Salvatore Serio

salvatoreserio78@gmail.com

Argenti messinesi ad Alcara Li Fusi

DOI: 10.7431/RIV08042013

La difficoltà nel ricostruire l’identità di una delle maestranze più importanti dell’Isola, quella degli argentieri messinesi dal XVII ai primi del XIX secolo, ha come causa principale la dispersione delle fonti documentarie e la difficoltà nel reperire opere realizzate da questi artisti. «Ciò che rimane dell’incessante stratificazione culturale è ben poco: ricchissima di monumenti e di testi figurativi (pittorici, musivi, plastici) e di innumerevoli oggetti di oreficeria, dell’arte tessile e dei prodotti di un artigianato tra i più vari e raffinati, la città venne irrimediabilmente devastata e impoverita dal grave terremoto del 1908, dai successivi saccheggi, e infine dalla demolizione davvero selvaggia e cieca di quanto era sfuggito alla catastrofe, e che si sarebbe potuto salvare, ma che nulla diceva alla ottusa e brutale burocrazia dell’Italia Unita. In seguito, i terribili, incessanti bombardamenti del 1943 distrussero molto di  quel che non era stato annientato dal sisma»1. Il ritrovamento di nuove opere, il loro censimento e una catalogazione attenta dei marchi rilevati su di esse, costituiscono un ulteriore contributo per tracciare un quadro storico-artistico il più esaustivo possibile2. Consentono, come osserva Maria Concetta Di Natale, di far affiorare «maestri spesso dimenticati che hanno talora prodotto veri capolavori d’arte»3. In tal senso, si rivela di estremo interesse la presenza ad Alcara Li Fusi4 di un importante novero di suppellettili liturgiche di manifattura messinese. Oltre a quelli facenti parte del tesoro della Chiesa Madre, editi da Sebastiano Di Bella5, infatti, nel piccolo centro dei Nebrodi troviamo una collezione di argenti custoditi nel museo di Arte Sacra. I manufatti realizzati a Messina presi in esame in questo breve saggio sono una piccola parte di quelli esposti nel museo che, oltre a dipinti, statue lignee e paramenti sacri, offre una panoramica di argenti la cui periodizzazione va dal XVI al XX secolo (1925) da riferire a maestranze operanti in tutta la Sicilia. Il Museo di Alcara, istituito nel 2003, è stato allestito nei locali dell’ex monastero dedicato all’apostolo Sant’Andrea, costruito nel 1559 per ospitare una comunità monastica femminile che viveva sotto la regola di San Benedetto6.  Oltre a questo cenobio vi «erano in Alcara due conventi, uno dei Minori Conventuali […]; l’altro dei Cappuccini[…]»7. Il primo fu costruito nel 1523 e dedicato a San Michele Arcangelo, mentre il secondo fu fondato nel 1574 e definitivamente completato nel 16248. Con molta probabilità alcune delle suppellettili in esame facevano parte dell’arredo liturgico di questi luoghi ma, dopo la soppressione del 1866-67,9 vennero raccolte in un’unica sede, la chiesa parrocchiale di San Pantaleone insieme a quelle provenienti da chiese chiuse o in disuso10.

Le suppellettili di Alcara Li Fusi recano tutte la bulla di Messina, una croce entro scudo sormontato da corona e, lateralmente, a sinistra M e a destra S (Messanensis Senatus)11.

Il più antico tra i manufatti analizzati nel presente lavoro è l’inedito calice che mostra due parti non omogenee assemblate a posteriori (Fig. 1). Esso poggia su una base circolare a gradoni, decorata con i simboli della Passione di Cristo: i tre dadi, la canna con la spugna e la fiaccola, la brocca, il martello e la tenaglia, la corona di spine, le lance, la croce, le scale incrociate, la veste, la colonna, alternati in tondi grandi e piccoli. Il corto fusto, con nodo ovoidale tipico delle suppellettili della fine del XVI e inizio del XVII secolo12, realizzato in rame dorato, presenta i medesimi elementi incisi. Sotto la base è leggibile un’iscrizione: X+H LERON· SVRDVS·MED: ALCAR: B:NIC:HIER: DICAVIT 1614, che ci permette di datare il piede. La coppa in argento dorato è priva  motivi decorativi, a eccezione dell’aggettante modanatura centrale, reca la sigla PET-PRO, da riferire all’argentiere messinese Pietro Provenzano, già segnalato dall’Accascina13  e documentato negli atti del notaio Ignazio Maiorana del 166514. Attivo nella seconda metà del XVII secolo, «la sua bottega viene ricordata insieme a quella di Giuseppe Provenzano da G. Fighera, nel suo poemetto in versi scritto in onore della Madonna della Lettera per la solenne festa del 3 giugno del 1665»15. Lo stesso marchio è riscontrabile su una cornice di cartagloria del museo Regionale di Messina16,  su un ostensorio della Chiesa Madre di Forza d’Agrò17 e su un turibolo della Chiesa Madre di Alì18.  Riporta ancora il punzone dell’argentiere Pietro Provenzano un’aureola del tesoro alcarese (Fig. 2). Posta a ornamento di immagini sacre, l’aureola è composta da uno o più cerchi concentrici da cui si dipartono raggi e motivi simbolico ornamentali. Più o meno preziosa si applica in senso trasversale o verticale all’immagine sacra con un perno o puntale19. Il manufatto nebroideo realizzato a sbalzo e cesello, è decorato da un rosone centrale, iscritto in una corona con motivi fitomorfi e piccoli ovuli. Da esso si dipartono raggi alternati a foglie carnose, una cornice esterna formata da una combinazione di volute e motivi acantiformi e un cordoncino composto da grossi ovuli. Diverse aureole sono presenti nel tesoro della Chiesa Madre di Regalbuto, come quella della statua lignea di San Vito della prima metà del XVII20; la coppia per reliquiario a busto vidimata dal console palermitano Geronimo de Liuni in carica nel 1693-94 e realizzate da Andrea Mamingari21; quella per la statua di Gesù Bambino del 1720-2122 e quella della statua di S. Giuseppe della prima metà del XVIII secolo23.

«Nella seconda metà del Seicento la punzonatura della suppellettile d’argento si caratterizza in linea di massima per la soppressione della data (che sarà riproposta dopo il 1690) e per la presenza del nominativo espresso quasi per intero e abbinato allo stemma della città. […] Il tipo di marchio con la sintesi del nome e del cognome dell’argentiere si riscontra con notevole frequenza nelle opere eseguite dopo il 1665»24.

Altra pregevole opera di Alcara Li Fusi su cui ritroviamo un altro punzone riconducibile a questa tipologia, il marchio AND. FRA25 dell’argentiere Andrea Frassica (Fig. 3), è il ricettacolo di un reliquiario26. Attivo nella seconda metà del XVII secolo,  le sue iniziali sono presenti sul busto reliquiario di Santa Maria Maddalena nella chiesa di San Giovanni Battista a Ragusa e sul busto di San Francesco Saverio del museo Diocesano di Monreale27. Risultato dell’assemblaggio di due parti di epoche diverse, il reliquiario (Fig. 4) è costituito da una base polilobata a gradoni, decorata con motivi fitomorfi e volute, fusto con elementi vegetali e nodo a sezione triangolare con grappoli d’uva aggettanti ai vertici. La teca presenta un ricco decoro floreale e vegetale, al centro del quale il portareliquie ovale è affiancato da due nicchie con i Santi Sebastiano28 e Biagio29, raffigurati con i rispettivi attributi iconografici. La presenza dei Santi  farebbe pensare che la suppellettile provenga dalla chiesa, non più esistente, di San Sebastiano che, come un inventario redatto nel 1926 riferisce, «contiene due statue raffiguranti San Sebastiano e san Biagio, tre altari, una reliquia, una aureola di argento e due quadri»30. Sul primo gradino della base è presente la sigla OL·83 dell’anonimo console che appose il suo punzone nel 1783. Il piede del manufatto è stilisticamente raffrontabile a quello del calice del 1780, proveniente dalla chiesa dell’Addolorata di Niscemi31.

Altra opera non omogenea è l’inedito calice (Fig. 5) con base circolare gradinata, segnata da due sottili modanature, da cui si erge il corto fusto estremamente semplice, dal nodo ovoidale in rame dorato. Il piede è databile ai primi del Seicento, in quanto risente di quei modi tardo cinquecenteschi di derivazione napoletana, introdotti in Sicilia grazie alla circolazione di opere e  artisti32. Stesse  caratteristiche sono riscontrabili in diverse opere siciliane della seconda metà del XVI e del XVII secolo, come ad esempio la base del reliquiario di Erice della seconda metà del XVI secolo33, quella del reliquiario a palmetta dei Santi Vincenzo, Innocenzo, Felice e altro santo e del reliquiario di San Pietro, entrambi del XVII secolo, conservati presso la Chiesa Madre di Geraci Siculo34. Diverse peculiarità ha il sottocoppa dell’opera alcarese che, prodotto di una cultura postuma, è decorato con motivi fitomorfi e cartouche rococò, reca il punzone alfanumerico P·I 756, mentre la coppa la bulla consolare DI 755.

Degni di nota sono i tre ostensori messinesi, due dei quali assolutamente inediti, della collezione oggetto del presente studio. L’ostensorio destinato alla solenne esposizione del Santissimo Sacramento e ad essere trasportato in processione, anticamente aveva una forma molto simile a quella dei reliquari, infatti, l’ostia consacrata era accomunata al corpo di Cristo e quindi considerata reliquia35. Il più antico dei tre (Fig. 6), su più punti, presenta, insieme alla bulla di garanzia, le iniziali VB65 del console in carica nel 1765 che, con molta probabilità, può essere identificato con Vito Blandano, argentiere che « lavorò al baldacchino della Madonna della Lettera dal 1756 al 1769 e poi, nel 1783, al fercolo d’argento nel Duomo di Acireale»36. Lo stesso console Blandano ha vidimato una teca per ostie alcarese (Fig. 7), anch’essa realizzata, come farebbe pensare la sigla SV riscontrata, dall’argentiere Stefano Vinci attivo in quegli anni37. La teca da viatico del centro nebroideo è di semplice fattura ed è chiusa da un coperchio segnato da modanature e decorato con motivi fitomorfici. Una crocetta apicale completa il manufatto che presenta analogie con la teca eucaristica del XVIII secolo, conservata presso la parrocchia di S. Bartolomeo nell’isola di Lipari38 e con quella della Chiesa Madre di Regalbuto di maestranza catanese del quarto decennio del Settecento39. L’ ostensorio di Alcara presenta un decoro di gusto rococò, come si evince dalla base gradinata e tripartita da volute sovrastate da un ulteriore elemento decorativo in argento dorato. La base, inoltre, è caratterizzata dalle tre figure teologali con i rispettivi attributi iconografici: la Fede che regge in mano il calice con l’ostia e la croce, la Speranza rappresentata con l’ancora e la Carità che allatta un bambino40. Seguono il fusto con nodo vasiforme e teste di cherubini aggettanti ai vertici, elementi di chiara ascendenza barocca, e il globo terrestre con fascia zodiacale, su cui poggia la figura del simbolico pellicano41, a tutto tondo, «che traendo dal suo stesso petto il nutrimento per i piccoli è chiaro traslato del sacrificio di Cristo»42. Questa compresenza di stili si mantiene fino a metà secolo, a causa dell’attaccamento alla tradizione della committenza ecclesiastica che convive con le novità stilistiche e le tematiche introdotte da Giacomo Amato43. L’attività dell’Amato, «progettista di apparati effimeri e di moltissimi disegni di arredi sacri, realizzati al suo rientro da Roma, che influenzano l’ambiente messinese nel corso del Seicento e dei primi del Settecento»44, è ispirata al barocco romano di matrice beniniana che costituisce la base della nuova tendenza rococò45.  La teca, con fitti raggi disuguali in argento e argento dorato, è arricchita da otto testine di cherubini in rilievo, mentre la cornice è ornata da elementi che ancora una volta rimandano al motivo Cristologico: i grappoli d’uva e i pampini di vite. Un simile ricettacolo a raggiera, decorato da quattro coppie di cherubini alati tra nuvole, posti ai punti cardinali, caratterizza l’ostensorio del 1771 realizzato da Domenico Gianneri per la chiesa di Santa Maria dell’Itria ad Acireale46, mentre la figura del pellicano la ritroviamo in quello della Chiesa Madre di Caccamo47.

Riconosciamo l’allegoria della Fede48 anche sul secondo ostensorio di Alcara Li Fusi (Fig. 8). Da una base modanata quasi circolare a più livelli, l’ultimo dei quali bombato e diviso in più settori decorati a sbalzo con elementi fitomorfici che si estendono sino al collo della base, prende l’avvio il fusto che ha un nodo di forma ellittica, delimitato da collarini e culminante, in una figura femminile a tutto tondo. La statuetta ha l’espressione del volto estatica e si riscontra una piccola abrasione su entrambe le mani a cui, un tempo, erano saldati gli altri simboli che, insieme al piede destro che calpesta il mappamondo, a significare l’universalità del messaggio cristiano, ne assegnano l’identità. La scultura funge da raccordo con la raggiera, composta da una serie di fasci di raggi disuguali in argento e argento dorato che si levano dalla cornice attorno alla lente arricchita da decori geometrici e contornata da una corona di rose assicurata tramite viti. Su quasi tutti i raggi si legge la bulla di garanzia della città di Messina, lo scudo crociato e coronato compreso tra le lettere M e S, la sigla GBG03 riferita al console degli argentieri in carica nel 1803 e le altre lettere GG o CC iniziali dell’artefice. Sulla base si leggono, sempre accompagnati dal marchio della maestranza messinese, i punzoni P. D. e VLO. Il marchio P.D. potrebbe riferirsi all’argentiere Pietro Donia, il cui punzone è apposto anche su un ostensorio del 1736 della chiesa della SS. Annunziata a Messina49 e su un altro esemplare con la raffigurazione della Fede del 176550.

Il terzo ostensorio51 (Fig. 9) è descritto in una scheda di catalogazione inviata alla Regia Soprintendenza il 2 maggio 1923 ed era conservato nella sacrestia della chiesa Parrocchiale di Alcara Li Fusi prima di essere trasferito nel museo di Arte Sacra52. La base è caratterizzata dalla presenza di tre allegorie femminili a tutto tondo, ognuna seduta su una nube, alternate a simboli della Passione di Cristo. La prima è con le mani (oggi prive di attributi iconografici) rivolte verso l’alto, la seconda con una fiammella sulla mano destra e una sul capo (Carità) mentre l’ultima regge con la destra una colonna (Fortezza). La rappresentazione di figure allegoriche di virtù in Sicilia trovano riferimento, oltre che nelle immagini dell’Iconologia di Cesare Ripa53, nelle esecuzioni dello stuccatore Giacomo Serpotta54, che dallo stesso Ripa trasse spunto per gli abiti e le posture dei propri stucchi.  Il fusto, dal movimento sinuoso con nodo vasiforme, è sormontato dall’allegoria della Fede, identificabile per la croce retta dalla mano sinistra, sebbene la destra non presenti oggi il calice. La teca è impreziosita da un giro di pietre rosse e da una cornice alternata da un fiocco e un elemento geometrico, contornata a sua volta da un tralcio fiorito con rose e grappoli d’uva. Dalla teca partono fasci di raggi di diversa lunghezza in argento e argento dorato. L’opera mostra strette analogie stilistiche con l’ostensorio di argentiere ignoto conservato nella Chiesa Madre di Galati Mamertino55 e con l’ostensorio di fattura messinese della Chiesa Madre di Gesso56. Nell’ostensorio raggiato è leggibile in diverse parti il punzone del console FF93 che vidima l’opera nel 1793 e quello dell’artefice GCO, purtroppo non identificati. Il medesimo marchio consolare è stato riscontrato su un ostensorio della Chiesa Madre di Santa Maria a Sant’Angelo di Brolo57; su un turibolo di Geraci Siculo58; su uno di collezione privata di Catania)59 e su una coppia di corone esposta nel museo di Alcara (Fig. 10).  I due manufatti alcaresi, a fastigio chiuso,  sono caratterizzati ciascuno da un giro di base ornato da elementi fitomorfi e geometrici che simulano i castoni di gemme, su modello delle corone seicentesche ornate da pietre preziose e smalti60, mentre la parte superiore ripropone un motivo vegetale e volute affrontate e affiancate concluse da un fiore stilizzato. Gli arredi realizzati dall’argentiere con punzone NL, purtroppo non identificato,trovano un raffronto stilistico-tipologico con la corona realizzata da un argentiere messinese della seconda metà del XVIII secolo, conservata nella chiesa di San Francesco  detta di “Sant’Antonio” di Lipari61.

Nel Seicento e nel Settecento si era soliti adornare dipinti di santi o Madonne con corone d’argento sovrapposte alla pellicola pittorica, che spesso danneggiavano le opere stesse62. Di questa tipologia è la corona (Fig. 11) formata da una fascia demarcata da due bordi sbalzati contenenti motivi geometrici che simulano pietre preziose incastonate, mentre al di sopra si sviluppa una composizione di volute ed elementi fitomorfici. Al centro è applicata una piccola cornicetta rotonda di tessuto rosso e una pietra trasparente. L’opera reca le sigle C· P e PG, associate a ignoti argentiere e console. La sigla PG è presente sulla base di una pisside proveniente dalla chiesa di San Domenico di Sant’Angelo di Brolo datata alla seconda metà del secolo XVIII63 e sul piede di un’altra pisside della Chiesa Madre di Rometta64; il marchio con le lettere CP, invece, è presente su un calice con coppa dorata del 1798 della Chiesa Madre di Geraci65. L’ornamento mostra delle analogie con due corone per quadro del XVII secolo provenienti dalla parrocchia di San Bartolomeo nel comune di Lipari66.

Nel tesoro alcarese si trova un’altra corona (Fig. 12)  che ha la base circolare decorata da due cornicette con perline, mentre all’interno presenta elementi romboidali e ovoidali intramezzati da figure circolari che simulano castoni di gemme. La parte superiore si caratterizza per il ricco decoro costituito da motivi vegetali, volute affrontate e contrapposte concluse da un elemento fogliaceo. Dal fastigio chiuso s’innalzano quattro volute che culminano con un globo sormontato da crocetta apicale. La corona presenta la triplice punzonatura costituita dallo stemma della città di Messina, il punzone del console DMC8(?) e la sigla dell’esecutore SI. Il marchio dell’anonimo argentiere messinese SI è presente su diverse suppellettili, appartenenti alla Chiesa Madre di Rometta: due calici, uno del 1780 e l’altro del 1782, due turiboli del 1790 e 1798, una lampada pensile del 179467. Il punzone è stato inoltre rilevato dall’Accascina su una croce d’argento dell’ex Chiesa Madre di Caltagirone68. L’opera mostra delle analogie stilistiche con una corona di Geraci Siculo del XVIII secolo che reca la sigla degli argentieri messinesi GP e SV69.

Nel viaggio tra le opere inedite di manifattura messinese presenti ad Alcara Li Fusi incontriamo un ex voto della Madonna del Carmelo (Fig. 13). L’opera, costituita da una lamina d’argento di forma ottagonale applicata su supporto ligneo, rappresenta la Madonna del Carmelo con Bambino, che regge con la mano sinistra gli abitini70. Due angeli sono raffigurati nell’atto di incoronare la Vergine, altri due sono posti lateralmente in basso e uno al centro. Nella parte inferiore vi è l’iscrizione contenuta dentro un cartiglio circondato da volute che suggerisce la committenza. Potrebbe trattarsi di un ex voto oppure di una pace riadattata alla funzione di quadro votivo. Il manufatto reca il punzone della città di Messina, la sigla G(?)B04 del console in carica nel 1704 e un terzo illeggibile.

Legato alla figura del Santo Patrono del centro nebroideo è il quadretto71 (Fig. 14) composto da una lamina d’argento lavorata a sbalzo e cesello, montata su una recente cornice lignea cuspidata. L’opera proviene dalla cappella di San Nicolò Politi e, come ritiene Sebastiano Di Bella, probabilmente è la più antica delle cinque tavolette in argento72, che ancora oggi sono portate per le vie del Paese e delle contrade per raccogliere i fondi per la festività del Santo, questua, e durante la recita della vita in versi di San Nicolò Politi, “I canzuni di Santa Nicola”, la sera del 18 agosto73. La lamina mostra in alto e al centro la figura del santo eremita con i più noti attributi iconografici: il libro delle preghiere aperto tra le mani, il bastone cruciforme e la corona del rosario; è sorretto da un’aquila, compagna di viaggio. Lateralmente sono posti due angeli che tengono uno il giglio e l’altro la palma. L’aquila con i suoi artigli e le figure laterali, probabilmente i committenti o i rappresentanti della commissione in carica, reggono una sorta di cartiglio con l’iscrizione CAPORALI DELLA IND 1713, ANTONINO RUSSO, NICOLAO PERRONELLO, ANTONIO RESTIFO E ANT. ARTINO. In basso un piccolo panorama del paese; il tutto è racchiuso da una cornice con decorazioni vegetali . Il manufatto presenta la marchiatura messinese tipica della prima metà del XVIII secolo, composta da quattro punzoni: la bulla di garanzia della città, scudo con croce e corona MS, il punzone consolare PDC, identificato dall’Accascina, con Pietro Donia74, la sigla dell’argentiere N.D. e la data per intero 1713. La medesima sigla è stata rilevata su un quadretto della Madonna con Bambino di collezione  privata di Messina75;  su una brocca con bacile appartenente al duomo di Enna76; sull’urna reliquiaria di San Silvestro del 1714 di Troina77  e sul paliotto con scene della vita di San Benedetto del 1714 e 1806, esposto al museo Regionale di Messina78. Contrariamente a quanto si verifica nelle opere palermitane di stile rococò, dove la decorazione investe totalmente l’oggetto stravolgendone anche la struttura, nelle suppellettili realizzate da argentieri messinesi affiora la propensione a moderare gli eccessi. A Messina la struttura delle suppellettili accoglie progressivamente il nuovo repertorio ornamentale, l’uso del rocaille accompagnato da motivi a reticolo, fogliami, conchiglie e nervature, raramente altererà la struttura dell’oggetto79.

Tra gli arredi sacri maggiormente qualificati da decori di gusto rococò spicca l’elegante calice (Fig. 15) tardo settecentesco che poggia su un’alta base a profilo mistilineo, gradinata, divisa in tre settori da volute decorate con elementi vegetali e ornate con grappoli d’uva dentro cartouche cesellate. Stesso ornato si ritrova sul fusto e sul nodo a sezione triangolare, insieme a un intrigato groviglio di volute, e ancora nel sottocoppa arricchito da geometrici motivi a reticolo. Sull’opera si rileva il marchio del console OL82 e quello dell’autore SF. Le iniziali SF potrebbero far riferimento all’argentiere Salvatore Fumia, documentato come console nell’anno 178480. Il punzone dell’argentiere messinese è presente su una pisside proveniente dalla chiesa di San Domenico di Sant’Angelo di Brolo81.  L’anonimo console nello stesso anno vidima il calice, della chiesa di Maria SS. Assunta, realizzato da Saverio Giudice82. Esemplare affine, caratterizzato anche da elementi che attingono alla simbologia Eucaristica, tralci di vite e grappoli d’uva, è il calice della chiesa Madre di Santa Maria di Sant’Angelo di Brolo83; quello proveniente dalla chiesa dell’Addolorata di Niscemi, realizzato da un argentiere messinese nel 178084 e quello dei Padri Liguorini di Agrigento di maestranza palermitana85.

Conclude la rassegna degli argenti la croce astile (Fig. 16) citata in un documento conservato nell’archivio parrocchiale della chiesa di S. Pantaleone, ma proveniente dalla Chiesa Madre86.  Il  documento è molto importante perché, oltre a rivelare l’anno di esecuzione dell’opera (1810) , è un piccolo tassello che chiarisce come venivano punzonati i manufatti nei primi anni del XIX secolo a Messina.  Esso ci svela come possiamo assegnare il giusto marchio all’argentiere artefice e come distinguerlo da quello del console in carica nell’anno di esecuzione dell’oggetto. Sulla croce alcarese si rilevano le iniziali AG, che, come si legge nel documento, si riferiscono con certezza all’argentiere Agatino Geraci che realizzò l’opera. L’altro  punzone individuato è quello alfanumerico (?)M809 da attribuire al console a capo della maestranza nel 1809-10.  Tali informazioni, oltre a fornire il nome di una nuova figura d’artista,  chiariscono che, almeno nei primi anni dell’Ottocento, i punzoni alfanumerici si riferiscono ai consoli  e che essi erano in carica sei mesi dell’anno di elezione e sei mesi dell’anno successivo87, mentre le sigle senza numeri fanno riferimento agli artefici. Dal documento si apprende, ancora, come l’argentiere Agatino Geraci tentò di truffare chi commissionò la croce, riempiendo il vacuo del Cristo di piombo, e come il Consolato  risolse  il contenzioso88.  La suppellettile sacra in esame, completamente liscia, presenta al centro la figura del Cristo, eseguita a fusione a cera perduta e realizzata a tutto tondo, con il capo reclinato sulla spalla destra, secondo i canoni dell’iconografia occidentale moderna89. Presenta capicroce traforati e contraddistinti da una decorazione con elementi fitomorfi parzialmente conservati sulla traversa e il cartiglio con la scritta I.N.R.I.. All’incrocio del braccio longitudinale con quello trasversale si trovano dei raggi lanceolati. Il manufatto è stilisticamente raffrontabile alla croce processionale realizzata da argentiere messinese alla fine XVIII secolo, custodita presso la chiesa Madre di Geraci Siculo90.

I manufatti censiti sono inequivocabile segno di fede e devozione, che le comunità del passato hanno voluto consegnare alle generazioni future, e importantissima testimonianza per far luce sulla maestranza degli argentieri che operarono a Messina.

  1. F. ZERI, Introduzione, in Messina. Museo Regionale, a cura di F. ZERI E F. CAMPAGNA CICALA, Palermo 1992, p. 8. []
  2. Sull’argenteria messinese significativi e importanti sono stati gli studi pionieristici di Maria Accascina, e in tempi più recenti, di Maria Concetta Di Natale,  Caterina Ciolino, e Grazia Musolino. []
  3. M.C. DI NATALE, Oro, argento e corallo tra committenza ecclesiastica e devozione laica, in Splendori di Sicilia. Arti decorative dal Rinascimento al Barocco, catalogo della mostra a cura di M. C. DI NATALE, Milano 2001, p. 23. []
  4. Per notizie su Alcara Li Fusi cfr. G. MORELLI, Alcara Li Fusi. Storia, leggende, tradizioni varie. Messina 1967.  []
  5. Cfr. S. DI BELLA, Alcara Li Fusi. La Chiesa Madre: la cultura artistica, Messina 2000. []
  6. «Il 22 aprile 1559, veniva istituito il monastero benedettino ad Alcara, nel quartiere della “Carrubara”, non lontano dalla chiesa Madre e dalla parrocchiale San Pantaleone e quasi in continuazione con la chiesa di San Giovanni [...]. La struttura originaria dell’edificio con il passar del tempo subì varie trasformazioni e adeguamenti d’uso, fu richiesto dal comune per adibirlo a scuola elementare e successivamente a scuola musicale finché dal 1954 i locali rimasero abbandonati. Annessa all’ex monastero è la chiesa di Sant’Andrea, di semplice planimetria, portale Cinquecentesco e stemma benedettino» (N. AGLIOLO GALLITTO, La scultura ad Alcara Li Fusi tra il 1500 e il 1600, Sant’Agata di Militello 1991). []
  7. B. BONTEMPO, Memorie Patrie di Alcara Li Fusi. Guida storica e descrittiva, Palermo 1906, p. 29. []
  8. Per i conventi francescani di Alcara Li Fusi cfr. S. SERIO, Conventi e opere d’arte francescane dei Nebrodi: Patti, Sant’Angelo di Brolo e Alcara Li Fusi, in Opere d’arte nelle chiese francescane. Conservazione, restauro e musealizzazione, a cura di M.C. DI NATALE, Palermo 2013, pp.114-119 che riporta la precedente bibliografia. []
  9. Il regio decreto 3036 del 7 luglio 1866 di soppressione degli Ordini e delle Corporazioni religiose e  la legge 3848 del 15 agosto 1867. Cfr. A. SINDONI, Francescanesimo, istruzione e cultura a Messina dopo la Soppressione degli Ordini Religiosi  (1866-1867), in Francescanesimo e cultura nella provincia di Messina, atti del convegno di studi, Messina 6-8 novembre 2008, a cura di C. MICELI – A. PASSANTINO, Palermo 2009, pp. 361-367. []
  10. Cfr. S. DI BELLA, Alcara Li Fusi…, 2000, p. 119. []
  11. Cfr. M. ACCASCINA, I Marchi delle Argenterie e Oreficerie Siciliane, Busto Arstizio 1976,  p. 95-96. []
  12. Cfr. M.C. DI NATALE, Il tesoro della Matrice Nuova di Castelbuono nella Contea dei Ventimiglia, Caltanissetta 2005, p. 31. []
  13. Cfr. M. ACCASCINA, I Marchi…, 1976, p. 94. []
  14. Cfr. G. MUSOLINO, Argentieri messinesi tra XVII e XVIII secolo, Messina 2001, p. 61. []
  15. Ibidem []
  16. Cfr. M. P. PAVONE ALAJMO, scheda n. 23, in Arti decorative al Museo Regionale di Messina. Gli Argenti, quaderni dell’attività didattica del Museo Regionale di Messina,  Palermo 2001, pp.46-47. []
  17. Cfr. G. MUSOLINO, Argentieri messinesi…, 2001, pp. 61-62. []
  18. S. BI BELLA, Alì. La Chiesa Madre. La cultura artistica, Messina 1994, p. 103. []
  19. Cfr. B. MONTEVECCHI – S. VASCO ROCCA, Suppellettile Ecclesiastica, Firenze 1987, p. 399. []
  20. Cfr. M.C. DI NATALE, scheda n. I.7, in M.C. DI NATALE- S. INTORRE, Ex elemosinis Ecclesiae et Terrae Regalbuti. Il Tesoro della Chiesa Madre, Palermo 2012, p.79. []
  21. EADEM,  scheda n. I. 13, in M.C. DI NATALE- S. INTORRE, Ex elemosinis…, 2012, p. 84. []
  22. S. INTORRE, scheda n. II. 4, in M.C. DI NATALE- S. INTORRE, Ex elemosinis…,  2012, p. 89. []
  23. IDEM,  scheda n. II. 10, in M. C. DI NATALE- S. INTORRE, Ex elemosinis…,  2012, p. 93. []
  24. G. MUSOLINO, Argentieri messinesi…, 2001, p.26. []
  25. EADEM, Argentieri messinesi…, 2001, p. 45. []
  26. Opera già pubblicata da Caterina Ciolino, cfr. C. CIOLINO, foglio n. 20, in Argenti da Messina, catalogo della mostra a cura della sez. V della Soprintendenza BB. CC. AA. di Messina (Roma, Complesso monumentale del S. Michele dal 6 al 18 aprile 1996), Messina 1996. []
  27. Cfr. G. MUSOLINO, Argentieri messinesi…, 2001, pp. 45-46. []
  28. Cfr. P. CANNATA, ad vocem, in Bibliotheca Sanctorum , vol. XII, Roma 1967, pp. 790-801. []
  29. Cfr. M.C. CELLETTI, ad vocem, in Bibliotheca Sanctorum , vol. III,  Roma 1963, pp. 160-165. []
  30. S. DI BELLA, Appendice III: Inventari, in Alcara Li Fusi…, 2000, p. 210. []
  31. Cfr. G. MUSOLINO, scheda n. 175, in Il tesoro dell’Isola. Capolavori siciliani in argento e corallo dal XV al XVIII secolo, a cura di S. RIZZO, vol. II, (Praga, Maneggio di Palazzo Wellestein, 19 ottobre-21 novembre 2004). Catania 2008, pp. 950-951. []
  32. Cfr. M.C. DI NATALE, Il tesoro…, 2005, p. 31. []
  33. Cfr. M. VITELLA, scheda III, 6, in Il tesoro della chiesa Madre di Erice, Trapani 2004, p. 88. []
  34. Cfr. M.C. DI NATALE, I tesori nella Contea dei Ventimiglia. Oreficeria a Geraci Siculo, Caltanissetta 2006, pp. 33-35, figg. n.19, 21. []
  35. Cfr.  B. MONTEVECCHI – S. VASCO ROCCA, Suppellettile…, 1987, pp. 115-117. []
  36. M. ACCASCINA, I Marchi…, Busto Arstizio 1976, p. 109. []
  37. Cfr. G. LA LICATA, Indice degli orafi e argentieri di Messina, in Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, catalogo della mostra a cura di M. C. DI NATALE, Milano 1989, p. 409. []
  38. Cfr. C. CIOLINO, Atlante dei beni storico artistici delle isole Eolie, Messina 1995, p. 50. []
  39. Cfr. S. INTORRE, scheda n. II.16, IN M. C. DI NATALE- S. INTORRE, Ex elemosinis…, 2012, pp. 96-97. []
  40. Cfr. J. HALL, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Milano 1983, pp. 88-89, 172,378. []
  41. Il Phisiologus, nel II secolo d.C., sostiene che mentre la femmina di pellicano asfissia i piccoli, il maschio li salva lacerandosi il petto e nutrendoli con la sua carne. Il pellicano, come anche l’Agnus Dei, assume valore apotropaico riferibile al sangue versato da Cristo per la salvezza del genere umano, cfr. M.C. DI NATALE, Gioielli di Sicilia, Palermo 2000, p. 154; EADEM, I tesori nella Contea…, 2006, p. 52.  []
  42. Ibidem. []
  43. Cfr. S. GRASSO-M.C. GULISANO, Forme e divenire del rococò nella produzione delle botteghe argentarie a Palermo, in Argenti e Cultura Rococò nella Sicilia Centro-Occidentale 1735-1789, Palermo 2008, pp. 41-42. []
  44. G. MUSOLINO, L’argenteria del Settecento a Messina tra barocchetto e formule rococò, in Argenti e cultura…, 2008, p. 97. []
  45. Cfr. K. ASCHENGREEN PIACENTI, Storia degli argenti, Novara 1987, p. 125. []
  46. Cfr. A. BLANCO, scheda n. 165, in Il tesoro dell’Isola…, vol. II, 2008, pp. 941- 942. []
  47. Cfr. M.C. DI NATALE, scheda n. II, 175, in Ori e Argenti…, 1989, pp. 308-309. []
  48. Cfr. J. HALL, Dizionario dei soggetti…, 1983, p.172. []
  49. Cfr. M. ACCASCINA, I Marchi…, 1976, pp. 108, 137. []
  50. Cfr. G. MUSOLINO, scheda n. 154, in Il tesoro dell’Isola…, 2008, pp. 929-930. []
  51. Già edito da Sebastiano Di Bella, cfr.  S. DI BELLA, scheda n. 21, in Alcara Li Fusi…, 2000, p. 142. []
  52. IDEM, Appendice I: Notizie storico- artistiche da documenti d’archivio, in Alcara Li Fusi…, 2000, p. 174. []
  53. C. RIPA, Iconologia, overo descrittione dell’imagini universali cavate dall’antichità et da altri luoghi da Cesare Ripa Perugino, opera non meno utile, che necessari à Poeti, Pittori, Scultori, per rappresentare le virtù, vitij, affetti, et passioni humane, Roma 1593 []
  54. Cfr. S. GRASSO, M.C. GULISANO, Dal tardo barocco alla transizione, in Argenti e cultura…, 2008, pp. 141- 146; M. VITELLA, Argentieri Palermitani del Settecento, in Il tesoro dell’Isola…, 2008, pp. 75-77; D. GARSTANG, Giacomo Serpotta, in Giacomo Serpotta e gli stuccatori di Palermo, Palermo 1990, p. 62-168; P. PALAZZOTTO, La “rivoluzione” di Giacomo Serpotta, in Palermo. Guida agli oratori, Palermo 2004, pp. 47-56.  []
  55. Cfr. F. FARANDA, Dall’ostensorio a tempio all’ostensorio a raggiera. Sviluppo iconografico osservato su esempi di argenteria siciliana, in Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Arte Medievale e Moderna, Facoltà di Lettere e Filosofia-Università di Messina, n. 4, Messina 1980, p.8. []
  56. Cfr. M. ACCASCINA, I Marchi…, 1976, pp. 110, 141. []
  57. Cfr. S. SERIO, scheda n. III, 34, in Il Museo di Arte Sacra a S. Angelo di Brolo, Patti 2008, pp. 126- 127. []
  58. Cfr. M.C. DI NATALE, I tesori nella Contea…, 2006, pp. 63-64. []
  59. EADEM, scheda n. II,238, in Ori e Argenti…, 1989, p. 347. []
  60. EADEM,  I tesori nella Contea…, 2006, p. 39. []
  61. Cfr. C. CIOLINO, Atlante dei beni…, 1995, p. 141. []
  62. Cfr. R.F. MARGIOTTA, scheda n.15, in Eadem, Tesori d’Arte a Bisacquino, Caltanissetta 2008, pp. 114-115. []
  63. Cfr. S. SERIO, scheda n. III, 28, in Il Museo…, 2008, pp. 120-121. []
  64. Cfr. G. MUSOLINO SANTORO, scheda n. 13, Gli arredi preziosi di Rometta e la produzione orafa messinese,  in Rometta. Il patrimonio storico artistico, a cura di T. Pugliatti, Messina 1989 p. 163. []
  65. Cfr. M.C. DI NATALE, I tesori nella Contea…, 2006, pp. 66-68, fig. 82. []
  66. Cfr. C. CIOLINO, Atlante dei beni…, 1995, p. 49. []
  67. Cfr. G. MUSOLINO SANTORO, schede nn. 6, 7, 18, 20, 25, in Rometta…, 1989, pp. 160-161, 165-167. []
  68. Cfr. M. ACCASCINA, I Marchi…, 1976, p. 110. []
  69. Cfr. M.C. DI NATALE, I tesori nella Contea…, 2006, p. 60, fig. 65. []
  70. Sugli abitini cfr. M. MINNELLA, Spigolando fra argenti ed argentieri: note per una ricerca su “abitini” e “paci”, in Le arti in Sicilia nel Settecento. Studi in memoria di Maria Accascina,  Palermo 1992, pp. 229-231. []
  71. Il quadretto è stato in precedenza studiato da Salvatore Anselmo e Sebastiano Di Bella, cfr. S. ANSELMO, Capolavori d’argento, in Divo Nicolao Eremitae. Un anacoreta nella Sicilia Normanna, a cura di  N. LO CASTRO, “Paleokastro. Rivista trimestrale di Studi sul Valdemone”, anno V, n. 20, agosto 2007, pp. 38-44; S. DI BELLA, scheda n. 12, in Alcara Li Fusi…, 2000, pp. 134-135. []
  72. Ibidem. []
  73. Cfr. O.A. FARACI, in I canzuni di Santa Nicola, in Divo Nicolao…, 2007, pp. 59-60. []
  74. Cfr. M. ACCASCINA, I Marchi…, 1976, p. 108. []
  75. Ibidem. []
  76. Ibidem. []
  77. Cfr. G. MUSOLINO, Argentieri messinesi…, 2001, p. 143. []
  78. Cfr. M.P. PAVONE ALAJMO, scheda n. 146, in  Il tesoro dell’Isola…, vol. II, 2008, pp. 920-921. []
  79. Cfr. G. MUSOLINO, L’argenteria del Settecento…, in Argenti e cultura…, 2008, p. 95. []
  80. Cfr. M. ACCASCINA, I Marchi…, 1976, pp. 110-112. []
  81. Cfr. S. SERIO, scheda III, 28, in Il Museo…, 2008, p. 120. []
  82. Cfr. G. MUSOLINO, scheda n. 176, in Il tesoro dell’Isola…, vol. II, 2008, pp. 951-952. []
  83. Cfr. S. SERIO, scheda n. III, 24, in Il Museo…, 2008, pp. 115-116. []
  84. Cfr. G. MUSOLINO, scheda n. 175, in S. Rizzo, Il tesoro dell’Isola…, vol. II, 2008, pp. 950-951. []
  85. Cfr. S. SERIO, scheda n. 4, in Arredi e collezioni dei Padri Liguorini di Agrigento. Tutela e conservazione, catalogo della mostra a cura di G. COSTANTINO – G. CIPOLLA, Caltanissetta 2010,  p. 89. []
  86. «Nel 1810 per farsi la croce nuova s’impiegò rotolo 1.27 d’argento vecchio della chiesa in un calice, patena, e croce vecchia ed onze 24 e tarì 23, delli quali San Nicolò  pagò onze 6. L’orefice don Agatino Geraci riempì il vacuo del Cristo di piombo onde vi fu la causa nel Consolato di Messina e finalmente si pagarono tarì 13 e grana 10 di bollo come a f.565, in tutto importò, compresa l’asta, onze 44 tarì 6 e grana 10». Cfr. S. DI BELLA, Appendice I…, in Alcara Li Fusi…, 2000, p. 169. []
  87. Cfr. G. MUSOLINO, Argentieri messinesi…, 2001, p.23; C. CIOLINO, Orafi e Argentieri al Monte di Pietà. Artefici e botteghe messinesi del XVII secolo, catalogo della mostra (Messina Monte di Pietà, 18 giugno – 18 luglio 1988), Messina 1988 (testi e schede redatti nel 1986), p.108. []
  88. Cfr. S. DI BELLA, Appendice I…, in Alcara Li Fusi…, 2000, p. 169. []
  89. Cfr. M.C. DI NATALE, scheda n. 108, in L’arte del corallo in Sicilia, catalogo della mostra (Trapani, Museo Regionale Pepoli, 1 marzo – 1 giugno 1986) a cura di C. MALTESE e M.C. DI NATALE, Palermo 1986, p. 276. []
  90. Cfr. M.C. DI NATALE, I Tesori nella Contea…, 2006, p. 60, fig. 61. []