Maria Laura Celona

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Le suppellettili liturgiche del Santuario di Nostra Signora della Misericordia a Valderice

DOI: 10.7431/RIV12052015

Tra le innumerevoli edicole, cappelle e santuari attraversanti l’intero territorio di Monte San Giuliano si scorge, in località Bonagia1, il Santuario ericino intitolato a Maria Santissima della Misericordia che, grazie a recenti restauri, si potrebbe datare al 16372. Esso sorge lì dove originariamente era una cappelletta contenente un’immagine della Madonna della Misericordia realizzata per volontà di un artigiano ericino, Girolamo Verderame, dopo aver ricevuto, per intercessione della Madonna, un miracolo di guarigione. Questi, infatti, affetto da una grave malattia scriveva: «Un’ orribile creatura, contro cui si spuntavano i farmaci più possenti dell’arte medica, tutto fidente si rivolse a colei che dalla chiesa viene chiamata sovente dai poveri infermi e le si votò di aver cura di quella cappelletta per il resto dei suoi giorni»3. Dopo l’accaduto l’immagine della Madonna di Misericordia divenne celebre in tutto il territorio dell’agro ericino dando luogo a una crescita della comunità di devoti. La costruzione del Santuario rappresentò per l’intera popolazione rurale un grande evento. Divenne, infatti, in breve tempo non più un semplice luogo di pellegrinaggio, ma anche un punto di riferimento per l’intera comunità locale, lì vennero prese decisioni sull’avvenire della contrada, curati i malati e accuditi i bisognosi. Nel santuario di Nostra Signora della Misericordia, ma ciò vale anche per le altre chiese rurali presenti come San Barnaba e San Marco, San Michele Arcangelo, Santa Croce, Sant’Andrea, San Giovanni di Macari, le funzioni erano celebrate eccezionalmente solo per solenni occasioni, anche nei tempi in cui il territorio iniziò a popolarsi maggiormente. Tali esigenze, accompagnate da una forte devozione, spinsero il sacerdote don Vincenzo Ficara, nel 1637, a dare inizio ai lavori per la costruzione del Santuario4. Esso, fin dalle origini, si autosostenne grazie alle offerte dei fedeli e con il guadagno dei proventi delle terre annesse5. Il Santuario venne poi ultimato nel 1769 sotto la supervisione dell’abate Francesco Stacca6, in carica dal 1767 al 1794 (Fig. 1), membro della Santa Inquisizione, dato l’evidente emblema posto sul pettorale7. A comprovare la sua presenza al Santuario sono il di lui stemma intagliato sul fregio della cimasa del Coro ligneo, della seconda metà del XVIII secolo, posto sul presbiterio8, e un’epigrafe incisa nella gradinata del cappellone: Misericordiam consequetur rev(erendus) ab(bas) p(ater) Ben(eficia)lis d(ominus) Franciscis Stacca qui templum hoc B(eatae) M(ariae) V(irginis) sub Misericordiae Titulo penitus illustravit anno domini 1773. All’edificio ecclesiastico vennero poi affiancate altre dependances, come scritto dal Carvini: «un complesso di 24 stanze»9.

Altri lasciti sopraggiunsero, poi, da donazioni testamentarie, consuetudine in aumento soprattutto dopo il Concilio di Trento, in cambio di messe di suffragio. Non sono stati rintracciati tutti i documenti relativi ai lasciti ricevuti, oggi dispersi per vari canali, ma solo una donazione di Mario Ferlito, un modesto proprietario terriero, redatto dal notaio Antonio Venza in data 23 luglio 1823 in cui è scritto: «Gravo la mia eredità della spesa annuale perpetua di onze due da cumularsi in potere dei miei eredi dal giorno della mia morte in poi, e raccolta la somma, che sarà sufficiente per una data di esercizi, nella chiesa campestre della Misericordia: voglio che si destini nella missione suddetta, cioè quella elemosina a due Padri, e per mantenimento degli stessi, e così eseguirsi perpetuamente in detta chiesa campestre ogni qual volta sarà cumulata la somma abbisognevole per una data di esercizi come sopra. Gravo la coscienza del Beneficiario pro tempore di detta chiesa della Misericordia per invisitare sull’adempimento della suddetta missione»10.

Si dovette, comunque, aspettare il 1858 per l’elezione del Santuario a parrocchia succursale con bolla definitiva del Vescovo11. Dal 1869 al 1888 il Sacerdote Beneficiale Francesco Angelo dimorava stabilmente nella struttura ecclesiale e le Sante messe iniziarono a essere celebrate con maggiore regolarità12.

Se sulla storia del Santuario già esimi studiosi hanno a lungo scritto, non sono mai stati oggetto di studio i pregevoli esemplari di argenteria liturgica facenti parte del tesoro del Santuario mariano. Suppellettili ecclesiastiche che, pur nella loro semplicità, sono insieme testimonianza della pregiata lavorazione di antiche botteghe artigiane trapanesi e simboli tangibili del trascorrere della storia devozionale di un popolo.

Ricostruire brandelli di storia attraverso l’analisi di suppellettili liturgiche significa, dunque, ricordare la storia di un popolo, nel nostro caso di una delle comunità del popolo di Valderice che dal 1630, ha ininterrottamente glorificato con costanti segni di devozione la Madonna della Misericordia, giungendo a chiedere, e ottenendo, che le venisse accordata la grazia dell’incoronazione nell’anno 1752 dal Regio Capitolo Vaticano e finalmente nel 1784 dalla Santità di Pio V l’officio e la messa13.

Le opere esaminate in questa occasione coprono un arco temporale di due secoli, dal XVIII al XIX

secolo, e recano quasi tutte il marchio della maestranza degli orafi e argentieri di Trapani, la falce sormontata da corona accompagnata dalla sigla DVP, Drepanum Urbs Invictissima14. La punzonatura delle argenterie e oreficerie della città di Trapani, anche se di difficile identificazione avendo subito varie modifiche nel corso degli anni, era iniziata con l’approvazione dello Statuto dell’11 aprile del 161215.

L’opera più antica del Santuario di Valderice maggiormente legata al dipinto della Vergine è una corona (Fig. 2) ornamento che rientra nella tipologia delle suppellettili destinate a immagini sacre, dette “da quadro”. L’usanza di porre una corona sul capo dei simulacri divini risale alle pratiche pagane, ma ben presto, assorbita anche dalla civiltà cristiana, venne impiegata tanto nelle rappresentazioni pittoriche, tanto in quelle plastiche16.

L’inedita opera in argento vermeil nonostante risulti, dalla disamina dei marchi apposti su più parti, della fine del XVIII secolo è caratterizzata da soluzioni ornamentali di gusto prevalentemente barocco. La lamina, infatti, fortemente sbalzata e cesellata su tutta l’estensione del manufatto presenta volute fitomorfe, testine di cherubini alati e ai lati estremi due ovali contenenti da una parte il monogramma mariano, nell’altro il nome di Gesù. Sulla fascia inferiore sono leggibili il marchio della città di Trapani con la falce sormontata da corona e DVI, Drepanum Urbs Invictissima, le iniziali DPC73, riferibili al console Diego Piazza, orafo trapanese documentato nella seconda metà del XVIII secolo e ancora agli inizi del XIX17, non è invece individuabile l’argentiere autore dell’opera ciò lascia, dunque, ipotizzare possa essere stata realizzata dallo stesso console vidimante. Sul manufatto è poi leggibile: F.F. A B. D. ABBATE STACCA 1773», la corona venne, infatti, come recitato nell’iscrizione portata in dono dall’abate Stacca nel 1773. L’opera termina con un globo e una crocetta apicale. Si ha notizia che il manufatto esaminato sia stato posto più volte a decorazione del quadro della Madonna di Custonaci, in occasione della tradizionale processione della fine del mese di agosto18. Tra gli esemplari presenti nel piccolo tesoro del Santuario è poi l’inedito Reliquiario di San Vito martire (Figg. 34), non omogeneo, avente una base circolare in rame dorato con fusto caratterizzato da nodo ovoidale tipico delle suppellettili della fine del XVI e dell’inizio del XVII secolo, su cui si innesta una teca reliquiario, di epoca posteriore, contornata da una cornice in perfetto stile rococò ornata da volute contrapposte contenenti elementi floreali, anemoni, ed elementi conchiliformi, tipici del XVIII secolo. L’elemento floreale non rinvia casualmente all’anemone, infatti, in natura di colore rosso, associato alla morte, e in questo caso posto vicino alla teca reliquiario, contenente una piccola croce d’argento, allude al sacrificio del Salvatore19. Un movimento esuberante che trova origine nell’ovale centrale con un effetto di raffinata armonia, testimonianza di come nella cultura figurativa della metà del secolo coesistessero due differenti orientamenti riguardanti l’uso di elementi architettonici nella decorazione: una orientata ad assecondare l’esuberanza fluttuante dell’ornato rococò, come ad esempio il Reliquiario di San Guglielmo della Chiesa Madre di Polizzi20, l’altra a utilizzare il linguaggio dell’architettura neoclassica per inquadrare elementi decorativi in una struttura, allo scopo di conferire all’opera equilibrio e compostezza, come dimostrano molte opere coeve. Tra le numerose opere, splendido esempio di decorazione rococò, si ricorda ancora il Reliquiario, del 1768, della Chiesa Madre di Regalbuto21. Sulla base più antica non sono stati riscontrati marchi, ma da un analisi stilistica si può pensare che essa possa essere stata realizzata da argentiere siciliano nella prima metà del XVII secolo. Analogie si possono osservare nel piede del calice del Museo d’Arte Sacra della Basilica di Santa Maria Assunta22 o ancora con il calice dorato del Museo diocesano di Monreale23, del primo decennio del XVI secolo, o ancora con la pisside in argento dorato della chiesa di san Giorgio a Piana degli Albanesi dei primi decenni del XVII secolo24, o ancora con la pisside della prima metà del Seicento della Cattedrale di Mazara del Vallo25. Diversa è, invece, la datazione della la teca reliquiario in cui, nella parte inferiore, sono stati rilevati il marchio della città di Trapani con la falce coronata e DUI, le iniziali A.S.C., (Fig. 4) riferibili all’argentiere Angelo Sandias, documentato al 1756, 1762-62, 1761-6226. Le sue iniziali furono rintracciate per la prima volta da Maria Accascina, pioniera studiosa delle Arti decorative in Sicilia, nel paliotto presso la Chiesa Madre di Marsala27 e alla base di un candelabro della chiesa di S. Pietro in Trapani28. La Novara, ha poi rintracciato lo stesso marchio sull’emblema della Compagnia del SS. Sacramento di collezione privata trapanese29. Tra le innumerevoli opere da questi firmate si ricordano: le tre cornici di cartagloria riccamente decorate da fiori, foglie, volute e conchiglie30, e un’insegna della Compagnia di S. Michele Arcangelo31, entrambe di collezione privata trapanese.

Un’altra interessante opera custodita al Santuario della Misericordia è il reliquiario contenente differenti frammenti di santi, illustrati tramite piccole parti cartacee non tutte interamente leggibili, poste nel verso, su cui sono impressi i nomi: San Pasquale Baylon, Santa Maria Maddalena dei Pazzis, San Francesco di Paola e sacro velo di San Giovanni Battista. (Fig. 5).

La devozione per Santa Maria Maddalena dei Pazzi dovette essere particolarmente sentita nel XVIII secolo: non sarà stato un caso, infatti, se nella prima metà del Settecento Domenico La Bruna32 realizzò due pale gemelle aventi come protagonista la suddetta Santa, custodite presso la Chiesa Madre di Castelvetrano33. L’opera, priva di punzoni, mostra una base circolare e potrebbe essere riconducibile, anche per la sua linearità, alla prima metà del XVIII secolo.

Altro pregevole esemplare che si distingue per la raffinatezza della decorazione è un ostensorio in argento avente una base circolare, un fusto molto alto interrotto da collarini e da un nodo ovoidale. La raggiera, come sospesa, è composta da raggi dalla forma di fiamma che si alternano a quelli a guisa di “spada”.  La lente è circondata da una decorazione floreale.  Sulla base, nella parte a falda tesa, è lo stemma della città di Trapani, con la falce e DUI (Figg. 67). Non sono leggibili altri marchi che possano indicare chi sia stato l’autore o il console vidimante, ma per i tratti stilistici mostrati l’opera si può datare alla prima metà del XVIII secolo. Numerosi sono, dunque, i manufatti databili alla prima metà del Settecento presenti al Santuario della Misericordia, nel caso dell’inedito ostensorio appena esaminato, trova rispondenti analogie con due custodie trapanesi coeve quali l’ostensorio con San Francesco d’Assisi, custodito nell’eponima chiesa, l’altro con San Giuliano, oggi al Seminario Vescovile34.

Si aggiunge, poi, una piccola pisside da viatico di forma rotonda, priva di ornati, costituita da una piccola teca con un coperchio leggermente bombato con lievi modanature che evidenziano una concentrica gradinatura alla cui sommità presenta come unica particolarità una crocetta in posizione apicale (Fig. 8).

L’opera reca lo stemma della città di Palermo, l’aquila a volo alto e delle iniziali, si pensa del console, purtroppo non decifrabili a causa del logorio d’uso, manca, poi, del tutto la sigla dell’argentiere. Questa tipologia è largamente diffusa in Sicilia alla metà del XVIII secolo, come dimostrano analoghi esemplari custoditi a Castelbuono presso il Museo del Castello dei Ventimiglia35, o quello del quarto decennio del Settecento della Chiesa Madre di Regalbuto36, o ancora la piccola teca da viatico, del 1724, vidimata dal console Giuseppe Cristadoro, della Chiesa di Maria SS. dei Miracoli di Mussomeli37, la presenza dell’aquila a volo alto consente comunque di datare l’opera dopo il 1715.

Conclude l’excursus delle suppellettili rintracciate al Santuario valdericino, una pisside di gusto neoclassico, temperie stilistica già diffusa dalla fine del XVIII secolo (Fig. 9). L’opera si caratterizza per semplicità e linearità della forma, presenta una base circolare rialzata e un fusto contenuto, non decorati da particolari ornati, ma semplicemente specchiati. Il sottocoppa è campito da larghe foglie d’acanto, termina con un coperchio a cupoletta sormontato da una croce in posizione apicale. La pisside non presenta marchi, ma in base ai motivi decorativi e stilistici è da datare alla prima metà del XIX secolo. In passato furono di proprietà del Santuario altre pregevoli opere: il Perugini indica un documento d’inventario del 1746 in cui sono elencati: «due calici gotti d’argento, tovaglie, un crocefisso in pietra incarnata, tre crocifissi piccoli, uno di rame, uno d’oro e uno di legno, un piccolo presepe, piatti e altre vettovaglie»38. Come è ben risaputo, la soppressione degli ordini religiosi e l’incameramento dei beni ecclesiastici al Regno d’Italia del 1866 ha provocato la perdita di numerose suppellettili, sarebbe dunque auspicabile, per tutelare le opere superstiti, dall’argenteria, alle pregevoli opere lignee, ai pregiati paramenti sacri, la realizzazione di un appropriato spazio espositivo permanente, dotato di un moderno impianto di sicurezza, e farlo entrare a far parte di un più ampio museo diffuso comprendente tutti i santuari e le chiese presenti nella valle ericina, non impedendo occasionalmente di prelevare dalla sede museale alcune suppellettili per le più importanti liturgie. La creazione di tali poli museali è peraltro stata proposta della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa nella Lettera circolare sulla funzione pastorale dei Musei ecclesiastici del 15 agosto 200139 e questo di Valderice potrebbe anche collegarsi con quello già esistente a Erice che coinvolge tutte le chiese del vicino centro40.

  1. «A greco, là dove gli amenissimi verzieri di Bonagia sono chiusi da una erbosa collina, a pié di un olivo, sorge l’amplo e magnifico santuario di N. S. della Misericordia», cfr. G. Castronovo, Erice Sacra, Ms. del XIX secolo a cura del Can. A. Amico, Biblioteca Comunale di Erice, 1860, f. 280. []
  2. La suddetta data è emersa, in occasione dei lavori di restauro del 1980, sul cantonale destro del portale d’ingresso nascosta da uno strato di intonaco sovrapposto all’originario. Già il De Felice non era andato troppo lontano quando nel ’36 aveva ubicato temporalmente il Santuario al 1640 cfr. F. De Felice, Arte del trapanese, pittura ed arti minori, Palermo 1936, p. 83. []
  3. G. Castronovo, Erice sacra…, Ms. a cura del Can. A. Amico, 1860, f. 281. []
  4. I lavori di costruzione durarono un ventennio circa e furono realizzati grazie alle numerose offerte dei fedeli. Intorno al Santuario venne costruita una foresteria per i fedeli più bisognosi e gli ammalati. []
  5. Al Santuario della Misericordia venne donato, 15 settembre del 1654 con firma del notaio Pietro Canaci, un lotto di terreni in contrada dei Colladini, chiamato Lu Murgiu, la palude Di Stefano “da cui frutti dei vigneti si potessero percepire onze sei annuali”. cfr. V. Carvini, Erice antica e moderna, sacra e profana, Ms. Biblioteca Comunale di Erice. []
  6. Cfr. G. Castronovo, Erice sacra, Ms. copia del can. A. Amico, 1924, presso la biblioteca Comunale di Erice ai segni Ms. XV, ff. 418-419. []
  7. L’emblema presente sul ritratto ricorda quello in oro e smalti realizzato da orafo siciliano del XVI secolo custodito a Sant’Agata di Militello, presso il Museo parrocchiale di Santa Maria della Stella cfr.  M.C. Di Natale, Gioielli di Sicilia, Palermo 2000, p 21, p. 22 Fig. 3. []
  8. Il Santuario reca al suo interno pregevoli arredi sacri quali un armadio da sacrestia e un coro ligneo, entrambi commissionati da don Francesco Stacca nel XVIII secolo. Per approfondimenti stilistici si consigliano i contributi: M. Ettari, Un piccolo gioiello barocco nell’agro valdericino, in Sicilia Barocca. Maestri, officine, cantieri, a cura di F. Maurici, G.E. Viola, Roma 2005, pp. 149-165; D. Scandariato, Bizzarrie Rocaille dal mobile intagliato all’argento in alcuni centri della Sicilia occidentale, in Argenti e cultura Rococò nella Sicilia Centro-Occidentale 1735-1789, catalogo della mostra (Lubecca, St. Annen – Museum 21 ottobre 2007 – 6 gennaio 2008) a cura di S. Grasso, M.C. Gulisano con la collaborazione di S. Rizzo, Palermo 2008, pp. 505-518. []
  9. V. Carvini, Erice antica e moderna, sacra e profana, ms. conservato presso la Biblioteca comunale di Erice, s.d., p. 88. []
  10. A.S.S. Misericordia. []
  11. V. Perugini, Genesi di un paese: Valderice, II ed. 2006, Valderice, p. 21. []
  12. V. Perugini, Genesi …, II ed. 2006, Valderice, p. 22. []
  13. P. Benigno, Trapani … ms del 1811-12 della Biblioteca Fardelliana di Trapani, vol. III, parte II, f. 1246. []
  14. M. Accascina, I marchi delle Argenterie e Oreficerie Siciliane, 1976 Busto Arsizio, p. 187. []
  15. Per ulteriori approfondimenti in merito all’organizzazione giuridica degli argentieri trapanesi e del relativo statuto: cfr. M. Accascina, I marchi …, 1976, p. 187; A. Precopi Lombardo, Documenti inediti e poco noti degli argentieri e orafi trapanesi, in Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, (Trapani, Museo Regionale Pepoli 1 luglio – 30 ottobre 1989), catalogo della Mostra a cura di M.C. Di Natale, Milano 1989, pp. 378-385; A. Precopi Lombardo, La maestranza degli orafi e degli argentieri trapanesi 1612-1826, in Argenti e ori trapanesi nel museo e nel territorio, Trapani 2010, pp. 16-23. []
  16. S. Malaguzzi, Oro, gemme e gioielli, Milano 2007, p. 192; B. Montevecchi – S. Vasco Rocca, Suppellettile ecclesiastica, Firenze 1987, p. 192. []
  17. M. Accascina, I Marchi, 1976, p. 133; D. Ruffino, Indice degli orafi e argentieri di Trapani, in Ori e argenti…, 1989, p. 411; A. Precopi Lombardo, Cariche sociali degli orafi e degli argentieri trapanesi (1612 – 1826), in Argenti e …, 2010, p. 75, p. 84; Eadem, Profili di argentieri e orafi trapanesi, in Argenti e …, 2010, pp. 132-135. []
  18. G. Pitré, Feste patronali in Sicilia, Palermo 1898, p. 475. Cfr. P. Palazzotto, L’architettura neogotica nella Sicilia occidentale nella prima metà del XIX secolo: le ragioni degli artisti e il ruolo della committenza, in Il Duomo di Erice tra Gotico e Neogotico, (atti della giornata di studi, Erice 16 dicembre 2006) a cura di M. Vitella, pp. 95-123, Trapani 2008. []
  19. J. Hall, ad vocem Anemone, in Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Varese 2007. p. 42; Le confraternite dell’Arcidiocesi di Palermo, storia e arte, catalogo della Mostra a cura di M.C. Di Natale, Palermo 1993, p. 231. []
  20. S. Anselmo, Polizzi. Tesori di una Città Demaniale, Quaderni di Museologia e Storia del Collezionismo, n. 4, Collana di Studi diretta da M.C. Di Natale, Caltanissetta 2006, pp. 98-99. []
  21. S. Intorre, Il tesoro della Matrice di Regalbuto tra Settecento e Ottocento, in M.C. Di Natale – S. Intorre, Ex elemosinis Ecclesiae et Terrae Regalbuti. Il Tesoro della Chiesa Madre, Quaderni dell’Osservatorio per le Arti decorative in Italia “Maria Accascina”, n. 3, collana diretta da M.C. Di Natale, Palermo 2012, p. 60. []
  22. L. Sciortino, scheda IV.6, in Museo d’Arte Sacra della Basilica santa Maria Assunta di Alcamo, a cura di M. Vitella, Trapani 2011, p. 147. []
  23. V. Chiaramonte, scheda I,59, in Gloria Patri. L’arte come linguaggio del sacro, catalogo della mostra (Monreale, Palazzo Arcivescovile – Corleone, Complesso di San Ludovico 23 dicembre 2000 – 6 maggio 2001) a cura di G. Mendola, Palermo 2001, p. 142. []
  24. P. Allegra, scheda 14, in M.C. Di Natale, Il tesoro dei Vescovi nel Museo Diocesano di Mazara del Vallo, catalogo delle opere a cura di P. Allegra e M. Vitella, Palermo 1993, p. 100. []
  25. D. Balsano, scheda 2, in Tracce d’Oriente. La tradizione liturgica greco-albanese e quella latina in Sicilia, catalogo della mostra (Palermo, Palazzo Bonocore, 26 ottobre – 25 novembre 2007) a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2007, p. 172. []
  26. D. Ruffino, Indice degli orafi …, in Ori e argenti…, 1989, p. 411; A. Precopi Lombardo, Profili di argentieri e orafi trapanesi, in Argenti e ori…, 2010, p. 136. []
  27. M. Accascina, I Marchi delle argenterie e oreficerie Siciliane, Busto Arsizio 1976, p. 196. []
  28. M. Accascina, I Marchi …, 1976, p. 196 Fig. 109. []
  29. L. Novara, scheda II, 207, in Ori e argenti…, 1989, pp. 326. []
  30. M. Accascina, I Marchi …, 1976, p. 196 Fig. 106 a,b. []
  31. L. Novara, scheda II, 207, in Ori e argenti…, 1989, pp. 325-326. []
  32. Al La Bruna sono attribuiti alcuni affreschi posti sui laterali e sulla volta del Santuario della Misericordia, per ulteriori approfondimenti riguardanti la vita e le opere di Domenico La Bruna cfr. M. Ettari, Un piccolo …, in Sicilia, 2005, pp. 155-156; G. Bongiovanni, ad vocem Domenico La Bruna, in Dizionario bibliografico degli italiani, Treccani, vol. 63, 2004, http://www.treccani.it/enciclopedia/domenico-la-bruna_%28Dizionario-Biografico%29/; G. Bongiovanni, Indagini sulla pittura trapanese del Settecento, in Miscellanea Pepoli, a cura di V. Abbate, Trapani 1997, pp. 119-137. Si cfr. pure G. Bongiovanni, Domenico La Bruna pittore del ‘700, in “Graphiti”, aprile 1993; M. Guttilla, ad vocem, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani, vol. II – Pittura, a cura di M.A. Spadaro, Palermo 1993, pp. 271-273. []
  33. G. Bongiovanni, Pittura a Castelvetrano, in Rivalutare un patrimonio d’arte, a cura di A. Costanza, Palermo 1998, pp. 19-24; A. Buttitta, G. Bongiovanni, Un armadio dipinto trapanese del Settecento. Aggiunte al catalogo di Domenico La Bruna, in “OADI. Rivista per l’Osservatorio delle Arti decorative in Italia, http://www1.unipa.it/oadi/oadiriv/?page_id=1794#footnote_36_1794. []
  34. L. Novara, L’argenteria trapanese dal XVII al XIX secolo, in Argenti e …, 2010, p. 33. []
  35. M.C. Di Natale, R. Vadalà, Il Tesoro di Sant’Anna nel Museo del Castello dei Ventimiglia a Castelbuono, Palermo 2010, p. 40. []
  36. M.C. Di Natale, S. Intorre, Ex elemosinis …, 2012, pp. 96-97. []
  37. I. Barcellona, Ori argenti e stoffe di Maria SS. dei Miracoli. Mussomeli tra culto e arte, premessa di M.C. Di Natale, Caltanissetta 2000, p. 123. []
  38. Cfr. V. Perugini, Valderice: la terra, i giorni, Erice 1994; V. Perugini, Genesi di un paese: Valderice, Paceco 2006. []
  39. Pontificia commissione per i Beni Culturali della Chiesa, Lettera circolare sulla funzione pastorale dei Musei ecclesiastici, Città del Vaticano 2001; www.vatican.va/roman_curia/pontifical_commissions/pcchc/documents/rc_com_pcchc_20010815_funzione-musei_it.html. []
  40. M.e.m.s. di Erice (Museo di Erice. La Montagna del Signore) sistema museale per la valutazione dei beni ecclesiastici mobili e immobili presenti sul territorio urbano del comune di Erice curato da M. Vitella. []