Roberta Cruciata

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Note sulle arti decorative a Malta. Inediti argenti siciliani di inizio XIX secolo

DOI: 10.7431/RIV11082015

Il ricco patrimonio d’arte decorativa custodito per la gran parte nelle chiese maltesi comprende anche inediti argenti frutto della maestria di specializzati artigiani siciliani di inizio Ottocento. Si tratta per lo più di suppellettili liturgiche che esplicitano la loro provenienza, oltre che per ragioni stilistico-compositive, anche mediante la triplice punzonatura ancora oggi chiaramente rilevabile, che li data agli anni precedenti il periodo 1826/1829 in cui si affermò in Sicilia il nuovo sistema di marchiatura per l’oro e l’argento1.

Il nucleo più cospicuo reca il marchio consolare della città di Catania in uso all’epoca, ovvero l’elefante sormontato da una A (Agata) coronata e racchiuso in un ramo con foglie2. È il caso del turibolo in argento sbalzato, cesellato, traforato e inciso, opera di argentiere catanese attivo tra la fine del XVIII e gli inizi XIX secolo (ante 1826/29), parte del tesoro custodito dalle monache gerosolimitane del monastero di Sant’Orsola a Valletta (Fig. 1). Il piede circolare è decorato da una corona di lauro, stilema ornamentale di matrice naturalistica molto in voga a quel tempo; elementi acantiformi disposti in verticale abbelliscono invece la conca, alternandosi a grossi baccelli di gusto nettamente neoclassico, e poi ancora il coperchio, a contrastare ornati floreali cruciformi e fogliformi inseriti entro spazi ovali e semicircolari. Quattro sono le catenelle presenti, allusive alle virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), e funzionali alla sospensione e alla manovra dell’ondulazione rituale cui l’oggetto, utilizzato durante le funzioni religiose per bruciare soprattutto l’incenso, è predisposto. Le tre laterali raccordano la coppa all’impugnatura e reggono il coperchio, mentre l’ultima, quella centrale, è collegata con due larghi anelli posti sull’impugnatura e serve a sollevare il coperchio per inserire l’incenso. Da sottolineare nel manufatto la consueta alternanza, tipica di siffatte opere, tra lavorazione a sbalzo e cesello nella parte inferiore e a traforo in quella superiore, «in modo da fare circolare l’aria per attivare la combustione ed emettere il fumo profumato»3.

È opera di argentiere palermitano, invece, l’ostensorio raggiato in argento sbalzato, cesellato, inciso e con parti fuse, vidimato nel 1809 dal console Giuseppe Daidone, che si trova nella chiesa di San Marco degli Agostiniani a Rabat (Fig. 2)4. Tali informazioni sono suggerite dai marchi rintracciati: quello di Palermo (aquila a volo alto e lettere RVP -Regia Urbs Panormi-)5, e una parte del punzone GD(…)9 relativo al già citato console in carica quell’anno6. Sono state rilevate anche le iniziali SA che si riferiscono all’artefice. Potrebbe trattarsi di Salvatore Amari o di Salvatore Annarde (Arnaldi), documentati rispettivamente negli anni 1767-17967 e nel 17968.

Il pregevole ostensorio, tipico della produzione neoclassica del capoluogo siciliano, con molta probabilità fu commissionato dai frati in seguito al saccheggio di gran parte del tesoro che si trovava nel convento per mano di Napoleone Bonaparte al tempo del suo breve soggiorno maltese durante il 1798. Infatti, il 19 luglio di quell’anno quattordici casse ricolme di argenti da fondere furono prelevate dalla co-cattedrale di San Giovanni, dal peso netto di £. 6570.69. Furono portati via capolavori d’arte decorativa anche dalla cattedrale di Mdina, dal peso netto di £ 1254.910; «dalla chiesa di San Calcedonio dalla chiesa dei Greci», rispettivamente a Floriana e a Valletta; da San Francesco, dalla Maddalena, da Santa Maria di Gesù, da Sant’Agostino a Valletta; «da San Domenico, Cappuccini e Santa Scolastica» a Vittoriosa; dai Cappuccini e dalla chiesa di San Francesco a Gozo; «dal Carmine da San Domenico da Sant’Agostino della Città vecchia», ovvero a Mdina e a Rabat11. Per quanto riguarda l’oro si trattava, in totale, di £. 5.9.2/8.1/2 che, «dedotto il Corallo, Smalto, Pietre false, ed altro, e fuso in lingotti diede di netto libre 4, oncie 11, ottavi 3, e cocci 30», mentre «li Rpi 1261.12 d’argento al brutto, dedotta la quantità di Legname, Ferro, Rame, Stagno, Vetri, ed altre Lordure, e ridotto in lingotti purificati per cagion della bassa qualità dell’argento, diede di netto £ 1354 3 4/g»12.

L’opera oggi a Rabat ha una base mistilinea, distribuita su tre gradini, ornata da perline, palmette, scanalature, rosette, grani disposti concentricamente uno dopo l’altro, e festoni decorati con foglie acantiformi, poggianti su costoloni, che ne determinano la tripartizione. Il fusto è interrotto da un nodo fortemente stilizzato arricchito ancora da festoni, e culmina in alto con un angioletto a tutto tondo inglobato nella raggiera. Egli, con le ali spiegate, è posto su una nube a reggere con le sue braccia la teca circondata da un doppio giro di perline, mentre la raggiera è costituita dall’alternanza fittissima di raggi di varie lunghezze, alcuni dei quali ricoperti da gioielli ex-voto donati dai fedeli nel corso dei secoli. Come sottolineato da Maria Concetta Di Natale, in molte opere di questo periodo la presenza dell’angelo come elemento di raccordo tra il fusto e la sfera si pone a prosecuzione della tradizione tipica dell’epoca barocca di inserire in simili manufatti figure allegoriche, santi e angeli13. Tale ostensorio ricorda fortemente quello in argento dorato, smalti e diamanti di argentiere palermitano degli inizi dell’Ottocento custodito nel tesoro della cattedrale di Palermo14. Ugualmente, richiama l’impianto compositivo e gli stilemi ornamentali di tutta una serie di manufatti neoclassici della fine del XVIII-inizi del XIX secolo allo stesso modo marchiati con il punzone di Palermo. È il caso dell’ostensorio degli anni 1794-1795 della Chiesa Madre di Gratteri (Palermo)15, dell’opera firmata da Alessandro Birrittella nel 1795 che si trova nella chiesa di Santa Maria Assunta a Gela (Caltanissetta), che ha in pendant un calice 16, e di quello del 1788 del tesoro della Matrice nuova a Castelbuono (Palermo)17; dei due ostensori esposti al Museo d’Arte Sacra della Basilica Santa Maria Assunta di Alcamo (Trapani), datati 1801 e 181318; di quello del 1804 già nella cattedrale di Mazara del Vallo (Trapani) e oggi al Museo Diocesano della stessa città19; e dell’esemplare del 1816 che si conserva nella chiesa di Santa Lucia a Bisacquino (Palermo)20. In quest’ultima cittadina altri due manufatti espressione del medesimo gusto si trovano nella Chiesa Madre (1818) e nella chiesa di Maria SS. delle Grazie (1828)21. Si ricordano anche i due ostensori presenti nella chiesa di San Giovanni Battista (1813) e nella chiesa di San Francesco d’Assisi (1819) a Ciminna (Palermo)22, e quello datato 1813, proveniente dalla chiesa di Gesù e Maria, parte del tesoro della Madonna dell’Udienza di Sambuca (Agrigento)23. Spiccate assonanze stilistiche presentano le due opere custodite nella chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo, la prima da riferire al 1790, mentre l’altra datata 181324.

Ritornando ai manufatti provenienti dalla città etnea sono tutti, tranne un solo caso, degli anni 1810, 1811 e 1812. Il loro studio ha permesso, innanzitutto, di venire a conoscenza dei punzoni alfanumerici (iniziali di nome e cognome seguite in genere dalle ultime due cifre dell’anno di carica) utilizzati dai consoli degli argentieri catanesi nel succitato triennio, ovvero rispettivamente FB10, CIA11 e CISB12, che però purtroppo allo stato delle ricerche non siamo in grado di sciogliere. Ma, ancora più interessante è che la maggior parte di essi siano stati eseguiti da un argentiere le cui iniziali erano SC, come dimostrano i punzoni rilevati, la cui arte, pertanto, dovette essere nota e particolarmente gradita a certa committenza ecclesiastica e religiosa maltese, magari di origine siciliana. Si potrebbe anche ipotizzare che questo maestro catanese abbia lavorato per un determinato periodo proprio a Malta, per poi ritornare a esercitare il suo mestiere in patria.

È questo, infatti, un fenomeno ancora riscontrabile all’epoca25, seppur gli anni “d’oro” della presenza di orafi e argentieri siciliani a Malta siano stati piuttosto quelli compresi tra il 1565 e il 165026. A questo proposito, è opportuno citare il caso dell’orafo e argentiere di Noto (Siracusa) Francesco Ferba. Relativamente al 1807, dopo che i Cavalieri avevano abbandonato l’Isola, nel frattempo divenuta un possedimento inglese dopo la breve ma drammatica parentesi napoleonica, rimane una notizia che lo riguarda. Sappiamo che il Ferba, il cui marchio era costituito dalle sue iniziali puntate F.F., da tanti anni ormai «ritrovasi domiciliato in Malta, ed anche ammogliato con una Maltese, e tiene cinque figli: nel decorso di detta sua lunga residenza in Malta con tutta onestà, ha sempre esercitato, ed ancora esercita la sua arte d’Orefice, ed argentiere, senza aver mai dato motivo d’alcuna lagnanza», cosicchè il 30 dicembre del detto anno la Gran Corte gli concedeva di «continuare la sua dimora in Malta»27. Inoltre, in tale supplica datata 27 agosto 1807, chiedeva di «esser ammesso in qualità di Maestro in detta sua arte a tener bottega d’orefice ed argentiere, e col suo procaccio mantenere se stesso, e la sua numerosa famiglia»28, licenza che avrebbe ottenuto il 19 ottobre.

La lampada pensile in argento sbalzato e cesellato oggi al museo della chiesa collegiata di San Lorenzo a Vittoriosa è proprio un’opera del 1810 dell’argentiere catanese SC (Fig. 3)29, che firmò anche la scatola ellittica riccamente ornata da baccellature, datata 1809, della chiesa del Santissimo Salvatore di Agira (Enna)30. Potrebbe forse trattarsi del maestro Santo Calogero, ad oggi documentato esclusivamente in Sicilia nel 178231. Pesantemente danneggiata probabilmente in conseguenza dei bombardamenti bellici del secondo conflitto mondiale, fino al 1941 la lampada si trovava nella sagrestia della chiesa. Alcune reminiscenze settecentesche, come la prevalenza delle linee curve, le baccellature, ed elementi naturalistici quali quelli fogliacei, la caratterizzano. Le tre catenelle, utilizzate per la sua sospensione, sono mancanti. Conserva, invece, la triplice punzonatura originaria: il marchio della zecca di Catania; la parte finale di quello alfanumerico del console che la vidimò, ovvero (…)10, che doveva essere FB10; e, come già evidenziato, quello dell’argentiere.

I medesimi marchi, questa volta completi (bulla di garanzia -elefante sormontato da una A coronata e racchiuso in un ramo con foglie-, FB10 e  SC), sono stati individuati anche in quattro candelieri custoditi nella chiesa collegiata della Vergine Maria a Senglea (Fig. 4)32. Semplici e lineari, tali opere sono tipiche dello stile neoclassico del primo Ottocento siciliano.

Soltanto il marchio dell’argentiere SC, invece, è stato rinvenuto in altre due significative testimonianze dell’arte argentaria catanese dei primissimi anni del secondo decennio del XIX secolo: la mazza, datata 1811, in argento sbalzato, cesellato, inciso e con parti fuse, della confraternita di Sant’Agata con sede nella chiesa collegiata di San Paolo Naufrago a Valletta (Fig. 5)33, e l’elegante zuppiera del 1812 oggi parte delle collezioni di Casa Rocca Piccola, sempre nella capitale maltese (Fig. 6)34.

Per quanto concerne la prima, si tratta del bastone portato durante le processioni dal leader della confraternita di Sant’Agata, citato in un inventario del 22 gennaio 1815 come «una surgentina d’argento»35. Connotato da uno spiccato stile neoclassico, è costituito da un’asta cilindrica decorata da scanalature spiraliformi divisa in sei sezioni da cornicette d’alloro e culminante con un mezzo pomo ornato da una fitta baccellatura, da perline e festoni. Quest’ultimo è a sua volta sovrastato da una statuetta raffigurante la santa titolare, Agata, intenta a reggere con la mano sinistra la tavoletta che si credeva un angelo avesse collocato nel suo sepolcro, su cui sono incise le lettere «M·S·S·/H·D·/E·P·L·», ovvero Mentem Sanctam Spontaneum Honorem Deo Et Patriae Liberationem. È un chiaro riferimento alla sua passione, durante la quale la santa siciliana agì lasciandosi guidare da pensieri santi, dal desiderio di prestare onore a Dio e di ottenere la liberazione della sua patria. Come anticipato, l’opera è stata realizzata a Catania nel 1811, dato desunto dai punzoni rilevati: il marchio di Catania, il punzone del console CIA11 e quello SC dell’argentiere. Stilisticamente il manufatto si può comparare con la mazza capitolare con San Nicola in argento sbalzato, cesellato, inciso e con parti fuse della Chiesa Madre di Salemi (Trapani), di argentiere palermitano del 181136.

La zuppiera che si trova a Casa Rocca Piccola, di cui si ignora la provenienza originaria, è un’aulica e raffinatissima testimonianza d’argenteria profana della Sicilia di inizio Ottocento, che com’è ormai ampiamente noto era aperta a suggestioni europee circolanti all’epoca tramite repertori e disegni d’ornamenti. Fu realizzata a Catania nel 1812, come dimostrano i punzoni individuati: il marchio della Zecca cittadina; quello del console degli argentieri in carica quell’anno, CISB12; e quello dell’argentiere SC. È interessante mettere in evidenza che una zuccheriera oggi parte di una collezione privata trapanese, ugualmente realizzata a Catania nel 1812, presenta un differente punzone alfanumerico del console, ovvero SFC1237. La zuppiera che si trova a Malta, in argento sbalzato e cesellato, ha dei particolari, quali i piedi, i manici laterali e quello superiore del coperchio, in argento sabbiato che si articolano in preziosi elementi decorativi composti da grappoli d’uva e pampini di vite. Anche una zuccheriera in argento e argento dorato, sbalzato e con parti fuse, di maestro siciliano della fine del XVIII secolo, parte della collezione Virga di Palermo, presenta motivi ampiamente neoclassicheggianti, come ad esempio, in cima al coperchio, uccelli realizzati a fusione, pampini di vite e grappoli d’uva38. Si tratta, comunque, di ornamenti diffusi non solo nell’argenteria ma anche nell’oreficeria siciliana di quegli anni, basti pensare alla parure, composta da bracciale, spilla, orecchini e anello, in oro, perline e smalti, datata alla seconda metà del XIX secolo, custodita nel tesoro della Madonna di Trapani che si trova nel Santuario dell’Annunziata dei Padri Carmelitani39; o ancora all’altra dello stesso tesoro, composta da bracciale, spilla, e orecchini in oro e diamanti, decorata da pampini di vite in oro sabbiato che si alternano a nastri aurei stilizzati40.

Sono state individuate anche altre opere vidimate dal console degli argentieri di Catania in carica nel 1811, che utilizzava il punzone CIA11. È il caso del reliquiario parte degli argenti custoditi dai Padri Agostiniani di Rabat (Fig. 7)41. Anch’esso è in stile pienamente neoclassico, come attesta soprattutto la decorazione della base con piccole foglie appuntite, rosette entro cornici romboidali, grani e scanalature, che è organizzata in maniera geometrica e razionale. Segue il fusto, che colpisce per la totale assenza di ornamentazione, fatta eccezione per i due nodi, di diverse dimensioni, pressoché lisci e fortemente squadrati. Composti decori, seppur ancora in parte memori della fastosa eredità rococò, si ritrovano invece nel ricettacolo, culminando in alto con la colomba dello Spirito Santo raggiata, sovrastata da una stilizzata corona con al vertice una crocetta apicale. Appare evidente una certa dissonanza tra la sobrietà della parte inferire dell’opera e i moduli strutturali e ornamentali adoperati superiormente. Il marchio dell’argentiere con le lettere SACA è presente in diverse parti del manufatto. Potrebbe, anche in questo caso, trattarsi di un punzone riferibile al già citato Santo Calogero o comunque di una variante appartenuta all’argentiere SC autore delle opere menzionate fino a questo momento.

Mostra il punzone alfanumerico CIA11 il servizio di cartagloria in argento e argento dorato sbalzato e cesellato su legno dorato custodito nella chiesa collegiata della Vergine Maria a Senglea (Fig. 8)42. Decori in stile marcatamente rococò ricoprono completamente le tre cornici mistilinee, pervase da un trionfo di foglie ventagliate, conchiglie stilizzate e piccoli fiorellini. La cartagloria centrale presenta, centralmente in basso, una placca ovale in argento dorato con l’effigie di San Giuseppe con la simbolica verga fiorita nella mano sinistra. I manufatti in questione, infatti, appartengono alla confraternita di San Giuseppe, riformata nel 1806. Com’è noto, si tratta delle tre tabelle contenenti i testi invariabili della messa che venivano posizionate sull’altare, cadute in disuso con il Concilio Vaticano II. La cartagloria, o tabella secretarum come veniva chiamata anticamente, fu introdotta soltanto in seguito alla Controriforma come elemento accessorio dell’altare funzionale al celebrante e «conteneva da principio il solo Gloria in excelsis (donde il nome); a questa preghiera si aggiunsero quella del Canone e dell’Offertorio (Canon minor), le formule recitate a voce bassa (da cui anche la definizione di tabella delle segrete); vi potevano però comparire anche altri testi (Credo, Munda cor, Supplices te rogamus, Placeat tibi) per la difficoltà di leggerli nel messale, dovendo il celebrante, in quel momento del rito, rimanere chino sull’altare. Le due cartegloria laterali furono introdotte correntemente nel XVII secolo; quella in cornu Epistolae contiene il testo del Lavabo (Lavabo inter innocentes) e la formula della benedizione dell’acqua (Deus qui humanae substantiae); quella in cornu Evangelii, l’inizio del Vangelo secondo Giovanni (In principio erat Verbum) da leggere in chiusura della messa»43. Tipologicamente raffrontabili sono i due servizi di cartagloria del tesoro della Chiesa Madre di Erice, entrambi realizzati a Trapani nella seconda metà del XVIII secolo, il primo da anonimo argentiere44, il secondo dal tedesco Wolfang Huebuer nel 177545; e la coeva cartagloria ancora custodita nel Santuario dell’Annunziata a Trapani, frutto della maestria di un argentiere della città falcata46.

Pressoché coevi e ugualmente bollati con il marchio di Catania sono altri due servizi di cartagloria che si trovano rispettivamente tra gli argenti della chiesa dei Domenicani a Valletta e nella chiesa di San Giuliano a Senglea, e un calice custodito in una collezione privata di Gozo47. Essi sono bollati con il marchio dell’argentiere PPA che dovette appartenere a Pietro Paolo Aversa, argentiere catanese attivo nella prima metà del XIX secolo e autore di molte opere in stile neoclassico ancora esistenti nel tesoro del Duomo di Catania48.

I medesimi punzoni, il marchio di Catania e quello consolare CIA11, ha anche la zuccheriera (Fig. 9) custodita nel monastero di Sant’Orsola a Valletta, raro esempio di manifattura siciliana di uso laico ancora superstite a Malta, pertanto anch’essa opera di argentiere catanese del 1811. Colpisce l’essenziale linearità del manufatto, che si esplica in una superficie liscia interrotta soltanto da qualche sagomatura. La coppetta ovale e panciuta, poggiante su quattro piedini fitomorfi, presenta due manici, ed è completata in alto da un coperchio con un pomello floreale. L’opera richiama alla memoria e conferma quanto affermato da Maria Accascina nel 1974 circa l’argenteria da tavola di inizio XIX secolo: «dovette seguire il gusto neoclassico, ma, sia per la grande diffusione della cultura francese e inglese, sia per i commerci sempre più serrati, venne di moda nelle famiglie patrizie l’oreficeria inglese […] ma anche gli argentieri locali mostrarono di adeguarsi al gusto delle superfici levigate e di una grande semplicità decorativa»49. Due manufatti simili fanno parte delle collezioni Burgio e Tirenna di Palermo50. Una zuccheriera del 1812 ugualmente opera di maestro catanese, oggi in una collezione privata trapanese, è ugualmente ornata da raffinati elementi neoclassici51.

Le caratteristiche stilistico-compositive degli ultimi due argenti considerati, pur in assenza di punzoni chiaramente leggibili appartenenti ai loro artefici, sembrerebbero suggerire che si tratti di creazioni attribuibili all’argentiere SC.

Proprio a quest’ultima data risale anche l’ostensorio dallo spiccato gusto neoclassico parte degli argenti esposti nel museo del convento dei Padri Carmelitani a Mdina (Fig. 10)52. Dalla lettura dei tre marchi individuati53- quello di Acireale (tre faraglioni sormontati dalle lettere A.G (Aci Galatea) e il prospetto del castello), MBC811 e R.G.-, infatti, apprendiamo che si tratta di un manufatto realizzato ad Acireale nel 1811 verosimilmente dall’argentiere Raffaello Grasso, finora documentato soltanto nel 1808 in qualità di console per l’oro54. Colui che vidimò l’opera dovrebbe invece essere Mariano De Bella (doc. 1780-1819), che ricoprì la carica sia per l’oro (nel 1789, nel 1806, e nel 1811) che per l’argento (nel 1794 e nel 1799)55. Il manufatto, che colpisce per il deciso impianto architettonico, ha una base mistilinea gradinata, che poggia su tre piedini, con bordo decorato da foglie cuoriformi e, tra gli altri elementi, da doppi festoni pendenti in argento dorato. Parte del fusto è occupata da un’edicola delimitata da slanciate colonne con capitelli corinzi che ospita al suo interno un vaso ricolmo di fiori, al di sotto della quale si trova una calotta a bulbo decorata da motivi fogliacei su cui si innesta un altro vaso fiorito; al di sopra di essa sono sospese tre volute su cui si distendono festoni dorati che terminano con delle mensole di raccordo con il piede, recanti superiormente degli acroteri pissidiformi. La raggiera, che si diparte da un altro vasetto neoclassico dorato posto sopra l’edicola del fusto, è formata da fitti raggi, ora argentati ora dorati, e ornata da una corona di foglie e fiori; essa circonda la teca con doppia cornice dentellata, arricchita da un ulteriore giro interno di pietre bianche e da quattro rosette poste agli angoli composte dalle stesse pietre. L’equilibrio raggiunto dall’artefice tra la geometria del disegno e la plasticità dei volumi, e allo stesso tempo l’accordo ottenuto tra il senso di solida monumentalità e l’eleganza pittorica dei chiaroscuri, permette di apprezzare al meglio il diffuso impiego di ornamenti di matrice classica gettonatissimi all’epoca, come le colonne, le urne, i festoni, i rosoni, i motivi vegetali, i pinnacoli, i decori alla greca, per citarne solo alcuni. Si tratta di caratteristiche affermatesi soprattutto nella parte orientale dell’Isola, come dimostrano l’ostensorio firmato dall’acese Giuseppe Rocca nel 1847, che si trova nella chiesa di Santa Maria del Mazzaro a Mazzarino (Caltanissetta)56, e il calice, allo stesso modo realizzato ad Acireale da Paolo Rossi probabilmente nel 1798, della chiesa di San Domenico a Caltanissetta57. Si ricordano anche l’ostensorio in argento dorato datato 1809 che si trova nella chiesa Madre di Castiglione di Sicilia (Catania), e quello del 1812 custodito nella chiesa Madre di Bronte (Catania), entrambi già riferiti a Mario Bottino minor e oggi attribuiti proprio a Mariano De Bella58, colui che punzonò in qualità di console l’opera qui in esame. Delle similitudini presenta anche l’inedito ostensorio raggiato della fine del XVIII-inizi del XIX secolo esposto al museo del duomo di San Giorgio a Ragusa Ibla, marchiato come segue: stemma civico di Siracusa, punzone del console GAC e punzone dell’argentiere SA (Fig. 11)59.

Una coppia di lanterne processionali in argento sbalzato e cesellato, con parti fuse, realizzata a Catania, è conservata nel ricchissimo tesoro della chiesa collegiata di San Paolo Naufrago a Valletta (Fig. 12)60. Appartenenti alla confraternita di Sant’Agata Vergine e Martire, esse furono acquistate a Catania anteriormente al 15 febbraio 1813 al prezzo di 831 scudi e 8 tarì61, per un peso complessivo di «rotoli otto, oncia una, ed una quarta»62. Sono di certo da datare posteriormente al 17 dicembre 1804, giorno in cui fu fondata detta confraternita. L’autore fu il maestro catanese Giacomo Di Giovanni63, mentre sappiamo che già nel gennaio 1835 furono riparate da un certo Felice Carbonese64. I due lumi portatili, issati tramite un nodo su due aste d’argento commissionate soltanto il 20 aprile 190065, che in precedenza erano di legno ricoperto da argento dorato, come apprendiamo da un inventario del 31 marzo 1852 («due anterne (sic) d’argento, con asta di legno»)66, hanno una struttura di tipo architettonico trapezoidale a pianta quadrata con finestre mistilinee sagomate chiuse da vetri; la copertura a cupola culmina in un globo sovrastato dal monogramma di Cristo XP. Le opere non recano marchi e presentano sobri ed eleganti tratti decorativi propri della temperie neoclassica che si esplicano in aggraziati festoni floreali, fiocchi, morbide volute arricciate, decori conchigliformi e fitoformi, motivi vegetali, carnose foglie acantiformi, sparsi su tutta la superficie. Sembrano ricalcare i moduli strutturali e compositivi delle sei lanterne appartenenti alla confraternita del Santissimo Sacramento e del Cuore di Gesù della stessa chiesa67, riferibili alla seconda metà del XVIII secolo, magari per precisa volontà dei confratelli. D’altra parte, «i molti esemplari di lanterne processionali rintracciabili in quasi tutte le chiese non risalgono che al XVIII secolo o, più di frequente, all’Ottocento e agli inizi del Novecento, anche se si sono sempre tradizionalmente conservati e ripetuti forme e motivi decorativi di gusto settecentesco»68. I manufatti sono citati nell’inventario del 22 gennaio 1815 come «due Anterne (sic) d’Argento per la Croce conservati dal Rettore del valore di 840 (scudi)»69. Sono ancora oggi utilizzati, di fianco alla croce, durante la processione in onore di San Paolo che si svolge ogni anno durante il mese di febbraio, e durante quella per il Corpus Domini che, invece, ha luogo a giugno.

Conclude questo excursus su inediti argenti siciliani di inizio Ottocento a Malta un calice in argento e argento dorato sbalzato, cesellato e inciso che è esposto nel museo dei Padri Cappuccini a Floriana, opera del 181370. Sono stati rilevati i quattro marchi utilizzati nel XIX secolo a Siracusa71: lo stemma civico (aquila con ala sinistra alzata e ala destra abbassata, e le zampe poggiate su un fulmine); l’intera data di realizzazione, ovvero il 1813, di cui restano però soltanto le ultime cifre (…813); il marchio del console RSC (iniziali del nome e del cognome seguite dalla lettera C di console); e le iniziali dell’argentiere (…)C, quest’ultimo purtroppo solo in parte leggibile. Sembra molto probabile, comunque, che si tratti del marchio VC appartenuto all’argentiere probabilmente siracusano Vincenzo Catera (doc. 1770-morto 1814)72, autore di altre opere dallo spiccato gusto neoclassico vidimate dal console RS in carica nell’anno in questione che oggi si trovano nel Duomo di Siracusa, ovvero sei candelieri, quattro reliquiari e un crocifisso73, parte del corredo della cappella del Santissimo Sacramento commissionato dalla nobile famiglia siracusana Arezzo della Targia. Di esso fanno parte anche quattro vasetti portafiori, che in origine erano sei, e un’urna del Santo Sepolcro, datati 1814 e realizzati dallo stesso Catera74.

Il calice custodito nel museo dei Cappuccini a Floriana è espressione di una raffinata produzione in stile Impero, i cui modelli gli argentieri siciliani riuscirono a tradurre con maestria e abilità tecnica. Stilizzati motivi fogliacei acantiformi e a punta ornano il piede, il nodo e il sottocoppa, presentando stringenti similarità con l’ornamentazione del calice, datato 1812 e ugualmente frutto della produzione di maestri siracusani, che si trova alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo a Siracusa75. Strettamente raffrontabile al calice di Floriana è poi quello in argento sbalzato e cesellato di argentiere palermitano del 1795 che fa parte delle preziose suppellettili liturgiche custodite nella Cappella Palatina di Palermo76. Si ricordano anche la navetta di argentiere trapanese del 1803, oggi al Museo Diocesano di Mazara del Vallo (Trapani), proveniente dalla Cattedrale77; l’elegante calice in argento dorato sbalzato, cesellato e con parti fuse di argentiere trapanese del 1819 presente nelle collezioni della Chiesa Madre di Salemi (Trapani)78; e la pisside in argento sbalzato e cesellato, frutto della tecnica e dell’abilità di argentiere palermitano del 1826, parte degli argenti della Chiesa Madre di Termini Imerese (Palermo)79. E ancora, le due pissidi più tarde, databili tra il 1826/29 e il 1872, in argento e argento dorato, cesellato e inciso, e il calice in argento sbalzato e cesellato degli stessi anni custoditi nel tesoro della Madonna dell’Udienza di Sambuca (Agrigento)80.

Tali testimonianze d’arte decorativa siciliana, al di là del loro valore intrinseco, assumono una valenza ancora più rimarchevole se contestualizzate nel più ampio panorama artistico maltese dell’epoca che, com’è noto, era dominato da altre influenze, in primo luogo romane e francesi. Esse rappresentano il perdurare di una tradizione plurisecolare di scambi artistico-culturali che, seppur abbia avuto i suoi vertici nel XVI e poi in parte del XVII secolo, non svanì mai del tutto.

  1. Per l’argomento cfr. S. Barraja, I marchi degli argentieri e degli orafi di Palermo dal XVII secolo ad oggi, saggio introduttivo di M.C. Di Natale, Milano 1996, II ed. Palermo 2010, pp. 54-57. []
  2. Cfr. M. Accascina, I marchi delle argenterie e oreficerie siciliane, Busto Arsizio 1976, pp. 148-160. []
  3. Suppellettile ecclesiastica II, 5. Dizionari terminologici, a cura di B. Montevecchi, S. Vasco Rocca, Firenze 1989, p. 262. []
  4. Doverosi ringraziamenti vanno al Rev. Fr. Leslie Gatt OSA e al Rev. Fr. Joseph Sciberras OSA. []
  5. Cfr. M. Accascina, I marchi…, 1976, pp. 44-64. Cfr. anche S. Barraja, I marchi degli argentieri…, 1996, II. ed. 2010, pp. 28-47. []
  6. Cfr. S. Barraja, I marchi degli argentieri…, 1996, II. ed. 2010, p. 83. []
  7. Cfr. S. Barraja, Amari Salvatore, ad vocem, in Arti Decorative in Sicilia. Dizionario biografico, vol. II, a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2014, I vol., p. 12. []
  8. L. Bertolino, Indice degli orefici e argentieri di Palermo, in Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, catalogo della mostra, a cura di M.C. Di Natale, Milano 1989, p. 398. []
  9. NLM Ms. 437, Documenti e notizie sulla zecca ai tempi del Governo francese in Malta, f. 17v. []
  10. NLM Ms. 437…, f. 24. []
  11. NLM Ms. 437…, f. 26. []
  12. Ibidem. []
  13. Cfr. M.C. Di Natale, Scheda II, 86, in Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, catalogo della mostra, a cura di M.C. Di Natale, Milano 1989, p. 245. []
  14. Cfr. M.C. Di Natale, Ori e argenti del Tesoro della Cattedrale di Palermo, in M.C. Di Natale, M. Vitella, Il Tesoro della Cattedrale di Palermo, Palermo 2010, pp. 98-99. []
  15. Cfr. R.F. Margiotta, Scheda I,22, in S. Anselmo, R.F. Margiotta, I tesori delle chiese di Gratteri, “Quaderni di Museologia e Storia del Collezionismo”, collana di studi diretta da M.C. Di Natale, n. 2, presentazioni di S. Scileppi, V. Abbate, M.C. Di Natale, Caltanissetta 2005, p. 48. []
  16. Cfr. E. D’Amico, Aggiunte alle arti applicate siciliane. Bartolomeo Sanseverino e Vito Coppolino per le argenterie settecentesche, in Il Tesoro dell’Isola. Capolavori siciliani in argento e corallo dal XV al XVIII secolo, catalogo della mostra, a cura di S. Rizzo, II voll., Catania 2008, vol. II, pp. 110-113. []
  17. Cfr. M.C. Di Natale, Il Tesoro della Matrice Nuova di Castelbuono nella Contea dei Ventimiglia, “Quaderni di Museologia e Storia del Collezionismo”, collana di studi diretta da M.C. Di Natale, n. 1, premessa di R. Cioffi, presentazione di A. Giorgi, appendice documentaria di R. Termotto, F. Sapuppo, Caltanissetta 2005, pp. 76-77. []
  18. Cfr. F.G. Polizzi, Scheda IV.37. e M.C. Celona, Scheda IV.39., in Il Museo d’Arte Sacra della Basilica Santa Maria Assunta di Alcamo, a cura di M. Vitella, Trapani 2011, pp. 167-169. []
  19. Cfr. M. Vitella, Scheda 93, in M.C. Di Natale, Il tesoro dei Vescovi nel Museo Diocesano di Mazara del Vallo, Marsala 1993, p. 127. []
  20. Cfr. R.F. Margiotta, Tesori d’arte a Bisacquino, “Quaderni di Museologia e Storia del Collezionismo”, 6, collana di studi diretta da M.C. Di Natale, premessa di M.C. Di Natale, Caltanissetta 2008, pp. 149-150. []
  21. Cfr. R.F. Margiotta, Tesori d’arte a Bisacquino. 2008, pp. 150-152. []
  22. Cfr. G. Cusmano, Argenteria sacra di Ciminna (dal Cinquecento all’Ottocento), presentazioni di M.C. Di Natale e F. Brancato, con il contributo di M. Vitella, Palermo 1994, pp. 82-84. []
  23. Cfr. R. Vadalà, Scheda 54, in Segni Mariani, nella terra dell’Emiro. La Madonna dell’Udienza a Sambuca di Sicilia tra devozione e arte, a cura di M.C. Di Natale, Sambuca di Sicilia 1997, p. 113. []
  24. Cfr. L. Leonardi, Argenti sacri della Chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo, in “OADI. Rivista dell’Osservatorio per le Arti Decorative in Italia”, a. 5 n. 10, Dicembre 2014 (www.unipa.it/oadi/rivista). []
  25. Cfr. R. Cruciata, Committenze ospitaliere d’arte decorativa siciliana. Coralli barocchi e argenti rococò, in corso di stampa. []
  26. Per l’argomento cfr. R. Cruciata, Arti Decorative tra Sicilia e Malta. Artisti e capolavori siciliani nella terra dei Cavalieri. 1565-1798, in corso di stampa. []
  27. NAM, MdP 16, 1785-1815, ff. 231v-233. []
  28. Ibidem. []
  29. Ringrazio Mr Lorenzo Zahra. []
  30. Cfr. M. Accascina, I marchi…, 1976, p. 159. []
  31. Cfr. P. D’Arrigo, Notizie sulla Corporazione degli Argentieri in Catania, in “Bollettino Storico Catanese”, a. I-II, 1936-1937, Catania 1938, p. 40. []
  32. Ringrazio Don Ivan Scicluna e Mr Mario Caruana. []
  33. Un sentito grazie va al Can. Rev. John Ciarlò, a Ms Doris Cannataci e a Mr Robert Cassar. []
  34. Affettuosi ringraziamenti sono dovuti al Marchese Nicholas de Piro. []
  35. ACSA, Libro Consulte St Agata, p. 80. []
  36. Cfr. R. Cappello, Scheda 38, in S. Denaro, M. Vitella, Argenti sacri della Chiesa Madre di Salemi dal XVI al XIX secolo, catalogo della mostra, Salemi 2007, p. 74. []
  37. Cfr. M.C. Di Natale, Scheda II, 258., in Ori e argenti…, 1989, p. 357 . []
  38. Cfr. R. Di Natale, Scheda II, 248., in Ori e argenti…, 1989, p. 352. []
  39. Cfr. M.C. Di Natale, Scheda I, 87, in Il Tesoro Nascosto. Gioie e argenti per la Madonna di Trapani, catalogo della mostra, a cura di M.C. Di Natale, V. Abbate, Palermo 1995, pp. 181-182. []
  40. Cfr. M.C. Di Natale, Scheda I, 88, in Il Tesoro Nascosto…, 1995, pp. 182-183. []
  41. Ringrazio il Rev. Fr. Leslie Gatt OSA e il Rev. Fr. Joseph Sciberras OSA. []
  42. Ringrazio Don Ivan Scicluna e Mr Mario Caruana. []
  43. Suppellettile ecclesiastica I, 4. Dizionari terminologici, a cura di B. Montevecchi, S. Vasco Rocca, Firenze 1987, p. 63. []
  44. Cfr. D. Ferrara, Scheda III.29, M. Vitella, Il Tesoro della Chiesa Madre di Erice, premessa di M.C. Di Natale, Trapani 2004, p. 112. []
  45. Cfr. M. Vitella, Scheda 85, in Argenti e Cultura Rococò nella Sicilia centro-occidentale. 1735-1789, catalogo della mostra, a cura di S. Grasso, M.C. Gulisano, con la collaborazione di S. Rizzo, Palermo 2008, p. 379. []
  46. Cfr. M. Vitella, Scheda II, 34, in Il Tesoro Nascosto…, 1995, pp. 238-239. []
  47. Per tali opere cfr. M. Sagona, The Ecclesiastical Decorative Arts in Malta 1850-1900: style and ornament, thesis submitted in the Department of History of Art, Faculty of Arts, University of Malta in fulfillment of the requirements of the degree of Doctor of Philosophy in History of Art, supervisor Prof. M. Buhagiar, co-supervisor Dr R. O’Donnell, May 2014, p. 23, plate 1.24 e plate 1.23. []
  48. Cfr. D. Ruffino, Aversa Pietro Paolo, ad vocem, in Arti Decorative…, 2014, I, p. 30. Cfr. anche M. Accascina, Oreficeria di Sicilia dal XII al XIX secolo, Palermo 1974, p. 283; e Eadem, I marchi…, 1976, pp. 159-160. []
  49. M. Accascina, Oreficeria di Sicilia…, 1974, p. 380. []
  50. Cfr. M.C. Di Natale, Scheda II, 254., in Ori e argenti…, 1989, p. 355. []
  51. Cfr. M.C. Di Natale, Scheda II, 258., in Ori e argenti…, 1989, p. 357. []
  52. Ringrazio il Rev. Dr Fr. Charlo’ Camilleri O.Carm. L’opera mi è stata inizialmente segnalata dal Dr Mark Sagona, a cui va la mia riconoscenza (Cfr. M. Sagona, The Ecclesiastical Decorative Arts in Malta 1850-1900…, 2014, p. 23, plate 1.22). []
  53. Per il consolato di Acireale e la marchiatura delle argenterie e oreficerie cfr. M. Accascina, I marchi…, 1976, pp. 227-232. []
  54. Cfr. E. Corrao, Grasso Raffaello, ad vocem, in Arti Decorative…, 2014, I, p. 300. Da notare che A. Blanco, Il consolato degli argentieri e orafi della città di Acireale, in Il Tesoro dell’Isola… 2008, II, p. 1164, lo ricorda come console della maestranza degli orafi e argentieri di Acireale per l’anno 1807. []
  55. Cfr. A. Blanco, Il consolato…, in Il tesoro dell’Isola , 2008, II, pp. 1163-1164. []
  56. Cfr. M.R. Basta, Scheda 206, in Il tesoro dell’Isola…, 2008, II, pp. 996-997. []
  57. Cfr. M.A. Nicosia, Scheda 207, in Il tesoro dell’Isola…, 2008, II, pp. 997-998. []
  58. S. Intorre, Il marchio MB negli argenti acesi tra XVIII e XIX secolo, in “OADI. Rivista dell’Osservatorio per le Arti Decorative in Italia”, a. 4 n. 7, Giugno 2013 (www.unipa.it/oadi/rivista). []
  59. Ringrazio il Sac. Giuseppe Antoci. []
  60. Un sentito grazie va al Can. Rev. John Ciarlò, a Ms Doris Cannataci e a Mr Robert Cassar. []
  61. ACSA, Libro Introiti ed Esiti (1805-1860), ff. non num. []
  62. ACSA, Libro Introiti …, f. non num. []
  63. ACSA, Documenti diversi, f. non num. Un tale Nicolò Di Giovanni è documentato a Palermo dal 1791 al 1828, per cui cfr. S. Barraja, Di Giovanni Nicolò, ad vocem, in Arti Decorative…, 2014, I, p. 204. []
  64. ACSA, Documenti …, f. non num. []
  65. ACSA, Libro Consulte …, p. 180. []
  66. ACSA, Libro Consulte …, p. 151. []
  67. Cfr. R. Cassar, Conservation issues regarding ecclesiastical silver artefacts still in use, unpublished B.Cons. (Hons) dissertation, University of Malta, Heritage Malta, Institute of Conservation and Management of Cultural Heritage, 2003. []
  68. Suppellettile Ecclesiastica II…, 1989, p. 342. []
  69. ACSA, Libro Consulte …, p. 79. []
  70. Ringrazio il Rev. Dr Martin Micallef OFMCap. []
  71. Cfr. M. Accascina, I marchi…, 1976, pp. 172-176. []
  72. Per Vincenzo Catera, figlio di Antonino e fratello di Silvestro, anch’essi argentieri, cfr. D. Ruffino, Catera Vincenzo, ad vocem, in Arti Decorative…2014, I, pp. 124-125. []
  73. Cfr. M. Accascina, I marchi…, 1976, p. 175. []
  74. Ibidem. Per i quattro vasetti portafiori cfr. anche M. Russo, in Ori e argenti…, 1989, pp. 357-358. Per l’urna del Santo Sepolcro, destinata ad essere collocata sul tronetto architettonico della stessa cattedrale che risale al 1813, opera dello stesso argentiere siracusano, cfr. R. Vadalà. Scheda 203, in Il tesoro dell’Isola , 2008, II, pp. 990-991. []
  75. Cfr. M. Accascina, I marchi…, 1976, p. 180. []
  76. Cfr. M.C. Di Natale, Le suppellettili liturgiche d’argento del tesoro della Cappella Palatina di Palermo, Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti già del Buon Gusto di Palermo, Inaugurazione dell’Anno Accademico 1998-’99 281º dalla fondazione, Palermo 1998, pp. 75-76. Cfr. anche Lo Scrigno di Palermo – Argenti, avori, tessuti, pergamene della Cappella Palatina, catalogo della mostra a cura di M.C. Di Natale e M. Vitella, Palermo 2014. []
  77. Cfr. M. Vitella, Scheda 91, in M.C. Di Natale, Il tesoro dei Vescovi…, 1993, p. 126. []
  78. Cfr. M. Vitella, Scheda 41, in S. Denaro, M. Vitella, Argenti sacri…, 2007, p.77. []
  79. Cfr. F. Lo Bono, Scheda 47, in M. Vitella, Gli argenti della Maggior Chiesa di Termini Imerese, saggio introduttivo di M.C. Di Natale, Termini Imerese 1996, pp. 118-119. []
  80. Cfr. R. Vadalà, Scheda 63, in Segni Mariani.., 1997, pp. 118-120. []