Marina La Barbera

marinaellebi@virgilio.it

Il costume in Sicilia nella seconda metà del Cinquecento

DOI: 10.7431/RIV01052010

L’ultimo studio sistematico sul costume siciliano risale all’opera, ancora oggi fondamentale, di Pietro Lanza di Scalea, Donne e gioielli in Sicilia nel Medioevo e nel Rinascimento, del 1892.

La difficoltà di un esame accurato della moda siciliana tra Cinquecento e Seicento è data dal fatto che non abbiamo più i vestiti dell’epoca; tranne rari casi, ci si deve quindi servire di testimonianze iconografiche e di fonti d’archivio. I cataloghi sono una preziosissima risorsa per questo tipo di ricerca, ma ad essi va affiancato lo studio di “Libri di ricordi”, dei “Libri dei conti”, nei quali scrupolosi estensori annotarono le spese sostenute per comperare vesti non solo in vista di matrimoni ma anche per l’uso quotidiano. Lo spoglio dei registri notarili permette di circoscrivere contese, individuare acquisti e vendite, precisare ipoteche o concessioni di denaro, seguire pratiche di matrimonio o costituzioni di doti, elencare le voci di inventari e testamenti, cogliere, cioè, momenti peculiari della vita quotidiana nei quali i vestiti finivano con l’acquisire valore e significato di notevole importanza. Tutto questo va unito ad un puntuale raffronto con l’iconografia, ma anche con la novellistica e la cronachistica.

Così come per la moda italiana, i primi decenni del Cinquecento si contraddistinguono per la varietà di indumenti; successivamente, si risente direttamente dell’influsso spagnolo e del rigore instaurato dal Concilio di Trento. Bisogna comunque precisare che l’influsso spagnolo, in Sicilia, è presente fin dal XV secolo. Lanza di Scalea sottolinea, infatti, “il predominio spagnolo nelle intere faccende di Sicilia”1.

Il costume in Sicilia nel corso del Cinquecento diviene sempre più ricco. La profusione e la ricchezza di bordure ricamate sugli abiti sono davvero incredibili e rendono molto bene il gusto e l’interesse che in quell’epoca suscitava questo genere di guarnizioni. Sia per l’area siciliana che per quella spagnola si ricerca la magnificenza e sontuosità conseguite con il ricorso abbondante all’oro, l’uso frequente del ricamo, il dispiegarsi su abiti di raffinate e preziose gallonature2. Scrive Rocamora: « L’Espagne fut le pays qui dicta la plus grande quantité de lois somptuaires bien qu’on n’y fit pas trop attention. Au XVI siècle ces lois défendaient l’usage des brocarts et des étoffes où il y aurait du fil d’or ou d’argent »3.

Per tutto il Cinquecento il campo delle vesti è determinante per definire lo stato sociale delle persone. La normativa suntuaria fu, pertanto, concepita non solo allo scopo di contenere lussi e di limitare importazioni e spese, ma anche per fissare un preciso codice delle apparenze. Alcune città, per esempio, adottarono un sistema particolare per rendere distinguibili le prostitute: le esclusero da ogni restrizione suntuaria. Con questo sistema si costringevano le donne perbene a rispettare le leggi4.

“Ne’ secoli XVI, e XVII, in cui regnarono i Principi Austriaci della branca di Spagna, l’eccesso del lusso era così grande che fu d’uopo a’ Viceré di darvi modo con diverse Prammatiche”5.

Le prammatiche contro il lusso sono, per noi, una preziosa testimonianza dalla moda del tempo: attraverso i divieti emerge, infatti, quali fossero le fogge indossate.

Molto interessante è una prammatica de li vestiti del 1552 facente parte di un volume di Atti, bandi e provviste all’Archivio Storico di Palermo6 dove si trova scritto: “ […] videndo noi la immensa et excessiva dispesa  che si fa per tutto il regno per causa del vestire lo quale sotto diversi invenzione di pompe et fausti che continuamente si trovano se va talmente allargando che in brevità li facoltà de li regnicoli per grandi che fossero se reduciriano a diminuzione et grandissimo detrimento loro […] providimo sanzimo et ordinamo che di qua innanzi nessuna persona tanto uomo como donna di qualsivoglia stato, titolo, e condizione che sia possa portare robbe né nullo vestito di brocato, né tela di oro né di argento né guarnito di perni, né di filo d’oro né di argento di nessuni modo di vestito né fascia, né frangia, né passamano, né orli, retorni de lo medesimo né manco di sita. Item non si poza fare vestito di nessuno genere di sita reclamati con cordonetti né reponti di sita, né recamati di perni e solamenti se concede che possano portare robbe e vestitu de qualsivoglia sorte di sita che meglio le parerà con che al corpo maniche et alla cappiglia della cappa et alla berretta solamente possan portare pontale et robba de oro et di perni et non altra parte del vestito. Item in li vestimenti e robbi che si faranno tanto di uomini come di donna se le permette che gli pozano mettere di sopra una fascia […] et in tali fasce et orli non mettere nessuna specie di broccato né passamano si non li reponti di sita uno […]et li corsetti et altri vesti di donni li quali ancora se pozano guarnire  con quattro fasci di alto abascio7 purchè le dette fascie non excedino una mano di larghezza.

Item pozano portare le cosciale de le calze de sita et frapporli e mettelli taffità e qualsivoglia sorta di sita e guarnimenti con che non siano de tela de oro né d’argento né tilella de li supraditti né riccamazione né guarniti de cordonetti de sita e pozano portare gippone repontati senza nisciuna tila di oro […]”.

Nell’inventario dell’eredità di Francesco de Bonomia8 si trovano elencati “uno cottetto9 di velluto morato guarnito con una sita di oro alli pardi caduti e suoi manichi usato […] / item uno cottetto di panno di rascia10 nigra e lana usato con suoi manichi […] / item uno cottetto di velluto carmiscino11 con tri frinzetti di oro e suoi manichi con la cuda completo […] / item uno cottetto piccolo di armiscino12 virdi con una fascia di velluto virdi cum dudici fili d’oro usato / item un manto di rascia con dui crocchetti d’oro cum la cinta di siti virdi […]”.

Si può notare, scorrendo quest’inventario, la ricchezza dei tessuti usati; i capi sono per lo più cottetti, ma si trovano anche faudette o faldette, che è un’italianizzazione di fadetta e, secondo alcuni studiosi, indica una gonna lunga fino ai piedi, secondo altri è un manto di lana o di seta, per lo più nero, lungo fino al ginocchio e fornito di un cappuccio rigido, con intelaiature di stecche di balena13.

Seguono anche gipponi, manti, berrette di velluto, casacche, cappe, sai, calze di stametta, che è un tessuto di lana (in italiano stametto). Il colore prevalente è sempre il nero, unito al verde e l’allionato, colore di lione, ossia fulvo. È anche citata una zimarra di pelli; la zimarra era una sopravveste lunga e ampia, priva di tagli in vita, ispirata ai caftani turchi. Si caratterizzava per l’allacciatura ad alamari e spesso per maniche decorative pendenti.

Un inventario fondamentale per questo studio si è dimostrato quello testamentario del viceré Francesco Ferdinando d’Avalos14. Egli era marchese di Pescara e del Vasto, vicerè di Sicilia, e morì a Palermo nel 1571. Nell’inventario vi sono i beni del vicerè destinati al figlio ancora minorenne Alfonso Felice, posto sotto la tutela della madre, Isabella Gonzaga. Il valore del documento è di notevole importanza per la mole di informazioni che trasmette sulle tradizioni e le usanze di una potente famiglia della nobiltà filo-spagnola cinquecentesca.

La descrizione dei capi di abbigliamento è molto dettagliata, vi sono elencate delle mises complete, che la marchesa Isabella destina, per sua volontà, o su espressa indicazione del marchese defunto a persone molto vicine al D’Avalos, come il maestro di casa, Claudio Acquaviva, o il marchesino Malaspina, nobile siciliano da lui creato, o ad altri fedeli amici e sottoposti, tra cui alcuni esponenti della nobiltà siciliana (Tomasi, Gravina), e di quella milanese (Visconti); un paio di questi completi sono donati ad un paggio spagnolo e a Francesco Gallinella, che figura tra i testimoni che hanno siglato il testamento.

Ogni completo è formato da cappa, saio15, gippone, calze, cui si aggiunge, talvolta, un copricapo, un’armatura, o la spada con la sua guaina, oppure un casaccotto. I tessuti e le loro decorazioni, con le passamanerie, i ricami, le applicazioni in tessuto differente sono descritti dettagliatamente, nei colori e nella foggia. I tessuti variano dalle sete di differenti lavorazioni (raso, taffetà), ai velluti di diversi colori (cremisi, nero), fino a stoffe esotiche, preziose, come l’ermesino, seta leggerissima originaria di Ormudz (anticamente Armûza) in Persia, e a diversi tipi di filati particolari, come la “tela sangallo”, la “tela di Napoli”, la “tela di Milano”, lavorazioni diverse a seconda della provenienza, testimonianza della ricchezza e varietà delle manifatture italiane e della diffusione di prodotti stranieri, soprattutto orientali, attraverso le vie commerciali più note. Al lunghissimo elenco di proprietà del marchese segue la descrizione delle livree complete dei paggi e degli staffieri, in velluto turchino e con berretti di velluto nero.

Tra le robbe sono elencati «un coletto di dayno foderato di ormexino bianco con dui faxetti di ormixino», conferma di come i coletti fossero foderati di pelli pregiate; «uno paro di calze di velluto solio co’ passamani di seta con pestagni foderato di raso nero tessuto con oro con soi calzetti di seta, testimonianza della ricchezza dei ricami; una robetta di terzanello a undi con dui faxi di velluto solio foderato di seta negra figurata di tabi di argento a fogliami», il terzanello e il tabì sono due tessuti che ricorrono spessissimo negli inventari siciliani. Il terzanello è una sorta di drappo di seta leggero e di scarsa qualità ottenuta da bozzoli incompiuti per la morte del baco, oppure da bozzoli macchiati o avariati, l’etimologia è dubbia, forse da terza per indicare una terza qualità più scadente, o forse da terzone che definisce una tela grossolana16. Il tabbì è, invece, un tessuto a base di taffettà molto grosso, di seta marezzata a onde, molto pregiato. Appare già documentato a Roma nel XIII secolo e a Firenze nel XIV; il nome deriva dal quartiere, noto per la fabbricazione di tessuti, di al-Attabya, situato nella città di Bagdad in Iraq, a sua volta derivato dal nome personale Attab 17.

Nell’elenco si trova anche «una cappa di boratto di seta con sei rivette del medesimo intorno foderato di taffita»; il boratto (in italiano buratto) è un tessuto con intreccio a garza, lavorato su telai con dispositivi particolari. Nelle tipologie più importanti è realizzato con filati di seta, oro e argento e può essere operato, con trame broccate. Seguono «un ferrayolo curto di raxa de misco et intorno dui lavori di oro et seta». Il ferraiolo è un mantello corto con bavero di forma circolare o semicircolare, portato anche su una spalla sola. Negli inventari siciliani si trova spesso con il nome di firriolo.

«Vi è poi una roba lunga di damasco carmexino co’ lavori d’oro et seta»; il damasco è un tessuto operato a grandi disegni solitamente floreali, realizzato con un solo ordito e una sola trama, in cui il disegno è ottenuto per contrapposizione di intrecci.

La ricchezza dei ricami in oro e argento è persino testimoniata dai fazzoletti e dalle calze; sono menzionati, infatti, «dui fazoletti lavorati a catenetta di argento / item un altro a catenette d’oro et argento / item dui altre a catenette d’oro et filo […] item una fodra di calze di broccatello18 riccio d’oro et argento et rosso».

Vi è anche un «pappafico d’ormesino negro»; il pappafico è una sorta di cappuccio che copre la testa e le spalle e si può rialzare per riparare il viso.

Vi sono poi elencati berretti ricchissimi come «una berretta di velluto et intorno otto camei con la istoria della vita di nostra signora et otto pezi d’oro con tre perle grosse per ciascuno con un diamante quadro con l’impresa delli raccuni che sostengono il nome di Iesus con penne di airone / item una berretta di velluto con dodici diamanti legati in oro che fecero a Milano con un diamante grande in tavola legato in oro / item unaltra berretta di velluto riccio19 con uno cameo torchino con uno serafino legato in oro smaltato de rizo et bianco / item unaltra berretta di velluto con penne di Airone / item unaltra berretta di velluto con un cordone pieno di margaritine turchine con bottoni d’oro e piume bianche et turchine […]».

Interessanti sono i calzoni, vi sono «calzoni di dobletto di seta bianca», laddove il dobletto è un tessuto con doppio ordito ottenuto con lino e bambagia e, talvolta, anche seta, a coste o a  spina, fabbricato per la prima volta in Francia e poco dopo nel napoletano sempre sul modello francese. Il nome deriva dalla parola francese doble, ossia doppio, che si riferisce al doppio ordito20.

Ancora più interessanti sono, però, «uno paro di calzoni ala marinaresca di velluto berrettino a opera e calzoni alla marinara di velluto riccio fatto a opera fodrati di armexino negro».

Molto probabilmente con «calzoni ala marinaresca» si intendono le brache. La loro foggia si diffonde a partire XVI dal secolo. Buonfiglio Costanzo, nella Messina nobilissima, precisa che l’uso delle brache, anzi dei calzoni, come egli le chiama, prima riservato ai soli marinai, veniva esteso da Giovanni d’Austria, in seguito alla battaglia di Lepanto, a «tutti indifferentemente, et di quando in quando variato hora alla spagnola, hora alla francese, hora alla Sivigliana, et finalmente alla vallona, nel quale uso non si riposando si va il taglio sempre variando, et con quello il rimanente del vestito et delle cappe»21. Una prammatica emanata a Messina il 28 ottobre 1563 ordina che nelli «cosciali delle calze non si possa portare più panno o seta di quello che va all’infuori delle calze per impedire di nascondere cose rubate e scopettoni con artificio di fuoco cioè quella inforra quanto basta a circondare la coscia, e se alcuno dovrà mettere più lo possa fare purché non sia di un terzo di palmo più lungo di quello che sarà l’inforra sopra il ginocchio in suso e per ciascuna coscia et settali concioni si vogliono tagliare sia lecito tagliare et possono fare di panno o di velluto o d’ogni altra sorte di seta si vuole dummodo che non si possano mettere trenette, vernili o ricami»22. Dalla legge si coglie la tendenza a trasformare le attillate calze a braga, già in uso, in ampi e comodi indumenti da identificarsi, appunto, con i calzoni di cui parlava Bonfiglio.

Lo stesso Giovanni D’Austria viene raffigurato con le brache nel monumento eretto a Messina dal carrarese Andrea Calamech nel 1572, allorché il vincitore di Lepanto rientrò a Messina con la sua flotta. Don Giovanni è, infatti, rappresentato mentre calpesta la testa del turco Alì Bassa; nel fregio del basamento vi sono armature e scudi e, ancora, le due flotte contrapposte, la sconfitta dei turchi e il ritorno delle navi cristiane a Messina (Fig. 1).

La preoccupazione per l’eccessivo sfarzo della moda dei tempi è ben espressa in poesia dal palermitano Marco Filippi, detto il Funesto, che, in una Vita di Santa Catherina Vergine e martire, composta nel 1562, contrapponeva la bellezza disadorna a quella carica di orpelli e travestita dal trucco: «Non è la sua bellezza, unica e sola, / Forbita già di lisci, o di belletti; / La calza, e col giubbon la lunga stola, / Non son piene di frappe, e di tagletti: / La bionda testa, ond’egli il preggio invola / Ai più doretti fiocchi, e più perfetti / Non cuopre di berretta impennacchiata, / Di medaglie, e cordon cinta e ornata»23.

Se è vero che l’abito è lo specchio della società, rivelandone unitamente gli aspetti politici ed economici, gli orientamenti e le evoluzioni del gusto, tutto questo è altrettanto vero per il “popolo dei santi” in legno che animava l’immaginario religioso dei devoti tra XVI e XVII secolo. Un popolo che veste l’attualità dei broccati e dei lampassi spagnoli alla moda. Nella loro rappresentazione artistica i santi indossano abiti confezionati con tessuti di alta qualità e secondo le fogge del momento24. Gli artisti imitavano nelle stoffe dipinte delle statue devozionali sia i motivi ornamentali caratteristici dell’arte tessile contemporanea, sia le stesse tecniche di lavorazione dei tessuti, quali il velluto cesellato, il damasco o il broccato in oro.

Molte statue lignee sono, quindi, raffigurate con ricchi abiti alla moda, come la Santa Barbara della Chiesa del SS. Salvatore di Enna, che indossa un corpino aderente al busto e gli spallini imbottiti stratagliati nella parte alta contigua all’attaccatura delle spalle, tipici della moda femminile del Cinquecento.

Abbigliamento elegante di chiara cultura rinascimentale indossano i tre Santi Alfio, Cirino e Filadelfio, di ignoto scultore della seconda metà del Cinquecento, oggi nella Chiesa Madre di Mirto25. I tre santi sono raffigurati l’uno accanto all’altro, solennemente seduti ciascuno in un tronetto intagliato; uno dei tre porta la gorgiera, colletto lavorato a cannoni pieghettati o scannellati, segno distintivo della moda di derivazione spagnola della seconda metà del secolo (Figg. 234).

Gli inventari di fine Cinquecento – inizio Seicento mostrano l’importanza assegnata alla passamaneria con le ricorrenti menzioni di vesti “listate” di passamano, frange, addobbi. Anche nell’inventario di Cesare Moncada26, figlio di Francesco I, (Fig. 5), si enumerano una serie di oggetti di abbigliamento come «una casacca di tiletta nigra con tre fascie di velluto con passamno et pistagne di raxo nigro foderato di terzanello bardiglio […] / uno paro di causuni di damasco bianco con passamno di sita turchina e d’oro cum causetti di Sita Bianca et attaccagli27 […] / item una casacca di raso bardiglio con passamano d’argento e pistagni di raso foderate di terzanello pardiglio […] / item un firriolo di frinzola turchino con passamano d’oro e collare di velluto turchino con dui corpi d’argento morati […] / item un paro di Causi di velluto bardiglio co passamano d’argento e pistagni di raso pardiglio foderati di tila d’argento con causetti di sita pardiglia e attaccaglie».

Nell’elenco si trovano anche «un paro di stivali bianchi incerati / item due para di scarpi di coiro nigro».

Nel ritratto del Della Lengueglia, Cesare, alla fine degli anni Sessanta, indossa un colletto scuro, guarnito alle mostre di passamaneria merlate in oro o in argento; al collo porta una gorgiera pronunciata e infustita; le maniche sono chiare, morbide ed intercambiabili, con applicazioni di merletti, alternati ad intagli (stratagli) con disegno di S. Il calzone è, ancora, a buffa, le calze sono chiare. Sulla spalla sinistra porta allacciato un ferraiolo in tono con il colletto28.

Il padre Francesco I (Fig. 6), invece, intorno alla metà del Cinquecento indossa una sopraveste nera foderata di pelliccia, probabilmente di ermellino, con il collo a puntale girato sulle spalle e una gorgiera minuta. La sua veste è costituita da un giuppone in tessuto chiaro, a disegno o intaglio minuto, indossato sulle brache a sbuffo, scure e impunturate, con brachetta; le calze di maglia sono unite, scure, le scarpe basse e nere29.

Il Don Chisciotte costituisce una preziosa fonte: « …Ciò visto, Don Chisciotte lasciò le molli piume e, nient’affatto pigro, indossò il suo vestito scamosciato e calzò gli stivali da viaggio per coprire il guaio delle calze; si gettò sopra la cappa scarlatta e si mise in testa in berretto di velluto verde, guarnito di passamani d’argento»30.

La corte rinascimentale dei Moncada fu una delle più importanti della Sicilia del tempo ed aveva la sua sede a Caltanissetta, dove in quel periodo arrivano tessuti pregiati, broccati, bellissime stoffe inglesi, spagnole, francesi. Vi sono inventari della bottega di panni di Abbattista Foresta31, mercante genovese residente a Caltanissetta e l’inventario post mortem di Giovan Tommaso de Forte32, secreto del conte che comprendeva tessuti pregiati. Nel registro di un notaio dell’epoca, la Zaffuto Rovello ha rintracciato un quinterno del registro dei conti di casa Moncada per il mese di Luglio del 1555, in cui vengono pagati, tra gli altri, un pellicciaio, un fabbricante di calze, un fabbricante di scarpe, diversi mercanti di panni33.

L’elenco delle tinte citate negli inventari, utilizzate per vesti e sottovesti,  comprende: nero, “negro”, morello o “morato” (nero di tono calso, tendente al bruno), giallo, limonato, “arancino”, bianco, “carnaxino” (incarnato), verde, “bardiglio” (rosso bruno), “paglino” (paglierino), turchino, rosso, “franscischino”, “zuccaio et cannella”, “cremisine” (cremisi), celeste, “solfararo” (zolfo), “a findo d’argento” e “a funto d’oro”34.

Nell’inventario post mortem del 1592 del principe Francesco II Moncada si enumerano «un boemio35 di tabì d’oro verde guarnito d’oro, una casacca, un paio di cauzi e un gippone della medesima fattura / un cappello di tirzanello verde con pendette d’oro, con un pendente di smeraldi a forma di serpente / un gippone di tela d’oro e d’argento / un paio di cauzi di passamano d’oro / un boemio di raxia leonato, bordato di cannottiglio36, un corpetto e un paio di causi della medesima fattura, e un gippone di tela e seta lavorata rigata che appartiene allo stesso vestito / un boemio di velluto nero bordato d’argento / un paio di causi, una casacca e un boemio, di tirzanello colore “rosa sicca” bordato con frinzi d’oro e passamaneria / una robba di levarsi37 di damasco carnicino con passamano d’oro, foderata di pelli di martora / nove paia di stivali di Cordova / una scatola di penne / una cassetta di calze di colori diversi». Seguono poi una serie di abiti e cappelli dai colori più svariati in cui dominano l’oro e l’argento e poi il verde, l’azzurro, il rosa, il giallo e il bianco. Anche gli accessori, guanti e calze, sono sempre di seta colorata, ad esempio si trovano elencati dodici guanti di seta verde e, in una delle cassette della retrocamera, vi erano dieci paia di calze gialle, nere, verdi, leonate.

Per comprendere il valore di questi oggetti, basti pensare che Tommaso Moncada, cugino del principe Francesco, nel 1595 compra un paio di calzette di seta colore dello zolfo per un’onza e 14 tarì e quattro metri di tela d’Olanda per i collari alla spagnola per 3 onze e 10 tarì, pari al salario annuale di un bracciante agricolo38.

Le scarpe sono indicate con il nome di «busacchini, seu stivali di cordovana» e ne sono elencate nove paia oltre le pianelle di velluto nero.

Le scarpe erano uno dei prodotti locali che facevano parte del paniere sottoposto ai capitoli e mete della città: dai calzaruni di vacca, di scarsa qualità, alle scarpe di cordovana e di vacchina.

Gli uomini del Principe portavano una divisa costituita da una casacca di velluto giallo guarnita con passamaneria di seta e d’argento ed anche i cavalli erano circondati da un girello di stoffa con gli stessi colori, che si ripetevano nelle banderuole e negli stendardi39.

Il giallo, il leonato e l’oro sono i colori dominanti nell’abbigliamento di coloro che circondavano il principe. L’inventario riporta moltissime livree, per i paggi, gli staffieri, i mozzi da camera. Di ogni livrea vi sono moltissimi capi uguali: dieci paggi indossavano le casacche di velluto giallo, i pantaloni a buffa di velluto arancione e le cappe di raso nero foderate di seta arancione con la bordura e i bottoni d’oro al collare. Per gli stessi paggi c’erano anche la casacca di tela d’oro con i pantaloni a buffo e i gipponi di tela d’oro guarnito di frinzetti d’oro e d’argento, e 18 boemy di velluto leonato foderato di tirzanello verde, con le “aperture” di seta d’oro, il passamano e i bottoni d’oro e d’argento. I paggetti erano sei e vestivano con la livrea della stessa foggia di quella degli adulti. Gli staffieri, dieci anche essi, indossavano causi di tela d’oro con le fasce di velluto leonato e le cappe di velluto leonato foderato di tirzanello verde. I paggi portavano il berretto di velluto nero con una piuma e il pugnale dorato legato in vita da un cinturino di velluto intrecciato con fili d’oro; gli staffieri portavano il berretto di tirzanello nero guarnito d’oro e il cinturino di cuoio arancione40.

L’uso costante della passamaneria è documentato dall’Heredità del Quondam Petro Rossitto del 1573, ossia un inventario per la pubblica vendita di gioielli e utensili di bottega appartenenti ad un ricco fabbricante dell’Argenteria di Palermo, pubblicato da Giuseppe Cardella, ma inedito per quanto riguarda la parte riguardante l’abbigliamento41. I vestiti elencati appartennero ad una certa «Catherina Vergara Ortisia et Russittu» ed a sua figlia «Melchiora». Tra le vesti della prima vi sono «[…] una faudella di sua consorti russa minata di raxa indrappata guarnita con tri fasci di velluto russo et sei passamani di sita russa [...] / un’altra faudella di menza mina di la ditta di chiamellotto russo guarnita con soi passamani faxi di armicino42 russo […] / un’altra faldetta di la ditta di chiamellotto morato di acqua di menza mina guarnita con soi faxy di velluto morata et quattro passamany di sita morata». Si può notare come le guarnizioni e le successive applicazioni si adattassero sempre al colore base del vestito. Tra le vesti di Melchiora si trova «una faudella di la figlia di raxa gialla nova guarnita con soi faxi di velluto giallo et rosso con certi spichetti disita giallo intro li faxi […]». Come si nota, l’abbigliamento infantile (la figlia aveva dodici anni) era estremamente ricco ed imitava pedissequamente quello degli adulti. Un vestiario prettamente infantile lo si avrà solo a fine del XVIII secolo.

I costumi spagnoli crearono una moda che, per quanto all’inizio ridicolizzata per l’artificiosità e anche per l’effeminatezza, fu in seguito adottata con entusiasmo. Gli abiti molto attillati, le giacche molto corte, barba e capelli lunghi erano stati segno precoce dell’influenza spagnola. «I visitatori stranieri non sapevano mai se i siciliani vestivano all’italiana o alla spagnola, ma sembra che la moda spagnola si diffondesse in misura sempre maggiore per la consuetudine della vita di corte. La gente cominciò ad usare oli e profumi. La costosa moda di usare carrozze stava ora cominciando a diventar popolare. I siciliani divennero noti per il baciamano, per gli scappellamenti e il gioco. La loro preoccupazione per le questioni di precedenza, di decoro e di cerimoniale continuò ad essere attribuita da loro stessi all’esempio della Spagna, ma in pratica il codice di galanteria, di gravità e di etichetta fu portato a tali estremi da sembrare buffo persino agli spagnoli» 43.

«L’usage des parfums parmi les espagnols fut une des choses que les arabes léguèrent à l’Espagne et la découverte de l’Amérique fournit de nouveaux matériaux à cette industrie naissante»44.

Nonostante il colore imposto fosse il nero, gli abiti austeri dei gentiluomini e delle nobildonne, destinati ad esprimere il messaggio politico e religioso del Re cattolico, manifestando soprattutto negli abiti femminili un orientamento devozionale, erano vivacizzati da lechuguillas bianche ai colli e ai polsi, ma soprattutto, come abbiamo visto, da galloni, passamano e frange. Nelle descrizioni delle nozze di Anna d’Austria con Filippo II, c’è un costante riferimento a pasamanos in oro e in argento che sembrerebbe contraddire l’editto di Madrid del 1563 che proibiva ogni sorta di passamano in oro, argento e seta45, ribadito poi dall’editto di Filippo III.

Nella seconda metà del Cinquecento la moda utilizzò abbondantemente le trine, che rifinivano elegantemente lattughe e colletti.

Cesare Vecellio, riferendosi a Filippo II, scrive: «Habito che questo potentissimo Rè usa privatamente è un cappotto nero, un par di calze intiere, un saio, & una berretta alquanto alta, & di velluto, la camicia così al collo, come alle mani è ornata di sottilissime lattughe»46.

Ovviamente i vestiti dei sovrani erano ripresi dai nobili di cui Vecellio ci mostra delle incisioni significative (Figg. 78).

Nella prima immagine è raffigurato un nobile spagnolo che porta una «berretta alquanto alta», una gorgiera, le lattughe ai polsi, le «calze intere» e le brache; nella seconda immagine vi è una «donna spagnola nobile alle feste», che indossa un ampio collare con lattughe inamidate, un gippone rigidamente aderente e con terminazione a punta, la gonna dalla tipica forma a cono, sorretta dal sottostante verdugado e le maniche aperte sopra quelle sottostanti e pendenti. Alla voce Matrona Spagnola nobile il Vecellio scrive «usano alcuni busti tanto stretti ne i finchi, che pare impossibile, che possano capir sotto i loro corpi»47, alla voce Donzelle di Spagna scrive «al collo & alle mani usano lattughe assai grandi»48. Sempre il Vecellio precisa che «le maniche della sopra veste si vedono pendenti, le maniche del giubbone, delle quali sono coperte le braccia, sono strettissime, e colorate»49 e conferma che anche le siciliane «portano le maniche vestite di quelle delle sottane; & quelle della vesta di sopra pendono fino in terra», come si può leggere alla voce Matrona nobile siciliana ornata per andar à feste pubbliche50.

Il particolare delle maniche pendenti lo troviamo ancora in un dipinto di Giovanni Portaluni, del terzo decennio del XVII secolo, raffigurante Il martirio di Sant’Orsola e delle sue compagne, della chiesa di San Francesco a Gela (Fig. 9). La santa indossa, infatti, un abito rosso laccato, dalle stoffe sontuose, con le maniche pendenti e il vezzo della spilla che appunta alla schiena il lungo e pesante strascico; da notare che le vergini incatenate vengono condotte al martirio dai loro carnefici che vestono alla foggia turchesca51.

La diffusa tendenza a ricondurre l’abito nero alla moda spagnola è ben documentata dalle fonti siciliane ancora sul finire del XVIII secolo, quando l’abate Di Blasi ricordava i tempi in cui «i cavalieri vestivano di lana, e di nero alla spagnola»52.

L’abito nero con gorgiera inamidata a cannoncini veniva, comunque, esclusivamente indossato dalle classi aristocratiche per legittimare il loro ruolo sociale.

Nella Pala di San Sebastiano 53 di Simone de Wobreck54 – nativo di Haarlem e attivo e documentato a Palermo dagli anni 1578-1579 -  sono raffigurati sulla sinistra, in primo piano, il viceré Marcantonio Colonna, con il rosario in mano, emblema di Lepanto e, in secondo piano, Don Carlo d’Aragona e Tagliavia, duca di Terranova, vicino per cariche politiche e lignaggio al Colonna; entrambi hanno l’abito nero con il colletto e i polsini inamidati. La pala, già nell’Oratorio della Confraternita della Madonna del Soccorso a Sant’Agostino, è oggi nella Chiesa di Sant’Agostino a Palermo.

Il Duca di Terranova compare anche in un altro dipinto del Wobreck raffigurante Palermo liberata dalla peste, del 1576, proveniente dalla Chiesa di San Rocco e oggi al Museo Diocesano di Palermo. Il duca è raffigurato, nella parte inferiore della tavola, accanto alla Compagnia dei Bianchi, la più importante associazione laicale della città, fondata nel 151455.

I colori scuri, dalla seconda metà del Cinquecento, sono prediletti in Sicilia, come abbiamo visto, anche dalle donne, soprattutto in occasione di celebrazioni ufficiali, quando l’abito veniva arricchito da preziosi gioielli. Alle nozze della figlia del principe Carlo d’Aragona, nel 1574, le dame indossavano sopravesti in tessuti «tutti di colori chiusi e la maggior parte neri…in velluti piani ò lavorati et in rasi, e con guarnitioni strette e gentili d’oro, canutiglie e perle, et alcuna che era ricamata fu di setta del medesimo color chiuso ò di naccare di giovetto nero… è ben vero che alle vesti di sopra supplivano fornimenti d’oro ò fili di perle in collo, e quelle che portavan cottetti, con cinti d’oro e di gioie»56.

In un inventario del 159057 è enumerato l’elenco di robbe che Antonio Macinghi lascia alle figlie Camilla e Alexandra e a sua moglie Manfisa; tra gli indumenti si trovano «una scufia d’oro et argento / item un velo allionato e bianco di esta di donna nuovo / item un altro velo simili russo et bianco novo / item un altro velo di donna di sita incarnata et bianca novo». Da quest’elenco si ricava che l’uso delle berrette non avevo del tutto sostituito quello dei veli.

Seguono «menza canna di passamano d’oro et argento / […]item dui pezzulli di velo d’argento / […]item un paro di calzetti di tila di lenza lavorati d’oro et argento e di filo novi / […]item un gipponi di donna di tila lavorata d’oro et argento usati / item un gippone di terzanello bianco vecchio […] item un palandrano di galbo di Fiorenza misco col suo cappuccio guarnito di passamani e chiacchi58  usato / item un cappotto di donna di velluto pardiglio lavorato col suo passamano di oro et argento con 3 bottoni di oro massiccio foderato di tirzanello giallo usato / […] item un firriolo di panno di Fiorenza nigro plano co suo collaro di velluto nigro usato / […] item una casacca di raso nigro picata59 e stampata foderata di tirzanello nigro guarnita di raso […] / item una casacca di tabi nigro picata guarnita di passamano foderata di terzanello nigro  […] / item un pappafico di velluto pardiglio vecchio[…]».

Nella cattedrale di Piazza Armerina vi è una coppia di ritratti raffiguranti Marco Trigona e la moglie Laura de Assoro, di artista ignoto della fine del XVI secolo (Figg. 1011). Marco Trigona era il massimo esponente del casato sul finire del Cinquecento, che elesse erede universale di tutti i suoi beni la chiesa madre di Piazza Armerina60.

I ritratti dei Trigona ripropongono la costante attenzione dei committenti e dei ritrattisti per l’abito come segno di status sociale. Il barone indossa l’abito scuro e la gorgiera e i polsini inamidati; l’abito della baronessa ha il collare rialzato in un’ampia pieghettatura dietro il capo, delle ricche applicazioni che ravvivano il pregiato tessuto scuro e lo scialle, un tipo di abbigliamento che è un chiaro indizio dell’appartenenza a due delle famiglie più influenti del periodo. L’uso dello scialle, indossato sulle spalle come complemento all’abito per ornamento o per proteggere dal freddo, comparirà in Occidente, con più frequenza, soprattutto, tra il XVII e il XVIII secolo, introdotto dalle compagnie delle Indie come manufatto d’importazione proveniente da paesi mediorientali e dall’India61. Probabilmente, proprio a questo capo si riferisce il termine manticelli usato in un bando emesso nel 1617 nelle terre di Militello da Francesco Branciforti e Giovanna d’Austria, in cui se ne lamenta l’uso eccessivo a discapito dei “manti lunghi” ritenuti più consoni alle gentildonne62.

Altra testimonianza figurativa dell’abbigliamento “alla spagnola” è fornita dal Monumento funebre di Modesto Gambacorta del 1587, nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli o della Gancia di Palermo (Fig. 12). In questo periodo in Sicilia c’è una forte mobilità sociale, che coinvolge il ceto nobiliare: «mai forse nella storia dell’isola la nobiltà [feudale] si acquistò con tanta facilità…al di sotto della grande feudalità scalpitava ora una massa di oltre quattrocento piccoli feudatari […] quasi tutti di recente e recentissima nobiltà»63. Su ventisette titoli di “don”concessi dal Rey Prudente, Filippo II, ben diciannove riguardano solo cinque famiglie tra cui quella dei Gambacorta: Modesto acquista il titolo nel 1579. Il Gambacorta fu giudice pretoriano di Palermo, presidente del Real Concistoro e poi di quello del Real Patrimonio, reggente del consiglio d’Italia a Madrid nel 1602, governatore della Nobile Compagnia dei Bianchi in Palermo e, nel 1607, diventa Marchese di Motta.

Nel monumento, il defunto indossa un gippone con gorgiera con sopra una sorta di farsetto scollato chiuso da alamari. Le maniche che escono dall’indumento sono riccamente decorate.

Un sergente della milizia spagnola era raffigurato tra le mattonelle di un pavimento proveniente dalla cinquecentesca chiesa di S. Giorgio dei Genovesi di Sciacca, oggi  non più esistente. Il pavimento è stato ricostruito attraverso dei pannelli, murati su una parete, nei locali attualmente in uso all’Istituto d’Arte64.

In questo periodo si diffonde un tipo di gorgiera più piccolo, come quella indossata da Sofonsiba Anguissola nel suo Autoritratto al cavalletto, oggi al Muzeum Zamek di Lancut, databile intorno al 1556 (Fig. 13). Il colletto ritto con arricciature inamidate  e ornato di pizzo, le sovramaniche sono arricciate alla spalla e i polsini riprendono il motivo del colletto65.

Si diffonde inoltre anche l’uso dei ventagli. Nella collezione Arezzo Trifiletti sono conservati due ventagli siciliani a banderuola del 1560 circa, di cui uno con manico in legno tornito a rocchetti. Lo schermo è in paglia con “spioncino” ottenuto nella trama di intreccio; il bordo di rifinitura è in passamaneria rigata nei colori celeste, verde e rosa. L’altro ventaglio ha il manico in avorio fornito di rocchetto, lo schermo è in paglia intrecciata con inserti di paglia color violetto e spioncino (Figg. 1415).

Il ritratto di Francesco II Moncada66 è una testimonianza di come la moda stia virando verso stilemi classici seicenteschi. L’uomo predilige un abbigliamento meno “forte” rispetto a quello indossato dal padre Cesare. Egli porta un ferraiolo che pende dalla spalla sinistra e copre, in parte, un giuppone chiaro, rigato e fasciato orizzontalmente con motivo di tulipani. La moda della tulipanomania – il tulipano è il simbolo della grazia santificante dello Spirito Santo – si diffonderà nel corso del Seicento, anche tra gli orafi, basti pensare al messinese Joseph Bruno67.

Francesco indossa, inoltre, una sopraveste scura, legata al collo ed aperta sul davanti ed un’ampia gorgiera. Le brache sono sempre a sbuffo ma senza brachetta. Le scarpe con il tacco basso, chiare e infiocchettate sono già seicentesche.

Legenda

ASCl: Archivio di Stato di Caltanissetta

ASEn: Archivio di Stato di Enna

ASPa:   Archivio di Stato di Palermo

ASCP:  Archivio Storico Comunale di Palermo

Quando non specificato i documenti sono da intendersi inediti, diversamente si sono indicate le fonti dove il documento è stato pubblicato.

I documenti sono presentati in ordine cronologico; per alcuni si è ritenuto opportuno non pubblicare trascrizioni integrali, ma di riportare quelle parti, fedelmente riprodotte, riguardanti specificatamente l’abbigliamento.

Si sono poi utilizzati segni diacritici nella trascrizione dei documenti quali:

()           parentesi tonde, che racchiudono lo scioglimento di abbreviazioni

[…]   punti ellittici tra parentesi quadra, indicanti l’omissione di parti del documento, ritenute non pertinenti a questo studio

/        barra obliqua, indicante l’inizio di una nuova carta

<?>   punto interrogativo entro parentesi uncinate per indicare le parole non decifrate

<sic> sic chiuso tra parentesi uncinate nei casi in cui non vengano rispettate le regole grammaticali odierne o nel caso di parole la cui esistenza non è riscontrabile nei dizionari

[***] asterischi chiusi tra parentesi quadra, indicante spazi lasciati vuoti già dall’estensore  originario del documento

  1. P. LANZA DI SCALEA, Donne e gioielli di Sicilia nel Medioevo e nel Rinascimento, Palermo 1892, rist. an. 1971, pp. 222 e sgg. []
  2. R.C. PROTO PISANI, Sicilia e Spagna tra fili d’oro e d’argento: galloni, trine, frange, in Magnificéncia y extravagáncia europea en l’arte téxtil a Sicília, catalogo della mostra, Palermo 2003, p. 434. []
  3. D. M. ROCAMORA, La mode en Espagne au XVI siecle, in Actes du I Congrès internationale d’histoire du costume, Venise, 31 aout – 7 septembre 1952, Venezia 1955, pp. 68-69. []
  4. M.G. MUZZARELLI, Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XIV secolo, Bologna 1999, p. 296. []
  5. Lettera del P. D. Gianvangelista Di Blasi…sugli antichi divieti del Lusso e del Giuoco in Sicilia, in Nuova Raccolta di opuscoli di autori siciliani, III, Palermo 1790, p. 97. []
  6. ASCP, Atti, bandi e Provviste A. 1551-1552, ind. X. Foglio 54 v. Prammatica de li vestiti 29 aprile X ind. 1552. Documento inedito. []
  7. Italianizzazione di arvàçiu, m. orbace, albagio, denominazione di origine sarda per distinguere un panno di grossa lana di pecora tessuto a mano. In Sicilia veniva prodotto a Caltavuturo, Castelbuono, Corleone, Noto, Piazza Armerina, Polizzi. Cfr. E. BIANCHI, Dizionario internazionale dei tessuti, Como 1997, p. 294; R. PIRAINO, Il tessuto in Sicilia, Palermo 1998, p. 137. []
  8. ASPa, Case ex gesuitiche (Collegio Massimo e Chiesa di Palermo) Serie B cc. 129-139. 3 febbraio XI ind. 1552. Inventarium dell’eredità di Francisci de Bonomia confactum per P. Nicolaus de Bonomia. Documento  inedito. []
  9. Termine siciliano per indicare una sorta di farsetto o gippone. []
  10. Volgare siciliano per raxia, grossolano panno di lana pettinata trattato con armatura a spiga. Da rascia, denominazione medievale della Serbia dove questo tessuto era prodotto e poi esportato. Nel secolo XVI se ne facevano indumenti; cfr. C. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Niort 1883-1887, ristampa moderna Graz 1954. []
  11. Tessuto serico siciliano. []
  12. Drappo di seta leggera. []
  13. Cfr. C. NASELLI, Manto siciliano e “faldetta” maltese, in «Bollettino Storico Catanese», vol. I, Catania 1940. []
  14. ASPa, Notai defunti Giuseppe Fugazza, Testamento del viceré Francesco Ferdinando D’Avalos, viceré di Sicilia, 6764, XIII luglio 1571, XIV indizione. Già pubblicato da R. BERNINI, La collezione d’Avalos in un documento inedito del 1571, in «Storia dell’Arte», n. 88, 1996, pp. 384-445. []
  15. La cappa è un mantello di forma circolare o semicircolare, dotato, a volte di cappuccio. Il saio è un indumento maschile che copre la persona fino alle cosce. []
  16. E. BIANCHI, Dizionario…, 1997, pp. 470-471. []
  17. E. BIANCHI, Dizionario…, 1997, p. 417. []
  18. Il broccatello è un tessuto costruito con un ordito di fondo in seta e una trama generalmente in lino lavorato a raso. Le differenti tensioni delle trame e degli orditi creano un caratteristico effetto di rilievo, in cui le parti in raso si rialzano e vengono lette come motivi; cfr. R. PIRAINO, Il tessuto…, 1998, p. 129. []
  19. Il velluto si ottiene con l’inserimento di un filo, sollevato da piccoli bastoni metallici, che origina degli occhielli la cui altezza determina quella del pelo; se questi occhielli si presentano pieni si ha il velluto “riccio”, se tagliati il velluto “tagliato”; cfr. R. PIRAINO, Il tessuto…, 1998, p. 135. []
  20. E. BIANCHI, Dizionario…,  1997, p. 113. []
  21. Messina città nobilissima descritta in VIII libri, Messina 1738, l. VII, p. 50 v. []
  22. R. ARNÒ, Le vesti e gli ornamenti in Messina nel secolo XVI e XVII, in «Archivio Storico Messinese», XXIV-XXV (1923-1924), p. 228. []
  23. P. MAZZAMUTO, Lirica ed epica nel secolo XVI, in Storia della Sicilia, IV, Palermo-Napoli 1980, pp. 300-301 e nota 86, p. 350. []
  24. P. RUSSO, Realtà e simbolo nell’abito dorato delle sculture in legno tra Cinque e Seicento in Sicilia, in Magnificència…,  2003, p. 530. []
  25. Erano collocati, originariamente, nella chiesa a loro dedicata. T. PUGLIATTI, I santi della montagna. Statue e strutture lignee della Sicilia orientale, tra i monti Nebrodi e i Peloritani, in Splendori di Sicilia. Arti decorative dal Rinascimento al Barocco, Catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale, Palermo, Albergo dei Poveri, 10 dicembre 2000 – 30 aprile 2001, Palermo 2001; E. GUGGINO, Alfio, Filadelfio e Cirino genesi di una leggenda, Palermo 1965. []
  26. ASPa, Archivio Moncada reg 591 cc. 79-80.  L’inventario è stato pubblicato in R. ZAFFUTO ROVELLO, Caltanissetta Fertilissima Civitas, 1516-1650, Caltanissetta – Roma 2002. Fondamentale per lo studio dei Moncada è G. A. DELLA LENGUEGLIA, Ritratti della Prosapia, et Heroi Moncadi nella Sicilia, opera historica-encomiastica del Padre d. Gio. Agostino della Lengueglia, Valenza 1657, in cui si trovano bellissime acquaforti di Pedro de Villafranca raffiguranti i membri della famiglia Moncada, quello di Cesare Moncada è il Ritratto XVI, pp. 557-584. []
  27. Sono nastri di seta, di lana, di filo e simili, con cui si legavano le calze cingendo le gambe. []
  28. Cfr. V. U. VICARI, La “robba” dei Moncada. Tessuti per l’abbigliamento, abiti, accessori alla moda ed oreficerie d’uso cortese, in La Sicilia dei Moncada, Le corti, l’arte e la cultura nei secoli XVI-XVII, a cura di L. Scalisi, Caltanissetta 2006, p. 178. []
  29. G. A. DELLA LENGUEGLIA, Ritratti…, 1657, ritratto XV, pp. 533-556; cfr. V. U. VICARI, La “robba”…, 2006, p. 178. []
  30. M. DE CERVANTES SAAVEDRA, Don Chisciotte de la Mancia, ed. cons. Garzanti,  Milano 2000, vol. II, cap. XLVI, p. 747. []
  31. ASCl, Notar R. Giglio, vol. 191, c. 9 sgg., del 18 marzo 1550. []
  32. ASCl, Notar R. Giglio, vol. 195, da c. 133 v. a c. 139 v., del 28 settembre 1554. []
  33. ASCl, Notar R. Giglio, vol. 196, da c. 674 a c. 677; cfr. R. Zaffuto Rovello, Il potere, la religiosità, la cultura: i Moncada a Caltanissetta nel Cinquecento, in R. ZAFFUTO ROVELLO – A. VITELLARO – G. CUMBO, Signori e Corti nel cuore della Sicilia, Caltanissetta 1995, pp. 11-41. []
  34. V. U. VICARI, La “robba”…, 2006, p. 178. []
  35. È una sorta di cappotto proveniente dalla Boemia.  Si trova spesso anche negli inventari spagnoli. []
  36. Fili d’oro ritorto. []
  37. Probabilmente una veste da camera. []
  38. Cfr. ASCl, Notaio Giovanni Battista Calà, reg. 177, cc. 318-319. []
  39. L’inventario è riportato da R. ZAFFUTO ROVELLO, Il potere…, 1995, pp. 25-27; cfr. Inventarius pro heredibus quondam Ecc. D. don Franc. De Moncada Principe Paternionis, redatto a Caltanissetta nel 1592, Romme comprate per mia Sra la Duchessa et per il Principe mio Sre di paggi e staffieri, Palermo 1590, in D. VULLO, Arredi sacri e profani, abbigliamento e commercio delle stoffe a Caltanissetta. Secoli XVI-XVII, in Magnificenza nell’ Arte Tessile della Sicilia centro-meridionale, catalogo della mostra, Catania 2000, pp. 193-208. []
  40. R. ZAFFUTO ROVELLO, Cultura e corte nella Caltanissetta del Cinquecento, in La Sicilia…,  2006, pp. 276-277. []
  41. G. CARDELLA, La “Heredita del quondam Petro Rossitto” 1573. Inventario per la pubblica vendita di gioielli e utensili di bottega appartenuti a un ricco fabbricante dell’Argenteria di Palermo e nomi degli acquirenti, Messina 2000. Ringrazio Giuseppe Cardella per avermi messo a disposizione il manoscrittoriguardante la parte dell’abbigliamento ancora inedita. []
  42. Denominazione siciliana di ormesino o ermesino. []
  43. D. MACK SMITH, Storia della Sicilia Medievale e moderna, Roma-Bari 1976, p. 198. []
  44. D. M. ROCAMORA, La mode..., 1955, p. 73. []
  45. F.L. MAY, Hispanic Lace and Lace Making, New York 1939, p. 6. []
  46. C. VECELLIO, Degli habiti antichi e moderni di diverse parti del mondo, Venetia 1589, p. 252. []
  47. C. VECELLIO, Degli habiti, 1589, p. 260. []
  48. C. VECELLIO, Degli habiti, 1589, p. 258. []
  49. C. VECELLIO, Degli habiti, 1589, p. 257. []
  50. C. VECELLIO, Degli habiti, 1589, p. 226. []
  51. V. ABBATE, scheda n. 18, in La pittura nel nisseno dal XVI al XVIII secolo, catalogo della mostra a cura di E. D’Amico, Palermo 2001, pp. 148-151. []
  52. Lettera del P. D. Gianvangelista Di Blasi…, Palermo 1790, p. 95. []
  53. Porto di Mare 1570-1670. Pittori e Pittura a Palermo tra memoria e recupero, a cura di V. Abbate, Napoli 1999, pp. 12, Fig.4 p. 15. []
  54. T. VISCUSO,  ad vocem Wobreck Simone, in L. SARULLO, Dizionario degli Artisti Siciliani. Pittura, II, 1993, pp. 572-573. []
  55. P. PALAZZOTTO, Sante e Patrone nelle chiese di Palermo, catalogo della mostra, Bagheria 2005, scheda n. 6, pp. 34-35; M.C. DI NATALE, Il Museo Diocesano di Palermo, Palermo 2006, p. 94; Fig. 85, p. 88. []
  56. Descrittione delle feste fatte nella Felice Città di Palermo per il Casamento della Illustrissima Signora Donna Anna d’Aragona…, in G. MARTELLUCCI, Le nozze del Principe, Palermo 1992, p. 57. []
  57. Collezione Arezzo Trifiletti, casa Gaetani XV Gennaio VI ind. 1590. Ringrazio il professore Arezzo Trifiletti per avermi messo a disposizione il documento inedito. []
  58. Nodi. []
  59. Tagliata. []
  60. ASEn, Fondo Trigona di Canicarao, vol. 23, Testamento del barone Marco Trigona del 15 giugno 1598, c. 149 v. Il testamento è alle cc. 147-258. Una copia del documento è stata parzialmente pubblicata, per le parti riguardanti i lavori di ampliamento della chiesa, in A. RAGONA, Il Santuario di Maria SS. Delle Vittorie in Piazza Armerina, Genova s.d.e. Cfr. B. MANCUSO, L’immagine…, 2003, p. 498, nota 16, p. 503. []
  61. R. CIVILETTO, Influenze islamiche nel patrimonio tessile del Seicento in Sicilia, in La seta e la Sicilia, catalogo della mostra, Messina 2002, pp. 193-194. []
  62. Cfr. S. BOSCO, Contributo per una storia di Militello nel XVII secolo. I bandi di Francesco Branciforti e Donna Giovanna d’Austria (1607-1617), Catania 1983, pp. 98-99. []
  63. O. CANCILA, Baroni e popolo nella Sicilia del grano, Palermo 1983, p. 163. []
  64. S. CANTONE, Sciacca terme, Sciacca 1982, p. 60. []
  65. F. PIPITONE, ad vocem Anguissola Sofonisba, in L. SARULLO, Dizionario…,  1993, pp. 13-15; D. MALIGNAGGI, Sofonisba Anguissola a Palermo, Palermo 1981; R. SACCHI, scheda n. 7, in Sofonisba Anguissola e le sue sorelle, catalogo della mostra, Cremona 1994, pp. 198-199. []
  66. G. A. DELLA LENGUEGLIA, Ritratti…, 1657, ritratto XVII, pp. 585-620. []
  67. Cfr. M.C. DI NATALE, Gioielli Di Sicilia, Palermo 2000. []