Cristina Del Mare

c.delmare@libero.it

Manifatture genovesi in corallo dalla Kunstkammer dell’Arciduca Ferdinando II d’Asburgo

DOI: 10.7431/RIV09042014

Senza dubbio i liguri occupano una posizione degna di nota fra le popolazioni italiane che si dedicarono alle attività di pesca e lavorazione del corallo. Tra le prime notizie storiche riguardanti la pesca del corallo in Liguria, è una lapide nella cappella di San Giorgio a Portofino, risalente al XII secolo, che ne ricorda la costruzione ad opera dei pescatori locali dediti alla raccolta del corallo1. Fino a tutto il XIII secolo, i genovesi, alla stessa stregua dei pisani, si avvalsero del monopolio di pesca nei mari di Sardegna, Corsica e lungo alcuni tratti delle coste tirreniche tra Liguria e Toscana2. Privative di pesca elargite a nobili famiglie genovesi portarono ad uno sfruttamento di alcune zone lungo le coste del nord Africa, tra Marocco e Tunisia, indicata nella maggior parte dei documenti come la “costa di Barberia”, in particolare a Ceuta e Marsa el Khares, dove erano pescherie molto redditizie e dove dal 1452 i genovesi, soppiantando i catalani, ebbero privilegio esclusivo decennale di pesca3. Il corallo delle pescherie magrebine veniva esportato in Egitto e in Siria con cospicui profitti, favoriti anche dalle facilitazioni fiscali accordate dal Governo della Repubblica di Genova4, desideroso di stimolare i commerci con i paesi del bacino mediterraneo orientale. Privilegi di pesca vennero concessi nella seconda metà del ‘400 anche in Sardegna5, mentre nel 1475 vennero scoperti ricchi banchi in Corsica e date licenze per San Giorgio6, mentre dal 1540 i Grimaldi e i Lomellini si aggiudicarono lo sfruttamento del banco dell’isola di Tabarca7, che rimase possedimento genovese per circa due secoli.
L’intensificarsi dell’approvvigionamento di materia prima e il conseguente sviluppo dell’industria del corallo a Genova, spinse le maestranze operanti in questo settore a rivolgersi nel 1477 al Governo della città chiedendo di costituire propri colegium et universitatem regolamentati da una serie di “capitoli”8. I Capitula artis coraliorum 9, che ebbero approvazione definitiva solo nel marzo del 149210, miravano a tutelare la reputazione dell’arte, disciplinare l’attività e i rapporti tra gli addetti, definirne i doveri e darne reciproca assistenza. In sintesi i Capitula delineavano un vero e proprio statuto corporativo di associazione artigiana, cronologicamente il primo di tali ordinamenti, che, sui principi d’indirizzo nei Capitula genovesi, videro nei secoli successivi la stipula di altri ordini e codici a regolamentazione dell’attività di pesca e lavorazione del corallo, basti citare i Capitula della maestranza delli Corallari trapanesi del 162811 e il “Codice corallino” del 1790 emanato nel Regno di Napoli12.
La Corporazione genovese, retta da due Consoli e quattro Consiglieri, assunse crescente rilevanza, tanto che alla metà del Cinquecento fissò precise regole comportamentali tra mercadores, ossia i commercianti, i magistri, titolari di bottega, gli artifices, artigiani veri e propri, e i famulus, apprendisti-garzoni in posizione subordinata, offrendo maggiori garanzie agli artigiani contro lo strapotere dei mercanti. Tra alterne vicende legate all’instabilità della pesca e del commercio del corallo, la Corporazione mantenne il proprio prestigio fino al XVIII secolo.
Esaminando gli eventi relativi all’arte dei corallari nell’arco dei tre secoli di attività è possibile trovare fasi di grande fervore avvicendati a periodi di incertezza, in concomitanza ad episodi di controversie con i centri costieri antagonisti nella lavorazione del corallo. A tale proposito è interessante ricordare che nel marzo del 1626, la Corporazione genovese intervenne presso il Governo della Repubblica per chiedere l’emanazione di provvedimenti atti a frenare la consuetudine dei pescatori liguri di recarsi nel Granducato di Toscana per vendere il corallo grezzo a prezzi più vantaggiosi e colà prendervi residenza, attratti da agevolazioni fiscali13. Tale pratica, iniziata nel 1600 quando Livorno era già importante emporio mediterraneo del corallo, causò non pochi problemi ai maestri e mercanti genovesi, che accusarono carenza di materia prima.
Dagli studi relativi alla storia del corallo, stilati tra il tardo Ottocento e i primi decenni del Novecento dal Balzano al Tescione, dal Podestà al Pàstine14, si desume che a Genova la lavorazione del prezioso materiale fosse un’eredità dei maestri trapanesi, tuttavia la produzione ligure non sembra comprendere opere complesse e grandiose quali quelle siciliane, se non in casi isolati. Sappiamo che nella città ducale tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 almeno due artisti, Filippo Santacroce e Filippo Planzone, eseguirono preziosi e raffinati intagli di corallo, singolari testimonianze nel panorama della produzione ligure di quel periodo che verteva prevalentemente sulla fabbricazione di paternostri, filze e collane, manufatti che trovavano maggior mercato in India, in medio Oriente, in Spagna e in Armenia15.
Originario di Urbino, il Santacroce fu attivo a Genova16, dove mori nel 1609, sollecitato dal mecenatismo di Filippo Doria17. Venne apprezzato particolarmente per la creazione di «lavori di finissimi intagli, incavi di gioie, rilievi di corallo, legno e avorio, nelle quali materie con bel capriccio, e con Arte singolare scavò tal’hora da piccola massa una gran moltitudine di delicatissime e invisibili figurine: alla vista delle quali stupivano gli intelletti più fini»18. Opere mirabili stimate da altolocata committenza, tanto che Giovanni Andrea Doria I commissionò al Santacroce due “mani a fico”, per farne dono a don Diego de Cordova19 nel 1578, insieme ad una Vergine ed una Maddalena, realizzate nel 159020.
Nell’inventario della bottega dell’artista21, redatto post mortem nel 1607, sono elencati numerosissimi lavori eseguiti in materiali rari, quali il legno di bosso e giaggiolo, l’avorio e il corallo per lo più di colore vermiglio, solo in rari casi “incarnato”, ossia rosato22. Il numero dei manufatti testimoniano l’intensa attività dell’incisore che, tuttavia, dovette rimanere un fatto episodico e senza alcun seguito se nei documenti della Corporazione dell’Arte si ritrovano solo cenni alla lavorazione del liscio nelle sue varie fasi23. Dall’elenco riportato nell’inventario si deduce che le opere del Santacroce fossero di piccole dimensioni e, quando indicate, non superassero la misura di un palmo. Se i soggetti rappresentati sono primariamente icone sacre, immagini del Cristo crocifisso e della Vergine riservate ad uso devozionale privato, nel registro figurano altresì sculture di santi e di ladroni, insieme a teste dei cherubini, credibilmente finalizzate a composizioni più elaborate di carattere sacro. Tra gli intagli a tutto tondo e a rilievo, realizzati sia in corallo mediterraneo sia in corallo del “Mar Rosso”24, figurano anche cammei, pietre stregonie, “mani a fico” e memento mori , destinati a montature di gioielli o altri ornamenti con valenza apotropaica, oltre ad impugnature di coltelli dalle intricate raffigurazioni di serpi attorcigliate e figure di delfini, ed infine ventotto pedine per il gioco degli scacchi, tutti oggetti rintracciabili in altri numerosi lasciti testamentari, atti dotali e documenti contrattuali di famiglie dell’aristocrazia italiana ed europea tra la fine del XVI e gli inizi de XVIII secolo25.
Una lettera, datata 18 marzo 1577, attestante l’acquisto di un’ingente fornitura di coralli provenienti da Genova da parte della corte di Ferdinando II d’Asburgo, Arciduca d’Austria e Conte del Tirolo (1529-1595), e conservata negli archivi del Castello di Ambras a Innsbruck26, oltre a due note d’acquisto, una del 1581 in cui l’arciduca Ferdinando ottenne coralli lavorati dal commerciante genovese Battista Sermino per un ammontare di circa 1500 fiorini, l’altra del 1590 per coralli inviati da Battista Vialla per circa 300 corone27, sono riprova che il corallo dalla città ligure raggiungesse le Kunstkammer e le Wunderkammer asburgiche, collezioni di natura enciclopedica per le quali si ricercavano oggetti rari e straordinari, come i manufatti artistici in corallo, considerati artificialia di grande virtuosismo destinati ad arricchire le ricche camere dell’arte e delle meraviglie.
Il Battisti28 attribuisce proprio al Santacroce un “trionfo di Galatea”, appartenente alla collezione del Castello di Ambras, ed oggi parte della Kunstkammer al Kunsthistorisches Museum di Vienna (fig. 1). L’opera monumentale è un diorama simbolico mitologico, strutturato in una scatola rettangolare in legno internamente rivestita in velluto vero con due specchiere laterali contrapposte. Il plafond, che funge da cielo stellato, è dipinto in blu con dorature ad asterisco. Conchiglie madreperlacee, parzialmente dorate e legate in stucco, formano il promontorio e la grotta marina su cui sono disposte le figure in corallo raffiguranti personaggi mitologici e mostri marini. La rappresentazione riprende il mito di Galatea, canonizzato nel repertorio dagli artisti rinascimentali, integrandolo con mostri eccentrici ed evocazioni fantastiche tipiche del lessico ornamentale manieristico. La ninfa, ornata da un piccolo vezzo di perle, campeggia al centro della figurazione (fig. 2), svettante sul suo carro, realizzato con una conchiglia del genere nautilus, decorata a prua da un mascherone urlante. Il vascello in questo caso è affiancato, e non trainato come nell’iconografia rinascimentale, da delfini con mostruose sembianze (fig. 3). Draghi marini e deformi creature, insieme a Tritoni attorniano il carro-conchiglia (fig. 4), mentre un centauro e un putto stanno alle spalle della Nereide (fig. 5). Sovrasta la scena un Cristo sul Golgota marino, crocifisso su un importante ramo corallino (fig. 6). Dall’analisi dell’inventario stilato nel 1596 per l’eredità di Ferdinando II d’Asburgo, che riporta l’indicazione di sette preziosi gabinetti di corallo, si deduce che il numero delle figure in corallo all’interno del diorama contasse ulteriori quattro figure e che già nel 1788, anno di redazione di altro inventario, fosse mutato rispetto alla versione originale, arricchita dalla figura del Cristo crocifisso, dal centauro e del putto, presumibilmente ripresi da altri diorami danneggiati e smembrati29.
Della collezione del Castello di Ambras è un’altra opera: un cofanetto da scrittura, incoronato da uno straordinario ramo in corallo scolpito, raffigurante Nettuno che cavalca un drago (fig. 7), opera che il Tescione attribuisce a manifattura genovese30, ascrivibile tra la fine del XVI e l’Inizio del XVII secolo. La scultura in corallo a tutto tondo, mostra il dio Nettuno a cavallo di un ippocampo bicaudato con zampe palmate, dalle sembianze di mostro marino. La divinità regge nella mano sinistra uno scudo, mentre con la destra presumibilmente impugna il tridente, ora perduto (figg. 89). Qui l’iconografia eterodossa dell’immagine di Nettuno nasce dalla volontà di adattare le forme all’importante ramo corallino. Raffigurazione tuttavia fedele a un gusto aulico dei cortei marini riferito alla divinità delle acque, riscontrabile in alcune opere tardo rinascimentali. La scultura in corallo sorge su di uno zoccolo in gesso, che funge da sostegno e base collegata al coperchio della cassetta in argento massiccio, sbalzato e cesellato in un complesso e ricco apparato ornamentale, poggiante su piedini a forma di zampa leonina.
Il coperchio del cofanetto è suddiviso in due piani sovrapposti: quello superiore, interno, riporta agli angoli sfingi cesellate ed è ornato con putti incorniciati da volute e serti a rilievo, quello inferiore, che crea una grande cornice a base rettangolare, è magistralmente decorato con figure a rilievo tratte dalle tematiche marine collegate al culto nettuniano (fig. 10), Tritoni e Nereidi quasi fluttuanti tra onde e pesci. Tali riferimenti mitologici richiamano ancora una volta il simbolismo marino collegato al materiale corallo, allusioni care anche ad una certa iconografia rinascimentale. Agli angoli del perimetro sono posti mascheroni, incorniciati da putti, piante e grappoli di frutta. Sul margine arcuato esterno del coperchio, lungo i lati più corti, si trovano degli ovali con busti femminili, mentre sui lati più lunghi vi sono teste d’angelo, affiancate da figure allegoriche delle quattro virtù: anteriormente la Forza e la Fede, posteriormente la Temperanza e la Prudenza 31. Secondo l’inventario del 1596 dell’eredità di Ferdinando II d’Asburgo questo oggetto si trovava nel guardaroba numero 12, indicante “ivi ogni tipo di corallo”32, una dei diciotto armadi in cui l’Arciduca aveva idealmente suddiviso la sua Wunderkammer, catalogata per tipologia di materiali indipendentemente dalla loro origine e data di creazione.
L’apertura del coperchio si effettua spingendo orizzontalmente la lastra superiore, fissata ad una cerniera. Il vano interno della cassetta è suddiviso in quattro scomparti di uguali dimensioni, che contengono il calamaio, il contenitore per sabbia, utilizzato per asciugare l’inchiostro ancora bagnato sulle lettere, oltre a spazi per le penne. La realizzazione del cofanetto in argento massiccio è ascrivibile a manifatture orafe della Germania meridionale. Per maestria d’esecuzione può essere avvicinato alla cerchia del viennese Wenzel Jamnitzer (1508 – 1585), orafo imperiale alla corte degli Asburgo da Carlo V a Rodolfo II, e più propriamente alle opere di suo figlio Hans Jamnitzer (1539 – 1603) e suo nipote Christof Jamnitzer (1563 – 1618). Quest’ultimo, abile orafo e incisore alla corte di Vienna, realizzò preziose creazioni d’arte applicata di grande fantasia e squisita impronta manieristica che si avvicinano ad opere del Barocco italiano, riprendendone alcuni elementi decorativi33.
Questo cofanetto da scrittura riprende la struttura di altri oggetti coevi con uguale finalità d’uso, come il “callamare” in bronzo realizzato dallo scultore e incisore vicentino Vincenzo Grandi intorno alla metà del XVI secolo34, oggi all’Ashmoleam Museum di Oxford, dove l’impianto monumentale è funzionale all’utilizzo di contenere il calamaio, il recipiente per la sabbia e lo spazio per le penne. L’apparato decorativo proposto nel lavoro del Grandi riprende i temi e i repertori tipici del manierismo che apre all’introduzione del gusto barocco: mascheroni, girali d’acanto, riprodotti con grande maestria di tecnica incisoria.
Il gusto propriamente manierista che orienta le creazioni del Santacroce definisce, per quanto riportano le poche relazioni pervenute, anche i lavori di Filippo Planzone (1610 – 1636). Siciliano di nascita, si trasferì giovanissimo nella città ligure e, per tale motivo, fu conosciuto con l’appellativo de “il Siciliano di Genova”35. Abile scultore, come il Santacroce si dedicò all’intaglio di piccole figure sapientemente scolpite nel corallo. Le scarne informazioni biografie rivolte all’artista dal Soprani36 e dal Ratti37 ci ricordano tra i suoi primi lavori «un teschio di corallo tutto voto nel di dentro, e assottigliato quanto un foglio di carta, pendente di tre finissime catenelle gl’anelli delle quali erano industriosamente scavati tutti nell’istessa massa di corallo»38. Opere curiose e assai apprezzate dai nobili della città ducale e da case regnanti oltre i confini liguri, che al Planzone commissionarono alcune opere, come una Santa Margherita di corallo «che tiene legato il dragone con certe catenelle scavate similmente da un’istessa massa»39, ricompensata con cinquecento Piastre Fiorentine dai Granduchi di Firenze. Nella sua città adottiva il Planzone lasciò alcuni lavori esemplari tra i quali merita d’essere ricordata «una Idra intrecciata di mille serpi, e intagliata, ossia scolpita in un sol ramo di corallo, quale si conserva presso del Signor Leonardo Salvago ed è lavorata con tal industria, che supera ogni humana credenza, se vi è penna, che possa sufficientemente descriverla»40.
Proprio con l’opera citata dal Soprani sembra pertinente il raffronto di una composizione scultorea in corallo, anch’essa facente parte delle collezioni del Castello di Ambras. Si tratta di un’intricata e composita rappresentazione di Ercole in lotta con l’Idra (fig. 11), che assembla un importante cespo di corallo con altre branche separate, raggiungendo ragguardevoli dimensioni complessive (trenta centimetri di larghezza e diciannove centimetri di altezza). Secondo il già citato inventario del 1596, questa scultura faceva parte di un armadietto con i lati in vetro41, in cui erano conservati anche rami di corallo e altri materiali di origine marina, simile al gabinetto di corallo raffigurante il “Trionfo di Galatea” sopra descritto, ennesima riprova che le artificialia in corallo dovevano essere più d’una nella collezione della Wunderkammern dell’Arciduca Ferdinando II d’Austria.
Dell’insieme originale, oggi, sopravvive solo il gruppo scultoreo in corallo, posato su di una base di gesso, ritraente Ercole nell’atto di uccidere l’Idra, qui riprodotta con sei teste (figg. 1213). Altre figure, non direttamente in relazione con il racconto mitologico, sono parte della scena: due serpenti, un dragone con due corna (forse una trasfigurazione del mitico Carcino), una lucertola dal corpo squamoso (priva della coda), una sfinge e un’ultima figura armata di pugnale (fig. 14), forse il nipote di Eracle, Iolao, che nel racconto mitologico permise la sconfitta dell’Idra cauterizzando col fuoco le teste decollate, qui raffigurato con metà corpo a forma di coda bicaudata, orecchie d’asino e corna (fig. 15). Tutte le figure devono il loro movimento alla conformazione naturale del materiale corallino, di cui assecondano le forme e le sinuosità.
Dopo gli episodi del Santacroce e del Planzone, nelle fonti documentarie non si fa più cenno a lavori di glittica in ambito genovese, per i quali si dovrà attendere l’Ottocento. Per tutto il 1600 gli atti relativi all’arte dei corallari liguri riportano operazioni quali il «tagliare, bucare, attondare, lustrare, assortire»42. Dal secolo XVIII si assistette ad una progressiva decadenza del settore, sia per quanto riguarda la lavorazione, sia per la pesca (nel 1741 i Lomellini persero l’isola di Tabarca; nel 1768 la Repubblica consegnò la Corsica alla Francia; molti pescatori si dedicarono ad altre attività più redditizie)43. Nel 1753 dei circa 2000 addetti alla trasformazione del corallo nel secolo precedente solo un’ottantina risultavano regolarmente iscritti all’Arte44, che verrà definitivamente soppressa nel 1844.

Referenze fotografiche
Tutte le immagini appartengono all’archivio del Kunsthistorisches Museum di Vienna.

  1. O. PÀSTINE, Liguri pescatori di corallo, in “Giornale Storico e Letterario della Liguria”, fascc. III – IV,1931, p.171. []
  2. Sulla pesca del corallo da parte dei genovesi cfr. P. BALZANO, Il corallo e la sua pesca. Trattato sui coralli, Napoli 1870, ris. an. in Biblioteca storica del Corallo, vol. III, San Giovanni in Persiceto 1988; F. PODESTÀ, Cenni critici su Il trattato sui coralli di Piero Balzano […], Genova 1880; Idem, La pesca del corallo in Africa nel Mediterraneo e i Genovesi a Marsacares, Genova 1897; Idem, Isola di Tabarca e pescherie di corallo nel mare circostante, in “Atti della Società Ligure di Storia Patria”, ser. I, vol. XIII; O. PÀSTINE, Liguri pescatori di corallo, in “Giornale Storico e Letterario della Liguria”, fascc. III – IV, 1931, pp. 169-185, 287-310; Idem, L’arte dei corallieri nell’ordinamento delle corporazioni genovesi (secoli 15.-18.), in “Atti della Società Ligure di Storia Patria”; fasc. LXI, Genova 1933, pp. 278 – 411. []
  3. O. PÀSTINE, Liguri pescatori…, 1931, p. 172. []
  4. Sul corallo esportato verso i paesi del Medio Oriente la Repubblica genovese non esigeva nessun tipo di imposta richiedendo solo che l’esportatore acquistasse, entro un anno, altrettante merci pregiate, quali pepe, droghe e spezie, sulle quali era vincolato a versare regolare dazio. Vedi G. TESCIONE, Italiani alla pesca del corallo ed egemonie marittime nel Mediterraneo: saggio di una storia della pesca del corallo con speciale riferimento all’Italia meridionale, in “Regia Deputazione napoletana di storia patria. Storia delle arti e delle industrie meridionali”, Napoli 1940, p. LVIII; L. PICCINNO, Le popolazioni liguri e la pesca del corallo nel Mediterraneo. L’impresa di Francesco Di Negro e soci, in “Quaderni della Facoltà di Economia dell’Università dell’Insuria”, n. 16, Varese 2003. http://eco.uninsubria.it/dipeco/quaderni/files/QF2003_16.pdf. []
  5. L. PICCINNO, Le popolazioni liguri …, 2003, p. 2. []
  6. F. PODESTÀ, Cenni critici su…. 1880, pp. 10 – 11; Idem, La pesca del coralli in Africa …, 1897, pp. 10 – 11. []
  7. Sul possedimento genovese dell’isola di Tabarca cfr. F. PODESTÀ, L’isola di Tabarca e le pescherie di corallo nel mare circostante, in “Atti della Società Ligure di Storia Patria”, n.XIII, 1884, pp. 1015 – 1017; G. GIACCHERO, Pirati barbareschi, schiavi e galeotti nella storia e nella leggenda ligure, Genova 1938, pp. 30 – 35; C. SOLE, Due memorie inedite sull’insediamento genovese di Tabarca, in “Miscellanea Storica Ligure”, n. IV, 1966, pp. 271 – 278; L. PICCINNO, I rapporti commerciali tra Genova e il Nord Africa in età moderna. Il caso di Tabarca, in “Atti del Convegno internazionale di studi: Relaciones entre el Mediterràneo cristiano y el Norte de Africa en época medieval y moderna”, Granada, 20-22 giugno 2002, pp. 1 – 21. []
  8. Il primo atto relativo alla compilazione dello Statuto dell’Arte dei corallieri è conservato nell’Archivio di Stato in Genova, Artium, filza 1, 1477. []
  9. Per un’attenta e puntuale disamina dei contenuti dei Capitoli dell’Arte cfr. O. PÀSTINE, Liguri pescatori…, 1931, pp. 287-296 e Idem, L’arte dei corallieri…,1933, pp. 287-295. []
  10. O. PÀSTINE, L’arte dei corallieri…,1933, p. 279. []
  11. Capitoli della Maestranza delli Corallarii […] di Trapani stabiliti a 26 di maggio 1628, Trapani, Archivio di Stato, Atto del notaro Bartolomeo de Monaco, 11 luglio 1628, XI ind. reso noto da M. Serraino, Trapani nella vita civile e religiosa, Trapani 1968, pp. 116-119. Per una disamina riferita agli statuti e codici a regolamentazione dell’attività di pesca e lavorazione del corallo per i Capitoli della Maestranza delli Corallarii […] di Trapani stabiliti a 26 di maggio 1628, si veda inoltre B. PATERA, Corallari e scultori di corallo nei capitoli trapanesi del 1628 e 1633, in L’Arte del corallo in Sicilia, catalogo della mostra a cura di C. Maltese – M.C. Di Natale, Trapani Museo Regionale Pepoli, 1 marzo- 1 giugno 1986, Palermo 1986, pp. 69-77; E. TARTAMELLA, Storia del corallo, Trapani 2004, pp. 156-166. []
  12. Per riferimenti sul “Codice corallino” e la “ Reale Compagnia del corallo” si vedano: P. BALZANO, Il corallo e la sua pesca…, 1870, pp. 111-149; L.A. SENEGALLIA, Sul codice corallino di Torre del Greco sulla Reale Compagnia del corallo, Napoli 1936; G. TESCIONE, Il corallo nella storia e nell’arte, Napoli 1965; E. TARTAMELLA, Storia del corallo, Trapani 2004, pp.171-186, entrambi questi ultimi autori pubblicano in appendice l’intero “Codice Corallino”. []
  13. O. PÀSTINE, Liguri pescatori…,1931, p. 299. []
  14. Cfr. supra nota 2. []
  15. F. LAMERA, “L’arte del corallo a Genova e in Liguria”, in Gioie di Genova e Liguria, Genova 2001, p. 243. []
  16. R. SOPRANI, Le vite de’ Pittori, Scultori ed Architetti Genovesi, E de’ Forasteri che in Genoua operarono Con alcuni Ritratti degli stessi , Genova 1674, pp. 303-304; ripreso da C. G. Ratti, Delle vite de’ pittori, scultori ed architetti genovesi di Raffaello Soprani, Patrizio genovese, in questa seconda Edizione rivedute, accresciute, ed arricchite di note da Carlo Giuseppe Ratti, Genova 1768, pp. 425-426. []
  17. C. G. RATTI, Delle vite de’ pittori…, 1768, p. 425. []
  18. R. SOPRANI, Le vite de’ Pittori…, 1674, p. 303. []
  19. F. PODESTÀ, Cenni critici su Il trattato …, 1880, p.11; O. PÀSTINE, L’arte dei corallieri…, 1933, p. 331. A. DANEU, L’arte trapanese del corallo, Milano 1964, pp. 108 – 109. []
  20. Libro di cassa di Giovanni Andrea Doria, 1578: Merli, Bergrano 1874, parte terza, p. 56; A. DANEU, L’arte trapanese del corallo, Milano 1964, pp. 108 – 109. []
  21. Archivio di Stato di Genova, notaio Giulio Romairone, 11 agosto 1607. []
  22. Nell’inventario sono riportati: «Nove teste di cherubini di corallo grande, una testa di Salvatore di corallo incarnato e dall’altra parte un Christo in croce, un manico di coltello con delfino, un Christo piccolo di corallo incarnato, uno Giove e uno Apollo, uno Nettuno e uno cane di corallo, una Resurrezione di corallo di longessa di doi terzi, una Madonna di mezzo rilievo con putto in brasio e dall’altra parte di detta chiapa una testa di Madonna di mezzo rilievo. Uno Christo di corallo asbosato di longessa di mezzo palmo, Tre teste di morte di corallo una grossissima e doi altre piu piccole. Uno Ladrone di corallo di longessa di mezzo palmo, 28 pessi di schachi di corallo. Uno manicho di corallo con due serpe intortigliate Uno manicho di corallo con una testa di serpe 5 corneti del Mar Rosso tre grossi e tre piccoli. Uno putino di corallo incarnato. Una Croce intrasiata di madreperla e di Corallo. Doi Ladroni asbosati di corallo. Una montagna di corallo. Uno Cristo piccolo che non e fornito. Uno ladrone asbosato di corallo incarnato. Un anello di corallo. Una testa di mezzo relievo di una Madona di corallo incarnato. 7 fiche di corallo, 4 brasia di corallo. 4 teste di serpe di corallo. Una testa di Salvatore asbosata di corallo» in O. PÀSTINE, L’arte dei corallieri…, 1933, pp. 331 – 332. []
  23. O. PÀSTINE, L’arte dei corallieri…, 1933, pp. 388 -389. []
  24. O. PÀSTINE, L’arte dei corallieri…, 1933, p. 332. []
  25. Cfr. G.M. MARCH, Alcuni inventari di Casa d’Aragona…, in “Archivio storico delle province napoletane”, LX, 1936, p. 302, 313; G.C. ASCIONE, Storia del corallo a Napoli dal XVI al XIX secolo, Napoli 1991. []
  26. E. BATTISTI, L’antirinascimento, Milano 1962, pp. 497-499. []
  27. F. DWORSCHAK, Festschrift zur Feier des Fünfzigjährigen Bestandes: T. Die Geschichte der Sammlungen. von Alphons Lhotskty. 1. Hälfte. Vone den Anfängen bis zum Tode Kaiser Karls VI. 2. Hälfte. Von Maria Theresia bia zum Ende der Monarchie, Wien 1941, p. 192; D. VON SCHÖNHERR, Urkunden und Regesten aus dem k. k. Statthalterei-Archiv in Innsbruck, Innsbruck 1893,CLXXXIX, Reg. 10. 924.; D. VON SCHÖNHERR, Jahrbuch der Kunsthistor. Sammlungen des Allerhöchsten Kaiserhauses 1896, X, Reg. 14. 148. []
  28. F. DWORSCHAK, Festschrift zur…, 1941, p.168. []
  29. http://bilddatenbank.khm.at/viewArtefact?id=504897. []
  30. G. TESCIONE, Il corallo nella storia…, 1965, fig. 150, 151. []
  31. http://www.europeana.eu/portal/record/15502/6B5218D1E90F79F6BFC5B6B016D4645740E4CF40.html . []
  32. http://www.europeana.eu/portal/record/15502/6B5218D1E90F79F6BFC5B6B016D4645740E4CF40.html []
  33. P. A. WICK, A new book of Grotesques of Christoph Jamnizter, in “Bollettino del Museo di Belle Arti”, vol. 60, n. 321 (1962), pp. 85-86. []
  34. Palladio, catalogo della mostra a cura di G. Beltramini e H. Burns, Palazzo Barbarano, 20 settembre 2008 – 6 gennaio 2009, Vicenza 2008, p. 22, che rimanda a M. BENEDETTI, Nuovi documenti sullo scultore Vincenzo de’ Grandi, in “Studi Trentini”, I trimestre 1923, pp. 34 – 38. []
  35. P. A. ORLANDI, L’Abecedario Pittorico, Bologna 1719, p. 159. Per la figura del Planzone confronta pure M. C. DI NATALE, I maestri corallari trapanesi dal XVI al XIX secolo, in Materiali preziosi dalla terra e dal mare nell’arte trapanese e della Sicilia occidentale dal XVIII al XIX secolo, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale, Trapani, Museo Ragionale A. Pepoli 15 febbraio – 30 marzo 2003, Palermo 2003, p. 29; P. PALAZZOTTO, ad vocem, “Planzone” in Corallari e scultori in corallo, madreperla, avorio, tartaruga, conchiglia, ostrica, alabastro, ambra, osso attivi a Trapani e nella Sicilia occidentale dal XV al XIX secolo, a cura di R. Vadalà, in Materiali preziosi …, 2003, p. 391; M. C. DI NATALE, Ars corallariorum et sculptorum coralli a Trapani, in Rosso Corallo. Arti preziose della Sicilia barocca, Torino, Palazzo Madama, Museo Civico d’Arte Antica 29 luglio-28 settembre 2008, a cura di C. Arnaldi di Balme, S. Castronovo, Milano – Torino 2008, p. 24; M. C. DI NATALE, Ad laborandum curallum, in I grandi capolavori del corallo. I coralli di Trapani del XVII e XVIII secolo, catalogo della mostra Catania Palazzo Valle, Fondazione Puglisi Cosentino, 3 marzo- 5 maggio 2013, Trapani, Museo Interdisciplinare Regionale “A. Pepoli” 18 maggio – 30 giugno 2013, a cura di V.P. Li Vigni – M.C. Di Natale – V. Abbate, Milano 2013, p. 45. []
  36. R. SOPRANI, Le vite de Pittori…., 1674, pp. 313 – 314. []
  37. C. G. RATTI, Delle vite de’ pittori… 1768, pp. 439 – 440. []
  38. R. SOPRANI, Le vite de Pittori…., 1674, p. 314, ripreso in C. G. Ratti, Delle vite de’ pittori…, 1768, p. 440. []
  39. R. SOPRANI, Le vite de Pittori…., 1674, p. 314. []
  40. Ibidem. []
  41. http://www.kulturpool.at/plugins/kulturpool/showitem.action?kupoContext=default&itemId=17179920683 []
  42. O. PÀSTINE, L’arte dei corallieri…,1933, p. 388. []
  43. O. PÀSTINE, Liguri pescatori …, 1931, p. 309. []
  44. L. PICCINNO, Le popolazioni liguri …, 2003, p.13. []