della stessa città6, come ex-voto per essersi salvato dalla peste che aveva colpito duramente Malta. Dovrebbe trattarsi proprio della drammatica epidemia che funestò l’Isola nel 1676, «the most disastrous plague epidemic of its history […] which caused the death of over 11,000 inhabitants and lead to a period of hunger and despair»7. Anche il Gran Maestro Fra’ Gregorio Carafa (1680-1690) ha donato “alcune croci d’oro” al simulacro trapanese8.

Come già sottolineato da Abbate, la devozione nei confronti della Madonna di Trapani contribuì fortemente «alla fortuna delle arti decorative trapanesi in genere -corallo, alabastro, avorio, pietra incarnata, ambra, argento-»9, in quanto «indubbiamente le visite o i contatti con Trapani di […] personalità di altissimo rango contribuirono innanzitutto a prendere conoscenza diretta del validissimo artigianato locale e pari tempo a determinare più o meno rapidamente un giro larghissimo di committenti e di committenze che […] richiese manufatti sempre più elaborati e ben altrimenti raffinati»10. Antonio Daneu menzionava, tra i grandi committenti e collezionisti di corallo trapanese, il Conte di Schoenborn Friedrich Karl, vicecancelliere imperiale al tempo di Carlo VI d’Asburgo, e il suo antenato Johann Philipp von Schoenborn, Cavaliere dell’Ordine di San Giovanni e Comandante del Balliato di Würzburg, Gran Priore della Dacia, Consigliere segreto della Curia di Magonza, Colonnello e Governatore di Magonza, che aveva vissuto a lungo proprio tra Italia meridionale, Sicilia e Malta11.

Si ricorda anche il Commendatore Fra’ don José Bruno de Luna y Sesmache verso il 1660 donava alla chiesa del Rosario di Corella, comune spagnolo nella comunità autonoma della Navarra, un ostensorio di manifattura trapanese in rame dorato, coralli e smalti, che presentava nell’alzata del piede croci di Malta (ne rimane solo una) alternate a cammei raffiguranti Santi; oggi è custodito nel museo dell’Incarnazione della stessa città12. Non a caso, egli aveva trascorso diversi anni della sua prestigiosa carriera per l’Ordine in Sicilia, nel messinese13. E ancora, la Basilica Mauriziana di Torino custodisce un ostensorio in corallo che reca sul piede un’iscrizione da cui si evince che fu donato nel 1662 dal piemontese Fra’ Flaminio Balbiano da Chieri14, Priore di Messina e Generale delle Galere, tra i più illustri dignitari della storia dell’Ordine di Malta.

A un Cavaliere di Trapani si deve l’Ostensorio15 oggi custodito nel tesoro della co-cattedrale di San Giovanni di Valletta, sicuramente uno dei più mirabili e pregiati esempi di artigianato corallino trapanese pervenutoci (Fig. 1). Nell’inventario della chiesa conventuale redatto nel 1687 l’opera viene descritta come «una Custodia di rame dorato col suo piedistallo fatta a sfera solare tutta guarnita, et incastata di coralli, mandata in dono dal Commendatore Fra’ Don Cesare Ferro da Trapani, stimata Scudi Cinquanta»16. L’inventario del 1756, invece, riporta le seguenti parole: «Una sfera di rame d’orato con suo piede tutta guarnita di coralli data dal Comendatore fra Cesare Ferro stimata scudi cento»17. Altre importanti notizie fornisce l’iscrizione ancora visibile sul fondo della base dell’opera, lungo il perimetro: «FRATRIS DOMINI BERARDI DE FERRO XIX OLIM FRATER DOMINUS CESAR NOMINATUS DREPANITA MILES VENERANDELIGUAE ITALIAE SACRAE RELIGIONIS HIEROSOLIMITANAE DEDIT 1649»18 (Fig. 2). Insieme a queste parole compare internamente, per ben quattro volte, uno stemma araldico19 che reca una croce a sovrastare una fascia, sormontato da un elmo piumato coronato da cui fuoriesce un cagnolino rampante accompagnato dal motto IN FVRES. Si tratta di un pregevolissimo ostensorio donato da Fra’ Cesare Ferro nel 1649, pertanto terminus ante quem per la datazione dell’opera, appartenente a Fra’ Berardo20 XIX Ferro21, già fondatore nel 1574 della chiesa trapanese dei Francescani del Terzo ordine regolare dedicata a San Rocco22.

Cesare era figlio di Toscano Ferro e Alfonzo e di donna Antonia Ferro e Isfar, a sua volta figlia di Berardo XVI, e sorella di Berardo XVII e di Berardo XVIII Ferro23. Fra’ don Blasco e donna Olimpia, moglie di don Francesco di Vincenzo, erano invece suoi fratelli24. Padre Benigno di Santa Caterina ci informa che «Fra Cesare di Ferro Fratel Germano dell’anzidetto Fra Blasco» fu «ricevuto nell’Ordine sotto li 10. di Agosto dell’anno 1626»25, mentre il fratello il 2 maggio 162426. La famiglia Ferro fu, nel corso dei secoli, tra le più influenti e prestigiose di Trapani, e naturalmente numerosi suoi membri furono Cavalieri dell’Ordine27. Tra gli esponenti di spicco,«Fra Scipione Ferro Cavalier di Malta, che prese l’habito nel 1570; questi si ritrovò nell’armata navale di don Giovan d’Austria, e nel 1625, doppo esser stato Ammiraglio della sua Religione, si morì. Prior titolare di Capua città d’Italia, fu anche avventuriero nelle guerre di Portogallo in servigio del Re Filippo II, e fu il promo Cavaliere e Gran Croce della città di Trapani in essa Religione»28; «Fra don Ottavio Cavalier di Malta, che morì Commendatore della città di Castello»29 e «Fra don Coletta Cavalier Gerosolimitano, che costeggiando con una sua Galera si morì prigione in Costantinopoli dentro le sette Torri»30.

L’ostensorio donato da Fra’ Cesare è un tripudio barocco di rame dorato, corallo, e smalti realizzato con la tecnica del ‘retroincastro’, come è stata definita da Corrado Maltese e Maria Concetta Di Natale31, che si caratterizza per la ricca decorazione e la raffinatezza compositiva e stilistica. Il fitto ornato ‘a tappeto’ fatto di virgole, baccelli, listelli in corallo riempie senza soluzione di continuità la superficie metallica, gravitando intorno alle due sagome terminali della base, alle testine alate, ai cammei, e alle rosette, tutti elementi tipici del complesso apparato ornamentale utilizzato dai maestri trapanesi nelle loro opere. Ha un’alta base ottagonale che si articola su tre livelli sovrapposti: mentre i due esterni sono decorati da listelli corallini verticali, sette per ogni faccia, intervallati da elementi fogliformi in rame dorato e smalto bianco (quelli del livello inferiore hanno anche decorazioni in corallo), lo spazio centrale presenta una decorazione fatta di inserti in corallo, puntini, virgole e baccelli, a formare un disegno fitomorfo interrotto soltanto agli spigoli da testine alate in rame dorato, caratteristica quest’ultima davvero singolare, mentre le ali sono smaltate di bianco. Il medesimo apparato ornamentale si ritrova nella parte alta del piede a circondare otto cammei con angeli musicanti, completati da cornicette ovali in rame dorato smaltate: si tratta di finissime micro-sculture ad altorilievo intagliate nei minimi particolari (Fig. 3). Segue il nodo piriforme con altri tre cherubini, questa volta in corallo scolpito, con le ali in rame dorato e smalto bianco. In alto il fusto è collegato alla teca circolare da altri due cherubini identici, uno per lato, ma di dimensioni maggiori (Fig. 4). La raggiera è composta da trentuno32 elementi, una fitta alternanza di lance e fiamme completamente ricoperta da retroincastri corallini e completata da rosette dello stesso materiale arricchito da smalti bianchi e neri; essa funge da corona alla sfera, adorna su entrambe le facce dal medesimo motivo fitomorfo che, in una vibrante alternanza cromatica di oro e rosso, si sviluppa intorno a tre testine di cherubini.

Risultano evidenti gli stretti legami stilistici tra il manufatto e le opere conosciute dell’abile corallaro trapanese Fra’ Matteo Bavera33, in primis la famosa Lampada pensile firmata e datata 1633 oggi al Museo Pepoli di Trapani, proveniente dalla chiesa di San Francesco della stessa città34. Particolari come la presenza dei cammei in corallo muniti di cornice «ornata da quegli smalti bianchi che lasciano trasparire il metallo dorato dal fondo, creando un ornato caratteristico degli orafi trapanesi»35 non possono che richiamare alla mente quelli raffiguranti angeli che reggono i simboli della Passione di Cristo del Calice, custodito ugualmente al Pepoli e anch’esso un tempo nella chiesa francescana, attribuito proprio al Bavera36; o ancora i cammei con le fatiche di Ercole del Bracciale proveniente dal tesoro della Madonna di Trapani, oggi al Museo Pepoli, datati ante 1647 e riferiti a Fra’ Matteo Bavera o a suoi aiuti37.

L’ostensorio è poi strettamente raffrontabile con due esemplari coevi: il primo, appartenuto non casualmente al Gran Priorato praghese dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, si trova oggi nella capitale ceca38, mentre il secondo è custodito presso la Galleria Interdisciplinare Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis di Palermo39. Entrambi costituiti da ventinove raggi, hanno la medesima base ottagona e il piede decorato ugualmente da otto placchette ovali con cornicette smaltate contenenti cammei in corallo, che però nell’opera di Palermo raffigurano Santi. Un altro ostensorio coevo tipologicamente affine, con base ottagona e ventinove raggi, privo però di cammei sull’alzata del piede, fa parte delle collezioni di Palazzo Abatellis: già al Museo Nazionale dal 1882, proviene dal convento agostiniano di San Nicolò da Tolentino di Palermo40. Si ricorda anche quello della metà del XVII secolo già in collezione privata di Ragusa41, con base però esagonale, che oggi è esposto al Museo della Cattedrale di San Giovanni Battista della stessa città. Un manufatto datato alla metà del Seicento, che, per le scelte compositive e stilistiche, si può accostare a quelli citati finora, mostrando però alcune varianti di gusto che si innestano sul modulo considerato che larga fortuna dovette avere specialmente nella prima metà del XVII secolo, proviene dal monastero basiliano del Santissimo Salvatore di Palermo e oggi arricchisce le collezioni di Palazzo Abatellis42. Caratteristica della parte esterna della sua raggiera è il «giro continuo in argento e pietre colorate terminante con un piccolo fiore in corrispondenza di ciascun raggio»43, anch’esso decorato con pietre trasparenti bianche e verdi. Tale elemento, insieme all’inserto metallico che circonda la sfera, è un’aggiunta posteriore44.

Un piccolo e inedito Ostensorio in rame dorato e corallo custodito nella sagrestia della chiesa di Santa Caterina d’Italia45 di Valletta, non a caso appartenente all’Ordine di San Giovanni, e nello specifico alla Lingua d’Italia, similmente presenta una decorazione con grandi pietre preziose bianche e verdi (Fig. 5). Il loro inserimento, da considerare senza dubbio successivo alla realizzazione dell’opera, rende unico e originale il manufatto nel panorama della produzione dei maestri corallari trapanesi del XVII e del XVIII secolo. Raffinata e armonica appare l’essenziale decorazione ‘a retroincastro’ fatta di piccoli elementi corallini levigati, tondini, virgole, listelli, gigli e piccoli fiori, che si innestano sul rame dorato senza interruzione. L’ornato della base, costituito da piccole squame arrotondate, richiama quello presente sulla parte terminale a calotta rovesciata della Lampada pensile di collezione privata, già nella Collezione Whitaker di Palermo46, e anche della Lampada della Collezione Banca Popolare di Novara47. Senza dubbio, anche il restante registro decorativo è strettamente paragonabile a quello delle due opere appena citate, nonché a quello della già menzionata Lampada pensile del Bavera, particolari che consentono di collocare l’ostensorio nella prima metà del XVII secolo, verosimilmente nei primi decenni. La raggiera alterna lance lisce a fiamme ondulate in metallo con listelli corallini ‘a retroincastro’, e tipologicamente si può accostare a quella dell’ostensorio del Museo Pepoli di Trapani, già nella chiesa di San Francesco d’Assisi della stessa cittadina48. Quasi di certo nel corso del rimaneggiamento che l’ostensorio subì probabilmente nel Settecento, dettato da precise scelte dei proprietari o più semplicemente dai cambiamenti del gusto e della moda, le ‘borchie’ contenenti le pietre furono inserite in sostituzione di precedenti testine di cherubini alati scolpite in corallo, ornato tipico di gran parte delle opere di questo secolo, e ancora presente agli inizi del successivo. Ogni pietra è sfaccettata e montata su un supporto sopraelevato rispetto al metallo sottostante, circondato da decori in argento posti a mo’ di cornice a ricordare delle ali (Fig. 6). Tali preziosi inserti, collocati sull’alzata del piede, sul nodo piriforme, sull’innesto della baionetta e sulla cornice bombata circolare della teca, variano di volta in volta la modalità con la quale sono inseriti nel supporto che le contiene, presentando rispettivamente cornicette dentellate, oppure fitomorfi o nastriformi, in questi ultimi due casi con le griffe della montatura a vista. Da segnalare che punzonature fitomorfe, in particolare volute affrontate, decorano il verso della base (Fig. 7).

L’opera oggi appare parecchio danneggiata e compromessa, basti pensare soltanto all’evidente distacco e alla perdita del materiale corallino in diversi punti, oppure all’intervento che ha portato all’innesto tra fusto e raggiera senza baionetta, utilizzando direttamente un raggio, con la conseguente assenza del tipico elemento di raccordo tra queste due parti rappresentato da una testa di cherubino alato su ambedue i lati. Pur trattandosi quasi certamente di un manufatto donato da un Cavaliere italiano, purtroppo allo stato non si hanno notizie precise sulla sua committenza e provenienza. L’Inventario delle suppellettili della chiesa di Santa Caterina datato 30 aprile 1715 non fa alcun cenno all’opera49, pertanto è possibile ipotizzare che essa fu donata successivamente a questa data e al rinnovamento che l’edificio subì in questi anni50.

È ormai risaputo chetra il XVII e il XVIII secolo gli ordini religiosi più in vista51, primi fra tutti i Gesuiti, furono committenti di opere in corallo o comunque destinatari privilegiati di tali creazioni, «a volte tramite donazione dovuta a prelati o alle nobili famiglie cui solitamente appartenevano i rampolli avviati alla vita monastica e religiosa»52.Basti pensare, nel caso di committenza diretta, allo splendido Paliotto architettonico di manifattura messinese e trapanese, datato agli anni 1651-53, ricamato con fili di seta e argento e applicazioni di grani di corallo e granati rossi, proveniente dalla chiesa dell’Immacolata del Collegio dei Gesuiti di Trapani e oggi al Museo Pepoli della stessa città53. Gli stessi Padri trapanesi, secondo quanto è dato sapere dall’inventario dell’11 dicembre 1767, possedevano «1 sfera di rame indorato tempestata di corallo; [...] 1 Crocefisso con suo piede di rame con testone d’argento e suo Crocefisso di corallo; 1 Crocefisso col piede di legno indorato con suo testone d’argento e suo Crocefisso di corallo […]»54. E ancora, «in data 30.6.1646 per fare la sfera di corallo per il SS. Sacramento a mastro Giacomo Daidone, per corallo, per oro, per indorare per 2 tondi in mezzo, per rosette di rame, per mettere 2 teste di serafini e per mettere a cavallo tutta l’opera, furono pagate a saldo complessive onze 23, tarì 5 e grana 20; […] in data 7.10.1646 per un calice di corallo e rame dorato furono pagate a Giovanni Battista La Francesca (?) once 4»55. Un piccolo Crocifisso in corallo, che Maurizio Vitella data alla fine del XVII – inizi del XVIII secolo, fa parte ancora oggi del tesoro del Collegio trapanese56. Per quanto riguarda, invece, esempi di donazioni ricordiamola Croce reliquiaria in rame dorato, cristallo di rocca e corallo della chiesa del Gesù di Casa Professa di Palermo, contente la reliquia di San Francesco Saverio e caratterizzata dall’iscrizione con il nome della nobile committente Caterina Papè Vignola, che Maria Concetta Di Natale riferisce alla collaborazione tra l’argentiere trapanese Andrea De Oliveri, l’orafo di origine lombarda Marzio Cazzola e il corallaro trapanese Thomas Pompeiano, e data agli anni 1619-162457.

A questo proposito, anche Gina Carla Ascione, descrivendo quanto avveniva a Napoli, scrive che «molto spesso nei tesori degli ordini erano conservati manufatti in corallo […] non molto diversi nello stile e nella tecnica da quelli che contemporaneamente si fabbricavano a Trapani e nel resto della Sicilia: dalle semplici collane, corone, bracciali, spesso donati alle statue dei santi protettori, alle composizioni più complesse ed articolate»58.

Appare ormai certo che il Collegio di Trapani59 dovette fungere, in termini di diffusione e di fornitura di manufatti in corallo, da tramite verso le altre case della Compagnia, non soltanto dell’intera Sicilia. Ciò costituisce un’ulteriore riprova del fatto che le maestranze trapanesi furono partecipi della circolazione culturale isolana, ma anche in grado di dettare mode e di affermarsi a livello internazionale per la sapienza compositiva e la raffinatezza delle proprie realizzazioni, nelle quali si rivelavano in grado di sfruttare con estrema padronanza e perizia tecnica i più pregiati materiali offerti loro dalla natura. Vincenzo Abbate riporta che il 1 gennaio 1622 vennero pagate 4 onze per statuette di corallo comprate a Trapani per il Padre Giuseppe Lamatina, Ministro della Casa Professa di Palermo; il 6 marzo 1637 l’argentiere palermitano Vincenzo Grosso si impegnò a fare un tosello d’argento e corallo per il Noviziato di Palermo; nel 1652 l’orafo trapanese Giovan Battista La Francesca vendette al Padre gesuita Don Giacomo Mirabili quattro candelabri per l’altare lavorati con il corallo; il 30 aprile 1731 vennero spese 8 onze dai Padri Gesuiti della Casa di San Francesco Saverio di Palermo per una “statuetta d’avorio di S. Sebastiano, legata in una rama di corallo con piedistallo di corallo ed argento”, 4 onze per una “statuetta della Madonna d’avorio con piedestallo di corallo ed argento”, 4 onze per un’altra simile raffigurante San Giuseppe d’avorio, e 2 per una “sopracarta di corallo ingastata in ottone addorato”60. Sappiamo, inoltre, che il 18 ottobre 1629 «la casa generalizia di Roma era in contatto con i Padri di Palermo per avere da Trapani corone da mandare addirittura in Tibet»61.

Pertanto, non stupisceaffatto che lo splendido Ostensorio in rame dorato, corallo, e smalti,oggi custodito al Cathedral Museum di Mdina (Fig. 8), giunga al Collegio dei Gesuiti di Valletta62 da Trapani tramite i confratelli siciliani. L’opera è da identificarsi senza alcun dubbio con quella citatail 18 luglio 1658 nel seguente documento: «Al Collegio di Trapani onze quaranta per tantehavute contanti dal Padre Rettore di Malta per via del clerico Paolo di (Fiamme) e sono per (sue) che doverà il Padre Procuratore spendere per la sphera de Corallo»63.

Un altro documento inedito, del settembre 1655, ci informa che i Gesuiti di Malta pagarono 105 scudi e 5 tarì «per la Sfera del Santissimo di Coralli, e cassetta per portarla»64. L’ostensorio65 appare strettamente raffrontabile con l’esemplare custodito nel tesoro della co-cattedrale di Valletta. Le due pregiate composizioni, che magistralmente uniscono il rame dorato, il corallo finemente lavorato e gli smalti, differiscono soltanto in piccoli dettagli, quali ad esempio l’assenza, in quella di Mdina, dei cammei minuziosamente intagliati sull’alzata del piede, mentre i cherubini alati della base sono in corallo, e non in rame dorato (Fig. 9). Pressoché identiche sono anche le dimensioni dei due manufatti, la sovrabbondante decorazione con coralli inseriti ‘a retroincastro’ (Fig. 10), nonché la struttura della raggiera, che ugualmente è conclusa da 31 elementi a lance e fiamme (Fig. 11). Appare verosimile ipotizzare che i due ostensori furono realizzati dalla medesima bottega trapanese, adusa a riproporre più volte gli stessi modelli oppure conosciuta, e pertanto richiesta sul mercato, proprio perché in grado di realizzare opere con determinate caratteristiche.

Un pregiato Capezzale ottagonale, oggi custodito in un ente ecclesiastico maltese (Fig. 12), mostra al centro le figure interamente scolpite nel corallo della Vergine del Pilar di tre quarti, con un braccio sollevato in atteggiamento benedicente, assisa sopra la colonna e circondata da alcuni angioletti, e dell’Apostolo San Giacomo Maggiore in preghiera, inginocchiato dinanzi a Lei66 (Fig. 13). Senza dubbio tale iconografia rispecchia precisi dettami della committenza, che quasi sicuramente dovette essere spagnola. Il capezzale, da collocare alla fine del XVII secolo anche per la totale assenza degli smalti, è non a caso interamente realizzato con la tecnica della ‘cucitura’. Scrive Maria Concetta Di Natale che «alla fine del Seicento e nel XVIII secolo, vanno pertanto mutando non solo le tipologie e i soggetti delle opere realizzate in corallo, ma anche le tecniche e i materiali impiegati. Così, alla più antica tecnica del retroincastro su rame dorato subentra quella della cucitura, tramite fili metallici e pernetti, dei singoli elementi di corallo, che non sono più lisci e dalla sagoma semplice e stilizzata, ma fitomorfi, floreali e ridondanti di motivi curvilinei»67. La fascia piatta della cornice, racchiusa all’interno e all’esterno da una modanatura con spolette coralline (singola nel primo caso, doppia nel secondo), è divisa in otto settori da costoloni in argento decorati al centro da pezzetti di corallo disposti verticalmente; al centro di ognuno di questi spazi stanno margherite in corallo circondate da piccoli elementi fitomorfi dello stesso materiale, a formare volute armonicamente disposte. La medesima decorazione, con margherite, piccoli fiorellini, girali fitomorfi in corallo, si ritrova nella fastosa cornice ‘a merletto’, che completa, arricchendolo, il manufatto, che è coronato in alto da un ampio motivo nastriforme. Il capezzale è un vivace e delicatissimo trionfo del prezioso materiale marino, in parte accostabile, per soluzioni compositive riguardanti la cornice e il fregio esterno, al Capezzale con Battesimo di Cristo della Fondazione Whitaker datato fine XVII – inizi XVIII secolo, similmente di foggia ottagonale e realizzato in rame dorato, corallo e argento, con otto elementi fitomorfi in argento a sezionare la cornice68; e alla Specchiera in rame dorato, corallo e smalti della seconda metà del XVII secolo già della Collezione Whitaker e oggi in collezione privata, che però presenta piccole cariatidi alate a dividere la fascia della cornice in otto parti69. Rispondenti al medesimo gusto sono, ancora, la Cornice ottagonale della fine del XVII secolo della Collezione Banca Popolare di Novara, suddivisa ugualmente in otto settori da fogliette in metallo dorato applicate in corrispondenza degli angoli70, e la coeva Cornice in rame dorato, corallo, smalto e madreperla oggi a Palazzo Abatellis, già nella collezione Antonello Governale71. Non è poi casuale, dal momento che quasi di certo la committenza del capezzale che oggi si trova a Malta dovette essere spagnola, che esso sembri richiamare, nel caratteristico motivo ‘a traforo’ merlettato della cornice esterna, le trine e i pizzi tanto cari alla moda iberica dell’epoca, che presto si diffuse anche in Sicilia.

Un altro manufatto che stupisce per la sua ricercatezza è l’inedito Capezzale con la visione di Sant’Antonio da Padova che si trova nei depositi del National Museum of Fine Arts di Valletta72 (Fig. 14). Fu acquistato dal Museo nel 1964, proveniente dalla collezione di Mons. Giuseppe Apap Bologna Navarra Cassia, Arcidiacono della Cattedrale maltese deceduto nel 196273. Si tratta di un’opera prodotta dalle maestranze trapanesi nella prima metà del XVIII secolo, ed è un aulico emblema di quel momento di trapasso in cui gli abili artigiani della città siciliana persero l’egemonia nella lavorazione del corallo volgendosi ad altre tecniche e materiali, ma con risultati ugualmente eccellenti. Tale capolavoro è, infatti, un trionfo di avorio, tartaruga, madreperla, ambra, agata, lapislazzuli, diaspro, pietre dure, paste vitree policrome, filigrana d’argento, vetro dipinto, rame e bronzo dorato, argento, mentre il corallo trova un esiguo, seppur importante, spazio nella ricca decorazione74. Il capezzale raffigura al centro (Fig. 15), disposti entro una scatola prospettica che suggerisce uno svolgimento in profondità oltre la lastra di lapislazzuli75, Sant’Antonio in ginocchio con indosso l’abito francescano, sopra un nugolo di nubi che quasi lo fa apparire sospeso da terra, e le braccia aperte rivolte in alto alla Vergine che tiene in braccio il Bambino che a sua volta pare protendersi verso il Santo. Essi risultano collocati in maniera diagonalmente simmetrica, in basso a sinistra Sant’Antonio, in alto a destra la Madonna col Bambino. A loro volta formano una X con altre due piccole sculture ugualmente disposte in diagonale, ovvero l’angioletto in basso a destra che offre il giglio a Sant’Antonio, suo elemento iconografico privilegiato, e il Padre Eterno in alto a sinistra circondato da nubi e con il globo in mano.Tra i due gruppi è presente anche la colomba dello Spirito Santo, mentre altri angioletti giocosi nelle posizioni più disparate completano la scena. Tutte queste figure sono integralmente realizzate in avorio, scolpito nei minimi dettagli, come denotano soprattutto il virtuosismo e la finezza d’esecuzione dei panneggi e la resa fisionomica dei personaggi. Racchiude la scena una cornice quadrata con sagoma a cassetta che presenta battuta e profilo bombati in tartaruga, con elementi decorativi in avorio agli angoli oltre che applicazioni in filigrana d’argento contenenti paste vitree verdi; la fascia piatta è in diaspro, con scudi contenenti pietre dure, in particolare agata, lapislazzuli e altri diaspri dalle cromie variegate, circondate da ampi motivi ornamentali in bronzo dorato. Ricchissimo e pervaso dal medesimo gusto polimaterico è l’ampio e arioso fregio fitomorfo composto da lussureggianti girali acantiformi, volute, festoni, elementi fogliacei in diverse qualità d’ambra (tra le quali spicca quella del Simeto, più chiara) e avorio, con piccoli inserti di madreperla e corallo, e ancora infiorescenze in avorio, corallo o ambra con paste vitree azzurre o verdi a mo’ di pistilli (Fig. 16), che colmano all’inverosimile la superficie dell’opera innestandosi sopra una lastra di vetro dipinto blu. L’aulica composizione è completata da un ridondante e articolato fastigio in bronzo dorato dove si ripete la medesima decorazione fitomorfa con volute in avorio e ambra, inserti corallini e piccoli fiori in filigrana d’argento con pietra centrale, che fa da cornice a un ovale d’agata,circondato lateralmente anche da due puttini festanti in avorio; a sua volta esso è coronato da un fiore in ambra, corallo e filigrana d’argento con pistillo simulato da un grossa pasta vitrea verde sfaccettata e foglie in madreperla (Fig. 17).

Pur essendo molte le opere che si potrebbero menzionare come termini di paragone, il Capezzale con Giuditta e Oloferne di collezione privata di Palermo76 è strettamente raffrontabile per la medesima esuberanza decorativa e perizia artigianale, oltre che per molti dettagli compositivi, tanto da fare ipotizzare che verosimilmente derivino dalla stessa bottega trapanese. Si ricordano anche i due capezzali delle collezioni del Museo Civico d’Arte Antica di Palazzo Madama di Torino raffiguranti il Riposo durante la fuga in Egitto e l’Apparizione della Vergine a un Santo frate, anch’esse creazioni di maestranze trapanesi della prima metà del XVIII secolo77. Rientra nella stessa tipologia anche la Cornice in rame argentato e dorato, avorio, corallo, madreperla, tartaruga, diaspro e vetro oggi al Museo Duca di Martina di Napoli78.

Da un punto di vista figurativo, nel panorama delle arti decorative trapanesi non è dato riscontrare una simile iconografia che riguardi Sant’Antonio da Padova79, soggetto religioso sicuramente voluto dalla prestigiosa committenza. Il culto e la devozione nei confronti del Santo ebbero grande incremento a Malta con il Gran Maestro António Manoel de Vilhena, in carica dal 1722 al 1736, che ne portava lo stesso nome e che era anch’egli portoghese. Si ricorda a questo proposito che all’interno di Fort Manoel, la fortificazione che fece costruire nel porto di Marsamxett, a nord-ovest di Valletta, fu edificata nel 1727 una cappella dedicata proprio a Sant’Antonio80.

D’altra parte una datazione del capezzale al terzo/quarto decennio del XVIII secolo appare compatibile con le caratteristiche tecniche, formali e stilistiche del manufatto, che si inserisce pienamente nella cultura tardobarocca di matrice mediterranea, che trova degna espressione nella sua ricchezza, nel raffinato accostamento di materiali diversi tra loro e nella coesistenza virtuosistica di effetti di luminosità e chiaroscuro: basti pensare alle calde tonalità della tartaruga e dell’ambra, all’intensità vibrante del rosso corallo, al candore dell’avorio, ai riflessi cangianti della madreperla e dei lapislazzuli, al luccichio del rame e del bronzo dorato, allo sfavillio policromo delle paste vitree di contro alla fredda ricercatezza delle pietre dure e all’effetto del vetro dipinto.

Un altro raffinatissimo Capezzale ottagonale trapanese pressoché coevo, pervaso dal medesimo gusto tardo-baroccheggiante e che mostra le medesime caratteristiche stilistico-compositive, si trova in una collezione privata maltese81, già di proprietà del Marchese Cassar de Sain/Testaferrata82 (Fig. 18). Anche in questo caso si tratta di un’opera che mirabilmente unisce materiali preziosi quali avorio, ambra, corallo, madreperla, diaspro, turchese, perle, paste vitree policrome, filigrana d’argento, vetro dipinto, rame e bronzo dorato, e argento. La scena centrale, realizzata interamente in avorio, raffigura la Sacra Famiglia con i Santi Anna e Gioacchino, Dio Padre e due angioletti, circondati da una cornice in diaspro che si sviluppa più in lunghezza che in altezza; essa presenta otto scudi in bronzo dorato contenenti ovali di turchese in corrispondenza degli spigoli, che sono collegati alla battuta e al profilo, ornati a loro volta da elementi fitomorfi eburnei, da perline disposte in verticale. Tutt’intorno è un superbo intreccio di complessi tralci acantiformi, girali, fiori in ambra, avorio e corallo che creano giochi di forme e colori culminanti in un fastigio che vede la presenza di uno scudo bronzeo contenente un grosso diaspro che pare retto da due angioletti in avorio, coronato da due identici fiori circolari sovrapposti, di dimensioni crescenti, composti da un turchese a simulare il pistillo, petali corallini intervallati da perle, e foglie in madreperla.

I capolavori considerati in questo contributo testimoniano, ancora una volta, il grande credito di cui godettero per secoli le maestranze della città siciliana nell’intero bacino del Mediterraneo, ai più alti livelli di committenza, dimostrando nello stesso tempo, se mai ce ne fosse bisogno, quanto fossero veritiere le parole che scriveva il canonico Mongitore quasi tre secoli fa: «si dilatò poi negli altri Trapanesi questa ingegnosissima arte con tanta perfezione, che l’opere uscite dalle loro mani si sono rese ammirabili, ed hanno abbellito i Musei, e Gallerie più ragguardevoli dè Grandi»83

  1. V. ABBATE, Le vie del corallo: maestranze, committenti e cultura artistica in Sicilia tra il Sei ed il Settecento, in L’arte del corallo in Sicilia, catalogo della mostra, a cura di C. MALTESE, M. C. DI NATALE, Palermo 1986, p. 51. Cfr. pure L. ORLANDINI, Trapani in una brieve descrittione tratta fuori dal compendio di cinque antiche città di Sicilia, insieme con un cantico spirituale alla Regina del Cielo, Trapani-Palermo 1605, p. 16. []
  2. Per notizie sulla presenza dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni a Malta cfr. G. BOSIO, Dell’Istoria della Sacra Religione e Ill.maMilitia di San Giovanni Gierosolimitano, Roma 1594 (Parte I e II) e 1602 (Parte III);FRA’ G. F. ABELA, Della descrittione di Malta isola nel mare siciliano con le sue antichità, ed altre notitie, IV libri, Malta 1647; FRA’ B. DAL POZZO, Historia della Sacra Religione Militare di S. Gio.vanni Gerosolimitano detta di Malta, 2 voll., Verona 1703-1715; R. AUBERT ABBÉ DE VERTOT, Histoire des chevaliers hospitaliers de St Jean de Jerusalem, 4vols., Paris 1726. Tra gli studi più recenti cfr. Hospitaller Malta 1530-1798. Studies on Early Modern Malta and the Order of St. John of Jerusalem, ed. by V. MALLIA MILANES, Malta 1993; T. FRELLER, Malta. The Order of St John, Malta 2010. []
  3. Sull’argomento cfr. M.C. DI NATALE, “Coll’entrar di Maria entrarono tutti i beni nella città”, in Il Tesoro Nascosto. Gioie e argenti per la Madonna di Trapani, catalogo della mostra a cura di M.C. DI NATALE, V. ABBATE, Palermo 1995, pp. 11-45. Cfr. anche EADEM, La Croce dei Cavalieri di Malta nelle arti decorative in Sicilia, in La presenza dei Cavalieri di San Giovanni in Sicilia. Atti e documenti, t. II, a. II, Roma 2002, pp. 40-42; EADEM, La croce dei Cavalieri di Malta, emblema-gioiello, nell’area mediterranea, in Vanity, Profanity & Worship: Jewellery from the Maltese Islands, catalogo della mostra, Malta 2013, pp. 16-17. []
  4. Per approfondimenti cfr. R.P. NOVELLO, ad vocem Nino Pisano, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 78, Roma 2013, che riporta la precedente bibliografia. Cfr. anche Andrea, Nino e Tommaso scultori pisani, catalogo della mostra, a cura di M. BURRESI, con un saggio di A. CALECA, Milano 1983. Per la statua della Madonna di Trapani cfr. V. SCUDERI, La Madonna di Trapani, in Il Tesoro Nascosto …, 1995, pp. 62-66. Cfr. anche IDEM, La Madonna di Trapani e il suo Santuario. Momenti, opere e culture artistiche, Trapani 2011 che riporta la bibliografia completa. []
  5. M.C. DI NATALE (Oro, argento e corallo tra committenza ecclesiastica e devozione laica, in Splendori di Sicilia. Arti Decorative dal Rinascimento al Barocco, catalogo della mostra a cura di M. C. DI NATALE, Milano 2001, p. 48) a proposito dei doni ricevuti nel corso dei secoli dalla Madonna di Trapani scrive che «particolarmente significativo appare quello ricordato nell’inventario dei beni mobili del Convento dei Carmelitani del 1647, relativo ad una “nave d’argento con il suo piede d’argento indorato fabricata sopra una lumaca di madre perla data da fr. Giacomo Marchese Cavaliere di Malta sopra della quale v’è una raja di corallo e d’argento indorato colla sua mezza luna d’argento dove ripone il SS. mo con la Madonna, Sant’Elia e l’Angelo di coralli” […] esempio di opera polimaterica che esprime un gusto talora caratteristico e caratterizzante molte opere d’arte decorative siciliane». []
  6. Cfr. V. ABBATE, Il Tesoro come Musæum, in Il Tesoro Nascosto…, 1995, p. 56, fig. 12. L’opera reca in basso un’iscrizione in latino che termina con la data della sua realizzazione, sfortunatamente oggi solo in parte leggibile («FraterNicolausCotonèr, Magnus HierosolymitanaeReligionisMagister, tetro contagio InsulâMelitæcorruptâ, et intercedente Beatissima DrepanensiumMatre, propulsato, cumdonisvotivastabellas et hancsuamEffigiem in testimoniumacceptibeneficiiemisit. anno MDCLX ***»), ma pare verosimile affermare che il 1676 rappresenti il termine post quem per la sua datazione. []
  7. T. FRELLER, Malta. The Order …, 2010, p. 184. Per notizie sulla peste del 1676 cfr. NLM Ms. 10 StromatumMelitens, ff. 303-314. Cfr. anche J. MICALLEF, The plague of 1676: 11,300 deaths, Malta 1985. []
  8. M.C. DI NATALE, I gioielli della Madonna di Trapani, in Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, catalogo della mostra, a cura di M. C. DI NATALE, Milano 1989, p. 63. []
  9. V. ABBATE, Le vie del corallo …, in L’arte del corallo …, 1986, p. 52. []
  10. Ibidem []
  11. A. DANEU, L’Arte trapanese del corallo, Palermo 1964, pp. 101-102. []
  12. Cfr. I. MIGUÉLIZ VALCARLOS, Orfebrería siciliana con coral en Navarra, in “OADI. Rivista dell’Osservatorio per le Arti Decorative in Italia”, A. 2 n. 1, Giugno 2011, pp. 112-115. []
  13. I. MIGUÉLIZ VALCARLOS, Orfebrería siciliana…, in “OADI…”, 2011, p. 114. []
  14. Cfr. C. ARNALDI DI BALME – S. CASTRONOVO, I coralli nelle collezioni sabaude: una ricognizione delle fonti inventariali e delle raccolte museali piemontesi, in Rosso Corallo. Arti Preziose della Sicilia Barocca, catalogo della mostra a cura di C. ARNALDI DI BALME, S. CASTRONOVO, Cinisello Balsamo 2008, p. 53, nota 77. []
  15. Ringrazio il Sig. Paul A. Attard, la Dott.ssa Cynthia de Giorgio, il Rev. Mons. Lawrence Mifsud, e il Sig. Anthony Casha per avermi permesso di vedere e studiare l’opera. L’ostensorio era già citato da A. Daneu, L’Arte trapanese …, 1964, pp. 57, 128, che però considerava Fra’ Berardo XIX Ferro donatore dell’opera. Per il manufatto cfr. pure A. FERRIS, Memorie dell’inclito Ordine Gerosolimitano esistente nelle Isole di Malta, Malta 1885, p. 92; M. ACCASCINA, Palinodia sull’arte trapanese del corallo, in “Antichità viva”, a. V, n. 3, Firenze 1966, p. 54; C. OMAM, The Treasure of the Conventual Church of St. John at Malta, in Silver and Banqueting in Malta. A collection of essays, papers and recentfindings, ed. by M. MICALLEF, Malta 1995, pp.154-155; N. DE PIRO, The Temple of the Knights of Malta, Malta 1999, p. 267; Restauri e riscoperte di scultura del Barocco Romano a Malta. Capolavori per l’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, a cura di S. GUIDO, Malta 2005, pp. 85-90; F. BALZAN, A. DEIDUN, Notes for a History of coral fishing and coral artefacts in Malta, in 60th Anniversary of The Malta Historical Society. A Commemoration, ed. by J. F. GRIMA, Malta 2010, p. 441; C. DE GIORGIO, The Great Temple. The Conventual Church of the Knights of Malta. 360°, Malta 2010, n. 54. []
  16. ACM Misc151 Stato di tutte le Gioie, Oro, Argento, Perle, Pietre, e altri Giogali piu pretiosi della nostra maggior Chiesa Conventuale, che secondo il nuovo Inventario fatto per tutto Ottobre 1687 si conservano nel …, f. 50. []
  17. ACM Misc. 150A Libro quinto della Chiesa, Inventario dello stato degl’Ori, Argenti, Gioje, ed altro della Maggior Chiesa Conventuale di S. Giovanni Cappella della Beatissima Vergine di Filermo, Parochia di S. Antonio Abbate e d’altre Cappelle, ed Oratorij dipende[n]ti dalla Sagra Religione …, terminato in Ottobre 1756, f. 39v. []
  18. «Appartenente a Fra’ Don Berardo XIX Ferro, già Fra’ Don Cesare, soprannominato il Trapanese, Cavaliere della Veneranda Lingua d’Italia della Sacra Religione Gerosolimitana, lo donò nel 1649». []
  19. Lo stemma della famiglia Ferro è campito di rosso, con una fascia orizzontale dorata. []
  20. F. MUGNOS, Teatro genealogico delle famiglie dé regni di Sicilia ultra e citra, I, Palermo 1647-1670, ris.an. Bologna 1978, p. 355 ci informa che dopo il primo Berardo Ferro, vissuto nel XIII secolo,«tutti i primogeniti, e successori ne’ beni vincolati, si chiamarono Berardi, con titolo di regij Cavalieri, ed altri discendenti di secondi geniti pure in gran numero honorati col titolo di regij Cavalieri». []
  21. Marito di Donna Teresa Riccio, fu padre di Antonia Ferro e Riccio. Per approfondimenti cfr. P. BENIGNO DI SANTA CATERINA, Trapani nello stato presente profana, e sacra. Opera divisa in due parti del P. Benigno da S. Caterina Agostin.oScalzo intitolata alla Vergine di Trapani, Parte prima Trapani profana, manoscritto del 1810 presso la Biblioteca Fardelliana di Trapani ai segni Ms. 199, p. 369. []
  22. G. M. DI FERRO, Biografia degli uomini illustri trapanesi dall’epoca normanna sino al corrente secolo, Trapani 1830, t. I, pp. 61-62 []
  23. Cfr. F. MUGNOS, Teatro genealogico …, 1647-1670, rist. an. Bologna 1978, pp. 356-357. Cfr. anche A. MINUTOLO, Memorie del Gran Priorato di Messina, Messina 1699, Libro Ottavo. Delle armi, e discendenze dei Cavalieri Gerosolimitani della Città di Catania, e Trapani, p. 277 []
  24. F. MUGNOS, Teatro genealogico …, 1647-1670, rist. an., Bologna 1978, p. 357. []
  25. P. BENIGNO DI SANTA CATERINA, Trapani nello stato presente …, Parte prima …, manoscritto del 1810 …, pp. 398-401. []
  26. Ibidem. []
  27. Per notizie sulla famiglia Ferro F. Mugnos, Teatro genealogico …, 1647-1670, rist. an. Bologna 1978, pp. 350-357; A. MINUTOLO, Memorie …, 1699, pp. 268-291. Cfr. pure P. Benigno di Santa Caterina, Trapani nello stato presente …, Parte prima …, manoscritto del 1810 …, pp. 398-402, 472-473 e 486-500; V. PALIZZOLO GRAVINA, Il Blasone in Sicilia ossia Raccolta Araldica, Palermo 1871-1875, p. 178; A. MANGO DI CASALGERARDO, Nobiliario di Sicilia, vol. I, Palermo 1871-1875, ris. an. Bologna 1902-1905, p. 285. []
  28. F. MUGNOS, Teatro genealogico …, 1647-1670, rist. an. Bologna 1978, p. 356. []
  29. Ibidem []
  30. F. MUGNOS, Teatro genealogico …, 1647-1670, rist. an. Bologna 1978, pp. 356-357. []
  31. M.C. DI NATALE, Ad laborandum curallum, in I grandi capolavori del corallo. I coralli di Trapani del XVII e XVIII secolo, catalogo della mostra a cura di V. P. LI VIGNI, M. C. DI NATALE, V. ABBATE, Milano 2013, p. 42, scrive che «la tecnica più antica di questa particolare lavorazione è detto “a retroincastro”, come si pensò di definirla insieme a Corrado Maltese in occasione della mostra L’Arte del corallo in Sicilia, tenutasi al Museo Regionale Pepoli di Trapani nel 1986. Tale tecnica consiste nell’inserimento nel rame dorato, preforato dal verso, di piccoli elementi di corallo levigato, baccelli, virgole, puntini fissati con pece nera, cera e chiusi con tela. L’opera nel retro veniva rifinita, infine, con un’altra lastra di rame lavorata e preziosamente decorata con punzonature per lo più fitomorfe, ma talora anche con scene». Cfr. anche L’arte del corallo …, 1986. []
  32. Negli ostensori di tale tipologia, che grosso modomostranole medesime dimensioni, il numero dei raggi oscilla tra ventinove e trentuno. Basti pensare all’Ostensorio custodito nel Cathedral Museum di Mdina, di cui si dirà più avanti, e a quelli presenti a Palazzo Abatellis a Palermo, per cui cfr. note 39e 40, infra. Cfr. anche nota 42, infra. []
  33. Per Fra Matteo Bavera cfr. M.C. Di Natale, Bavera Matteo, in Corallari e scultori in corallo, madreperla, avorio, tartaruga, conchiglia, ostrica, alabastro, ambra, osso attivi a Trapani e nella Sicilia occidentale dal XV al XIX secolo, a cura di R. Vadalà, in Materiali preziosi dalla terra e dal mare nell’arte trapanese e nella Sicilia occidentale tra il XVIII e il XIX secolo, catalogo della mostra, a cura di M. C. DI NATALE, Palermo 2003, pp. 370-371, con bibliografia precedente. []
  34. Cfr. L. NOVARA, Scheda 51, in I grandi capolavori …, 2013, p. 117, che riporta la ricca bibliografia precedente []
  35. M. C. DI NATALE, Ars corallariorum et sculptorum coralli a Trapani, in Rosso Corallo…, 2008, p. 21. []
  36. Cfr. L. NOVARA, Scheda 62, in I grandi capolavori …, 2013, p. 128, con bibliografia precedente []
  37. Cfr. L. NOVARA, Scheda 44, in I grandi capolavori …, 2013, p. 109, con bibliografia precedente. []
  38. Cfr. D. STEHLÍKOVÁ, Opere siciliane di corallo e avorio nelle collezioni ceche, in Il tesoro dell’Isola. Capolavori siciliani in argento e corallo dal XV al XVIII secolo, catalogo della mostra a cura di S. RIZZO, vol. I, Catania 2008, pp. 350-352; Bohemia Sancta. Tesori d’arte cristiana in Boemia, catalogo della mostra a cura di D. STEHLÍKOVÁ, Praga 2004, p. 14. []
  39. Cfr. C. DELL’UTRI, Scheda 55, in I grandi capolavori …, 2013, p. 121, con bibliografia precedente. []
  40. Ibidem. []
  41. A. DANEU, L’Arte trapanese …, 1964, p. 144, n. 170, tav 23c. []
  42. Cfr. R. VADALÀ, Scheda 56, in I grandi capolavori …, 2013, p. 122, con bibliografia precedente. []
  43. Ibidem. []
  44. A. DANEU, L’Arte trapanese …, 1964, p. 136. []
  45. Ringrazio il Rev. Gino Gauci per avermi permesso di vedere e studiare l’opera. Per notizie sulla chiesa cfr. A. FERRES, Descrizione Storica delle Chiese di Malta e di Gozo, Malta 1866, pp. 200-201; A. FERRIS, Memorie dell’inclito Ordine …, 1885, pp. 114-116. Cfr. anche G. DARMANIN DEMAJO, Le Chiese della Lingua d’Italia in Malta, in “Archivio Storico di Malta”, a. II, fasc. 1 (ottobre-dicembre), Roma 1930, pp. 23-36; Chiesa di Santa Caterina d’Italia, La Valletta, Malta, ed. by G. GAUCI, Malta 1996. Oggi è la chiesa parrocchiale della comunità italiana residente a Malta. []
  46. Cfr. R. CINÀ, Scheda 52, in I grandi capolavori …, 2013, p. 118, che riporta la bibliografia precedente. []
  47. Cfr. L. MARINO, Scheda 53, in I grandi capolavori …, 2013, p. 119, con bibliografia precedente. []
  48. Cfr. C. DELL’UTRI, Scheda 57, in I grandi capolavori …, 2013, p. 123, con bibliografia precedente []
  49. AOM 1965 Inventario delle Supelletteli Della Chiesa di Sta Catarina A (Atti Priorali). []
  50. Per approfondimenti cfr. A. FERRIS, Memorie dell’inclito Ordine …, 1885, p. 114. []
  51. M.C. DI NATALE, Maestri corallari trapanesi dal XVI al XIX secolo, in Materiali preziosi …, 2003, p. 31, scrive che un «Crocifisso di corallo particolarmente elogiato fu quello donato nel 1687 dai Padri Filippini di Palermo a quelli di Roma […]», e che «Padre Andrea Bini da Spello, Ministro Generale dei Padri Minori Conventuali, negli anni 1665-70, “ritornando di Sicilia” donava al Cardinale Fachinetti quel calice di corallo che l’alto prelato a sua volta offriva alla Basilica di San Francesco ad Assisi, destinato a servire “l’altare del Gloriosissimo Patriarca S. Francesco e nelle solennità maggiori la Chiesa di Sopra”». D’altra parte, come già accennato parlando di Fra’ Matteo Bavera, i Francescani Conventuali di Trapani possedettero alcune opere in corallo che sono a tutt’oggi tra le più alte realizzazioni conosciute, dovute proprio al suddetto maestro corallaro trapanese che si era ritirato come fratello laico presso il loro convento, contribuendo, proprio come i Gesuiti, alla fortuna e alla diffusione di tali manufatti presso gli altri conventi dell’Ordine. Cfr. I grandi capolavori …, 2013, passim. E ancora, V. ABBATE, Le vie del corallo …, in L’arte del corallo …, 1986, p. 55, scrive che «Oratoriani, Teatini, Crociferi, Domenicani non furono da meno. Oltre ai ricami, pare in particolare che i monasteri femminili di alto rango preferissero calici ed ostensori con applicazioni di corallo; si ricordino per esempio gli ostensori di provenienza palermitana per le monache francescane di San Vito, le Basiliane del SS. Salvatore, per il monastero delle Carmelitane dell’Assunta di Via Maqueda […]; o quello per le monache Benedettine di Montevergine a Sortino; il calice ora al Pepoli per le Benedettine di S. Pietro a Marsala». []
  52. V. ABBATE, Le vie del corallo …, in L’arte del corallo …, 1986, p. 54.  Per l’argomento cfr. Idem, Corallo: “L’arte di lavorare con tal finezza in materia sì difficile”, in I grandi capolavori …, 2013, pp. 57-63. []
  53. Cfr. D. SCANDARIATO, Scheda 71, in I grandi capolavori …, 2013, pp. 138-139, che riporta la bibliografia precedente. []
  54. A. BUSCAINO, I Gesuiti di Trapani, Trapani 2006, pp. 238-239. []
  55. A. BUSCAINO, I Gesuiti…, 2006, p. 100. []
  56. M. VITELLA, Il Tesoro del Collegio dei Gesuiti di Trapani, in Itinerari d’arte in Sicilia, a cura di G. BARBERA, M.C. DI NATALE, Napoli 2012, p. 149. []
  57. Cfr. M.C. DI NATALE, Ad laborandum …, in I grandi capolavori …, 2013, p. 45 e EADEM, Scheda 46, in I grandi capolavori …, 2013, p. 111con bibliografia precedente. Per Marzio Cazzola cfr. EADEM, Un orafo Lombardo a Palermo: Marzio Cazzola, in Itinerari d’arte …, 2012, pp. 106-110. Per i tre Paliotti e la Pianeta decorati con il corallo che si trovano oggi a Casa Professa cfr. R. CIVILETTO, Schede 3, 14 e 16, in Architetture barocche in argento e corallo, catalogo della mostra a cura di S. RIZZO, Catania 2008, pp. 112-113, 162-167 e 174-177 che riportano la bibliografia precedente; M.C. DI NATALE, Scheda 175, in L’arte del corallo …, 1986, p. 370. []
  58. G.C. ASCIONE, Storia del corallo a Napoli dal XVI al XIX secolo, Napoli 1991, p. 64. []
  59. Per notizie sull’argomento cfr. A. BUSCAINO, I Gesuiti …, 2006. []
  60. V. ABBATE, Le vie del corallo …, in L’arte del corallo …, 1986, p. 66, nota 19.  []
  61. V. ABBATE, Le vie del corallo …, in L’arte del corallo …, 1986, pp. 54-55. []
  62. Il Collegio dei Padri Gesuiti di Valletta fu fondato il 12 novembre 1592 mentre era vescovo di Malta Fra’ Tommaso Gargallo (1578-1614) e Gran Maestro dell’Ordine Fra’ Hughes Loubenx de Verdalle (1582-1595). La loro espulsione dall’Isola avvenne nell’aprile 1768 per volontà del Gran Maestro Fra’ Manuel Pinto de Fonseca (1742-1773), ovvero cinque anni prima della soppressione e dissoluzione della Compagnia di Gesù decretata da Papa Clemente XIV. Per approfondimenti cfr. A. FERRIS, Storia Ecclesiastica di Malta raccontata in compendio, Malta 1877, pp. 210-212.Per notizie sulla chiesa del Gesù di Valletta cfr. A. FERRES, Descrizione Storica …, 1866, pp. 190-195. []
  63. ASPa, Case ex Gesuitiche, Qq 11, c. 57v. Soltanto la seguente notizia «18 luglio 1650. Una sfera di Corallo viene fatta a Trapani per il Collegio gesuitico di Malta» era già presente in V. ABBATE, Le vie del corallo …, in L’arte del corallo …, 1986, p. 66, nota 19, con diversa datazione. []
  64. ACM Gesuiti, Giornale e Maggiore, Lettera F, 1646-1661, f. 371. []
  65. Ringrazio il Rev. Dr Edgar Vella, per avermi concesso di studiare l’opera. T. TERRIBILE, Treasures in Maltese Churches. Valletta, Malta 2002, p. 175 e F. BALZAN, A. DEIDUN, Notes for a History of coral …, in 60th Anniversary …, 2010, p. 441 citano il manufatto. []
  66. Secondo la tradizione, la Vergine apparve vicino alle sponde del fiume Ebro per confortare l’Apostolo, deluso dai risultati della sua predicazione, e gli donò un pilastro(pilar) chiedendogli di edificare un tempio in suo onore nelle vicinanze. L’attuale Santuario della Beata Vergine del Pilar di Saragozza sorgerebbe, appunto, sul luogo che ospitò la primitiva cappella eretta dall’Apostolo in perpetuo ricordo di tale miracolo. Per il culto della Vergine del Pilar a Malta cfr. V. BORG, Various Marian Devotions, in Marian Devotions in the Islands of Saint Paul (1600-1800), ed. by. V. BORG, Malta 1983, pp. 205-206. []
  67. M.C. DI NATALE, Ad laborandum …, in I grandi capolavori …, 2013, p. 51. []
  68. Cfr. Scheda 42, in C. DEL MARE – M.C. DI NATALE, Mirabilia Coralii. Capolavori barocchi in corallo tra maestranze ebraiche e trapanesi, catalogo della mostra a cura di C. DEL MARE, Napoli 2009, pp. 188-189, che riporta la bibliografia precedente. []
  69. Cfr. C. BAJAMONTE, Scheda 85, in I grandi capolavori …, 2013, p. 157, con bibliografia precedente. []
  70. Cfr. L. MARINO, Scheda 86, in I grandi capolavori …, 2013, p. 158, con bibliografia precedente. []
  71. Cfr. M.C. DI NATALE, Scheda 226, in Il tesoro dell’Isola …, vol. II, 2008, pp. 1011-1012, con bibliografia precedente. []
  72. Ringrazio il Dott. Sandro Debono per avermi permesso di studiare l’opera. []
  73. Un ringraziamento va al Marchese Nicholas de Piro, per l’informazione fornitami. []
  74. A questo proposito M.C. DI NATALE (Scheda 106 …, in I grandi capolavori …, 2013, p. 184) scrive che «il desiderio di percorrere nuove vie e trovare nuove soluzioni tecniche per tali creazioni artigianali, forse a poco a poco stimolato anche dalla progressiva rarefazione dei banchi di corallo, nonché dalle vicende storiche che provocarono la diaspora di buona parte dei corallari, fanno sì che esso lentamente scompaia come prodotto tipico delle maestranze trapanesi, via via sostituito da altri quali la madreperla, la tartaruga e l’avorio». []
  75. Basti osservare il soffitto a cassettoni, le pareti laterali e l’architettura sullo sfondo in metallo dorato, oppure il diradarsi dei gradini in pietre dure. []
  76. Cfr. M.C. DI NATALE, Ad laborandum…, in I grandi capolavori …, 2013, p. 52, che riporta la bibliografia precedente. []
  77. Cfr. M.C. DI NATALE, Ars corallariorum …, in Rosso Corallo …, 2008, p. 30, con bibliografia precedente. []
  78. Cfr. A. DANEU, L’Arte trapanese …, 1964, p. 134, n 101, tav. XXXII; L. ARBACE, L’arte della tartaruga a Napoli nel Settecento e P. GIUSTI, Scheda 5, in L’arte della tartaruga. Le opere dei Musei napoletani e la donazione Sbriziolo-De Felice, catalogo della mostra a cura di L. ARBACE, Napoli 1994, pp. 26 e 50-51, con bibliografia precedente. Cfr. pure E. COLLE, Il mobile barocco in Italia. Arredi e decorazioni d’interni dal 1600 al 1738, Milano 2000, p. 50; M.C. DI NATALE, I maestri corallari trapanesi dal XVI al XIX secolo e Scheda VI.7, in Materiali preziosi …, 2003, pp. 36-37 e 271. []
  79. Per quanto concerne l’iconografia di Sant’Antonio nelle arti decorative trapanesi cfr. T. CRIVELLO, Sant’Antonio di Padova, in Materiali preziosi …, 2003, pp. 201-203. Per l’iconografia di Sant’Antonio da Padova cfr. L. RÉAU, Iconographie de l’Art Chrétien, t. III Iconographie des Saints I, Paris 1958, pp. 115-122; M.L. CASANOVA, ad vocem Antonio di Padova, in Bibliotheca Sanctorum, vol. II, Roma 1962, pp. 180-186. []
  80. A. FERRIS, Storia Ecclesiastica di Malta … 1877, p. 269. Cfr. anche Idem, Memorie dell’inclito Ordine …, 1885, pp. 53-54. Ornava l’altare della Cappella un dipinto del pittore maltese Gian Nicola Buhagiar (1698-1752) con Sant’Antonio, che oggi si trova al National Museum of Fine Arts di Valletta. []
  81. Cfr. N. DE PIRO, The Quality of Malta. Fashion and Taste in Private Collections, Malta 2003, pp. 194-195. []
  82. Ringrazio il Marchese Nicholas de Piro per avermi gentilmente fornito la notizia. []
  83. A. MONGITORE, Della Sicilia ricercata nelle cose più memorabili, t. II, Palermo 1742-43, rist. an. Bologna 1977, p. 114. []