Bettina Schindler

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Il Dittico di Anicio Probo – Restauro e conservazione dell’avorio

DOI: 10.7431/RIV13012016

Nei tempi antichi la produzione dei dittici e anche dei trittici era molto diffusa poiché tali manufatti venivano largamente utilizzati per la trasmissione di importanti dati economici, amministrativi e legali. Già nell’VIII secolo a.C. grazie ad importanti scoperte archeologiche è accertata la presenza di dittici1, che erano solitamente costruiti di legno. La scelta dell’avorio per la realizzazione dei dittici consolari è stata condizionata da necessità varie, fra cui la disponibilità più ampia e meno costosa del materiale eburneo rispetto ai metalli preziosi ed anche la necessità di trovare un materiale più nobile rispetto al legno per un dignitario dell’Impero Romano2.

Secondo alcuni studi sembra che durante l’epoca del Console Anicio Probo esisteva una vera e propria “industria dell’avorio, a Roma e a Costantinopoli, con almeno un atelier per capitale”3, mentre studi recenti ne confermano con certezza di una officina a Roma4.

La composizione di tali opere viene descritta in maniera dettagliata da Richard Delbrück5, al quale fa riferimento il Lassandro, mettendo in evidenza il grande valore artistico e storico dei dittici di prim’ordine della realtà sociale ed economica del tardo impero, in Occidente ed in Oriente, e descrivendone minuziosamente le caratteristiche materiali: “due valve, rettangolari e pieghevoli, legate l’una all’altra da una cerniera metallica e realizzate in avorio [...] con la parte esterna, nella quale erano scolpite a rilievo la figura del magistrato che assumeva la carica e/o scene di altro genere, la parte interna, utilizzata quale supporto scrittorio, i bordi, rialzati per proteggere la zona del testo scritto”6. Veniva fornita, inoltre, una classificazione dei dittici in base alle loro differenti tipologie da quelli consolari, donati dal console nel momento della assunzione della carica, a quelli offerti all’imperatore o ad esponenti del senato”7.

Al citato Anicio Probo appartenne il Dittico che da lui prende il nome realizzato nel 406 d.C. in materiale eburneo con raffinate raffigurazioni dell’Imperatore Onorio in due diverse pose.  La preziosità della materia e le condizioni idonee di conservazione ne hanno consentito la conservazione fino ai nostri giorni8. L’opera è ancora oggi custodita, infatti, nel Museo della Cattedrale di Aosta.

OSSERVAZIONI TECNICHE SUL DITTICO DI ANICIO PROBO

Si tratta di due lastre di notevole grandezza e spessore: 29,9 cm x 13,1 cm per ogni valva, spessore 11-12 mm. Sono state in origine ricavate dalla parte piena di una zanna di elefante (presumibilmente africano) in sezione longitudinale9. Verosimilmente si doveva trattare di una zanna di grandissime dimensioni poiché questo taglio è stato eseguito lontano dalla posizione del nervo il quale attraversa tutta la zanna fino alla punta, pertanto si desume che essa fosse talmente grande che la sezione per quest’opera poteva essere tagliata lontano dal passaggio del nervo. In genere la natura eccellente dell’avorio, data l’omogeneità della materia, offre resistenza alle variabili più disparate nel tempo dal punto di vista conservativo e permette di poter apprezzare le qualità di lavorazione ed espressione di un’opera di alta epoca nella quasi totalità. I danni, senz’altro gravi in questo caso, non trovandosi sulle parti fondamentali offrono un’opera nella sua piena bellezza ed importanza con la maggior parte dei dettagli ancora ben leggibili e apprezzabili. Il candore eburneo è stato conservato al meglio grazie all’importanza dell’oggetto: esponendolo nei secoli alla luce ambientale essa lo ha mantenuto del colore classico dell’avorio10.

Il peso di ambedue le valve con la cerniera d’argento è di 740 grammi, lo spessore varia da 11 mm a 12 mm. Le profondità dell’intaglio sono variabili fino ad un massimo di 8mm. Sul retro si vede una incorniciatura da un bordo (larghezza 1 cm, sotto la cuspide crescente fino a 1,8cm) liscio e leggermente in rilievo rispetto alla parte centrale, ed è lo spazio entro il quale sarebbe stata colata la cera per le scritture.

L’intaglio è stato praticato secondo le tecniche classiche11 tramite l’ausilio degli strumenti da intaglio come sgorbie, scalpelli, ceselli da incisione e strumenti oltre che materiali abrasivi per la lucidatura della superficie. La lucentezza originale si è perfettamente mantenuta ed è un fatto stupefacente che si riscontra nella maggior parte degli avori più o meno antichi quando sono stati trattati con cura. La superficie del retro di ambedue le valve non è stata resa lucida e forse è stata levigata la parte dove sono state apposte le due scritture con inchiostri mordenzanti di epoca più recente.

IL DITTICO E LA SUA CONSERVAZIONE

Il Museo del Tesoro della Cattedrale di Aosta ubicato all’interno della Cattedrale12, nella parte absidale dell’antico monumento, ha una caratteristica specifica che colpisce il conservatore – e anche il visitatore – al primo impatto: ha un clima freddo e costante con umidità relativa costante. Per le opere d’arte esposte l’assenza di sbalzi termici ed igroscopici fra inverno ed estate ha un valore inestimabile per la conservazione. Il Dittico di Anicio Probo (Fig. 1) ha tratto grandi vantaggi proprio da un clima del genere consentendo all’avorio di rimanere compatto e con gli stessi volumi. Nonostante le fratture subite in tempi remoti non ha subìto attacchi di microorganismi né una variazione di patina superficiale ed i pezzi metallici dell’ultimo grande intervento di restauro hanno subìto un’ossidazione relativamente contenuta.

Nel gennaio 2006 è stato affrontato l’intervento di conservazione su richiesta della Soprintendenza di Aosta sotto la direzione della Soprintendente Dr. Viviana Vallet e la Dr. Laura Pizzi. È in corso di stampa la pubblicazione del volume monografico sul dittico, che analizza l’opera dal punto di vista storico-artistico e nei dettagli del restauro13.

STATO DI CONSERVAZIONE

Negli esami preliminari si doveva constatare che le due valve del dittico si presentassero in uno stato di conservazione stabile nonostante gli antichi danni gravi.

Ambedue le valve portano delle lesioni causate da un forte urto, arrecate presumibilmente in epoca assai remota, forse una caduta vera e propria, pertanto le tavole d’avorio si sono spezzate in singoli frammenti di dimensioni grandi: si tratta di tre pezzi nella valva destra e di due pezzi nella valva sinistra (Fig. 2).

L’urto ha causato inoltre una fenditura larga di 2-3 cm sotto l’arco intagliato della valva destra (Fig. 3), e, essendo essa in quel punto di spessore molto sottile, l’avorio si è leggermente imbarcato. Il sistema di collegamento antico fra le due valve si deve essere spezzato nel solito frangente.

Anche il precedente intervento di restauro, la cui datazione non è certa14, ha arrecato ulteriore danno alle valve. Per l’applicazione della cerniera15, infatti, l’avorio è stato scavato all’interno dello spessore e forato in concomitanza con gli alloggiamenti del  montaggio antico. In queste sei sedi sono state inserite le linguette d’argento della cerniera e fermate in perpendicolare con  i sei perni d’argento, i quali sul recto sono decorate e sul verso ribattuti. Qui l’ossidazione dell’argento ha annerito l’avorio circostante (Fig. 4).

La cerniera d’argento, sicuramente non originale anche se antica, è stata costruita prima nella sua completa funzionalità e in seguito fermata nell’avorio, oltre che da linguette infilate nello spazio creato nello spessore dell’avorio, anche tramite perni d’argento ribaditi. Gli effetti negativi si riscontrano soprattutto nella patina più scura in corrispondenza delle applicazioni metalliche: coprendo la superficie ed impedendo l’arrivo della luce ambientale in questi punti l’avorio si è scurito, inoltre, ci sono perdite di materiale che nell’impatto del martello per la ribaditura ha creato dei traumi locali che hanno comportato la rottura dell’avorio.

Per ricollegare i frammenti fra loro erano stati praticati 34 fori per far passare un “filo” d’argento e di ottone per riavvicinare i singoli pezzi.  Anche se non sono state compromesse parti importanti della raffigurazione si tratta di un intervento traumatizzante per la materia eburnea.  Oltretutto questa soluzione è esteticamente deturpante perché impedisce la libera lettura dell’opera ed ha causato la parziale ossidazione differenziata o “patina differenziata”16 sull’avorio (Figg. 56). L’intervento rivela anche imprecisione nell’accostamento dei frammenti: ciò ha creato scalini sul bordo superiore di ambedue le valve (Figg. 78).

Per quanto riguarda l’invecchiamento si rilevano alcuni spacchi longitudinali (lungo la venatura), causati dal ritiro naturale dell’avorio e molto visibili all’occhio a causa della polvere che vi si è insediata nei secoli17. I più grandi si trovano tutti nella valva sinistra: sopra la spalla destra, sotto la cintura e sulla gamba destra della figura dell’Imperatore. In ambedue le valve si possono notare svariate piccole fenditure, meno incisive perché molto sottili anche esse dovute all’essiccamento della materia fin dall’inizio della sua lavorazione (Fig. 9).

Segni di usura si notano su alcune parti lisce dell’intaglio sul verso dove si vede una vera e propria abrasione del modellato del volto e delle decorazioni ad incisione (scudo) (fig. 9). Lo strato di polveri e sporco copre le profondità degli intagli e rende tutta la superficie grigia. Nelle fenditure fra i vari frammenti è andato a depositarsi anche materiale usato per la pulitura del metallo (polveri abrasive).

Il retro si presenta con un fortissimo strato di sporco dove si trova un miscuglio fra pulitori per metalli, cere, stuccature e deposito di polvere. Sulla valva sinistra si vedono le tracce di una iscrizione scarsamente leggibile apposta in origine tramite un inchiostro o mordente18 (Fig. 10). Si rilevano anche altre tracce di color marrone: un cerchio incompleto e una grossa macchia, per i quali è difficile spiegare la causa, e restano segni indelebili nel primo strato dell’avorio19.

L’INTERVENTO DI RESTAURO E DI CONSERVAZIONE

Successivamente alla documentazione fotografica si è proceduto alla pulitura di tutte le superfici. Con estrema cautela sono stati tolti strati più o meno spessi o resistenti depositi di polveri miste a grasso di mani, depositati nei secoli;  con l’ausilio di batuffoli di cotone inumiditi sono state pulite le superfici lisce mentre nelle profondità sono stati usati ausili meccanici di una certa durezza per scalzare depositi più resistenti. In questa fase di lavoro è stato estremamente importante mantenere un equilibrio fra umidità dell’acqua della pulitura e l’asciugatura (Figg. 1112).

Durante questa fase si può verificare con attenzione lo stato di conservazione della materia eburnea in tutte le sue superfici.

L’eliminazione del vecchio restauro è stato eseguito con estrema cautela: i fili d’argento sono stati tagliati, asportati dalla loro collocazione, le facciate delle rotture ed i fori sono stati puliti da depositi di polvere e residui di pulitura delle ossidazioni metalliche e dallo sporco in gran parte molto resistenti (Fig. 13).

L’incollaggio dei frammenti ha reso possibile l’accostamento pressoché perfetto in maniera che venissero rispettati i frammenti allo stato attuale: essendosi ritirato il materiale nella parte degli sfondi, infatti, non era possibile avvicinare le parti che sono state lasciate libere, vale a dire senza stuccature, per camuffare le fenditure in parte molto larghe (fino a 3mm). In base ad una consultazione con la direzione dei lavori della Soprintendenza la scelta della colla più idonea è caduta sulla colla epossidica bicomponente20, ritenuta la più adatta, viste le esigenze statiche e le superfici incollabili ridotte sia in spessore che in lunghezza. Tale collante, che permette di ottenere un incollaggio forte anche su piccole superfici e ha una buona resistenza nel tempo, è stato usato anche per l’applicazione di piccoli rinforzi (sottili placchette d’avorio) nei punti dell’incollaggio sul retro.

Come soluzione per la chiusura dei 34 fori è stata scelto, sempre in accordo con la direzione dei lavori, l’utilizzo di perni d’avorio lavorati appositamente per ogni foro, levigati e leggermente patinati, onde evitare il nuovo deposito di polvere, rendendo unita l’immagine  e permettendone così una lettura scorrevole dell’insieme21.

Sulla cerniera, parte storica ed indissolubile del dittico che ha la funzione meccanica di tenere insieme le due valve e poterle esporre in verticale,  si è intervenuti con una lieve pulitura. Per lo smontaggio è stata indispensabile l’eliminazione della vecchia ribaditura e i suoi perni leggermente allungati in fase di rimontaggio sono stati leggermente accorciati. Non sono stati però più ribaditi, ma aperti a forcella per bloccare nuovamente le rondelle. Nella parte in basso della valva sinistra dove era inserita in precedenza una lamiera di ottone non è stato ripristinato il montaggio in mancanza del perno antico.

Nella fase finale (Figg. 1415), in base alle esigenze della materia, è stato applicato uno strato sottile di rigenerante (olio animale), ed è stata effettuata una lucidatura manuale per ripristinare la lucentezza originale22.

La “nuova lettura” di un’opera vista per secoli in una certa veste ha suscitato nuovo interesse da parte degli studiosi di storia dell’arte23 e di fisica24.

  1. Cfr. Eburnea diptycha. I dittici d’avorio tra Antichità e Medioevo, a cura di M. David, Bari 2007. []
  2. L. Chrzanovski, Le vie dell’avorio, in Eburnea…, 2007. []
  3. A. Cutler, The making of the Justinian Ditychs, in “Byzantion”, 54, 1984, pp. 75-115 e in part. p. 133. []
  4. V.A. St. Clair, Carving as Craft: The Palatine East Discoveries and the Greco-Roman Bone and Ivory Carving Tradition, Baltimore 2003. []
  5. R. Delbrück, Die Consulardiptychen und verwandte Denkmäler, Berlin 1929. []
  6. Cfr. D. Lassandro, I “diptycha eburnea” tardoantichi e il “Die Konsulardiptychen” di Richard Delbrueck, in Eburnea…, 2007, pp. 73-74. []
  7. Ibidem. []
  8. B. Schindler, P. Candeloro, Avorio. Tecniche e Materiali, Livorno 2006. []
  9. V. Ronaldi, A. Brajković, L’avorio, in Eburnea…, 2007. []
  10. In questo caso anche il retro è dello stesso colore perché anch’esso esposto alla luce ambientale. In moltissimi altri casi gli avori antichi, ad esempio le valve di specchio medievali d’avorio, hanno il retro di colore marrone, segno di ossidazione, proprio perché è venuto a mancare l’effetto sbiancante della luce. []
  11. C. Bianchi, Strumenti e tecniche di lavorazione dell’avorio e dell’osso, in Eburnea…, 2007. []
  12. Sul tesoro si veda Cattedrale di Aosta. Museo del tesoro: catalogo, a cura di E. Castelnuovo, F. Crivello, Aosta 2013. []
  13. Il Dittico di Probo. Studi, a cura di F. Crivello, Collana di STUDI del Dipartimento Soprintendenza per i Beni e le Attività Culturali Regione Autonoma Valle d’Aosta, in corso di stampa. []
  14. Si può ipotizzare che il restauro sia stato eseguito tra il XV e il XVI secolo. []
  15. Si tratta di una cerniera d’argento realizzata appositamente per lo scopo, in sostituzione probabilmente di una più antica “cerniera”, andata perduta. []
  16. Sotto i fili metallici l’avorio è diventato più scuro a causa dell’assenza dell’effetto sbiancante della luce ambientale che mantiene l’avorio di colore chiaro. Effettivamente questi segni di colore più scure scompariranno dopo alcuni anni di esposizione alla luce naturale degli ambienti museali. []
  17. In genere questo tipo di effetto dell’invecchiamento naturale si trova in tutte le opere dell’epoca. Si vedano il Dittico Simmachi e altri simili esemplari, come il Dittico di Giustiniano (Metropolitan Museum, New York) o il Dittico di Stilicone (Museo e Tesoro del Duomo, Monza). []
  18. L. Cracco Ruggini, I dittici tardo antichi nel Medioevo, in Il calamo della memoria. Riuso di testi e mestiere letterario nella tarda antichità, a cura di L. Cristante e S. Ravalico, IV,Trieste 2011, pp.84-86. []
  19. Esiste un fenomeno appartenente solo all’avorio: la patina (che va al leggero imbrunire del colore bianco avorio fino al colore mattone scuro) è localizzata nel primo strato superficiale della materia, mentre all’interno di un qualsiasi spessore l’avorio conserva il bianco avorio vergine. Questa patina non compromette né la consistenza né lo stato di conservazione dell’avorio. Per contro, attraverso o l’attacco di microorganismi o l’ossidazione di ferro o di bronzo a stretto contatto e in circostanze di forte umidità si formano macchie anche nella profondità degli spessori; oltre che essere coloranti sono anche devastanti per la consistenza del materiale (si veda avorio di scavo: B. Schindler, La pisside della Pania. Il restauro di un’opera etrusca in avorio, in “Kermes”, 49, gennaio-marzo 2003). []
  20. Questo tipo di collante mantiene la sua flessibilità ed anche la sua colorazione nel tempo, inoltre, è meccanicamente reversibile. []
  21. Alcuni spunti per le soluzioni tecniche sono stati tratti da Nuove letture di monumenti etruschi dopo il restauro, a cura di M. Cristofani, Firenze 1971. []
  22. E. Cristoferi, Gli Avori. Problemi di Restauro, Firenze 1992. Si veda anche B. Schindler, La pisside della Pania, in “Kermes”, 49, gennaio-marzo 2003. []
  23. Carlo Magno e le Alpi. Viaggio al centro del Medioevo, catalogo della mostra (Susa-Novalesa, 25 febbraio – 28 maggio 2006), a cura di F. Crivello, C. Segre Montel, Ginevra-Milano 2006. []
  24. Cfr. supra nota 12. []