Alessandra Pasolini

apasolini@unica.it

Oreficeria siciliana in Sardegna e la Hermandad de los Cicilianos a Cagliari

DOI: 10.7431/RIV14032016

Nella produzione argentaria sarda emergono molteplici influssi, provenienti dalla Toscana, dal Levante iberico ed altre aree italiane ed europee. Tra questi variegati intrecci culturali si distingue un filo rosso d’interscambio artistico tra Sicilia e Sardegna, che, favorito dai rapporti politici ed economici fra le due isole, si sviluppò dal Medioevo fino al Seicento, epoca in cui conobbe peculiare sviluppo. Particolare rilevanza ebbe l’importazione diretta di magnifici manufatti dalla Sicilia, per mediazione di viceré, prelati e nobiltà, ricchi mercanti o ordini religiosi, ma anche la stimolante presenza in loco di orefici immigrati. A Cagliari, i Siciliani si riunirono in confraternita (Hermandad) all’interno della chiesa nazionale di S. Rosalia, nella Cappella della Vergine di Trapani, da loro amministrata. In questa occasione si presenta l’inedito inventario settecentesco dei suoi arredi, arricchito dai cospicui doni di generosi benefattori.

L’influsso siciliano nell’oreficeria sarda

Il privilegio di Alfonso d’Aragona del 17 giugno 1328 risale a poco dopo la conquista aragonese, che iniziò da Iglesias, dove si trovavano le miniere d’argento e la Zecca1, per poi investire la capitale ed il resto dell’Isola. Oltre a stabilire la bontà legale dell’argento, si dispose nel 1331 l’uso di un marchio civico per gli argenti lavorati a Castel di Castro (Cagliari), Villa di Chiesa (Iglesias), Giudicato di Arborea (Oristano) e Sassari, uniche città autorizzate, cui si aggiunse in seguito Alghero2. Con la ripopolazione della capitale, argentieri catalani sostituirono quelli toscani nel quartiere di Castello, dove si concentrava l’attività orafa, costringendoli a trasferirsi altrove3. Cercò fortuna proprio in Sicilia l’orefice sardo di origini toscane Giovanni di Cione, che si dichiara «pollino Castro Calleri» firmando nel 1386 la bella croce di Salemi, oggi a Mazara del Vallo4.

Dal tardo ‘400 nella tecnica esecutiva delle suppellettili si assiste ad un progressivo spostamento dall’influenza dei motivi gotici toscani verso quelli di impronta catalana e valenzana, in modo analogo a quanto si verificò in Sicilia e nel Meridione d’Italia. La foggia architettonica a tempietto gotico con elementi a traforo, diffusa in ambito italiano ed europeo, connota custodie e turiboli, i nodi di croci astili, calici e stauroteche ma anche i bastoni pastorali, mazze capitolari e bordoni. A tale proposito, è stato rilevato che la struttura dei bordoni e delle mazze sardi presentano forti analogie coi rimmonim ebraici, le aste attorno a cui si avvoltolava il rotolo della Torah, come quelli trecenteschi di Maiorca in filigrana d’argento, per tradizione provenienti dalla Sicilia5.

L’influsso aragonese permea per secoli l’architettura e l’arte prodotta in Sardegna, dove è attestato un raro calice tardogotico, prodotto in Sicilia fino alla metà del XVI secolo, indicato come madonita6. Nel Cinquecento nella produzione argentaria sarda, analogamente alla pittura, si verifica l’accoglimento di motivi rinascimentali. Ciò che connota gli argenti sardi dai coevi prodotti iberici e del Meridione italiano è la sobrietà e stilizzazione delle forme, equilibrati rapporti proporzionali e la semplificazione degli elementi decorativi.

Rispetto al tradizionale modello della custodia architettonica tra statuette di angeli, ben attestato negli inventari e di cui restano preziose testimonianze, è invece assai raro l’ostensorio ambrosiano, come quello tardogotico della collezione Banco di Sardegna, che mostra assonanze con prodotti siciliani della seconda metà del ‘5007. In varie località della Sardegna troviamo calici tardorinascimentali che riprendono i modelli siciliani e campani8, con fusto a fusione e arricchiti a bulino dai simboli della Passione, o che presentano fregi lavorati a sbalzo e cesello, testine o figure angeliche, come in un caso sassarese9. Per quanto riguarda i calici dal piede d’argento, realizzati a fusione e incisi, si può pensare che siano stati prodotti da artigiani immigrati, esperti nella tecnica della fusione10. Per esempio risulta attivo tra Sardegna e Sicilia nel primo decennio del Seicento l’argentiere barcellonese Francesco Valdeoliva11.

Negli inventari tardo-cinquecenteschi dei ceti abbienti si riscontra la presenza di suppellettili di argento «a la moderna», di provenienza non specificata che possiamo pensare importati, come il servizio da lavabo, composto dalla fantasiosa brocca e dal piatto col classicistico Trionfo di Anfitrite 12, opera di un argentiere manierista a sigla AS sormontata da croce, forse siciliano13 . Il gusto manieristico si diffuse in un contesto europeo allargato, spingendo maestranze diverse a operare sulla base di incisioni ispirate all’Antico, come le brocche figurate dell’incisore Enea Vico (1543) che funsero da modello per la prova d’esame dell’orefice catalano Pere Joan Poch (1551)14.

Per i lavori di grande impegno ci si rivolgeva alle più esperte botteghe d’oltremare come fece l’Amministrazione civica di Cagliari per il tabernacolo architettonico del Duomo15, commissionato a bottega palermitana, concluso nel 161016. A foggia di tempietto rinascimentale a pianta ottagona sormontato da cupola (Fig. 1) e arricchito di statuette della Vergine e di santi, presenta una fitta decorazione comprendente cariatidi, telamoni ed erme, canefore e mascheroni, tritoni, sirene, fauni ed arpie, centauri e altri animali fantastici, insieme a rinascimentali candelabre, encarpi, cornucopie e vasi (Fig. 2)17. La pervasiva ornamentazione manieristica riecheggia l’impostazione all’antica di alcune incisioni di Enea Vico (1523-1567)18. La produzione palermitana risulta dal marchio con aquila in maestà e le ali abbassate, sigla RVP in caratteri capitali19. Se manca il contrassegno del console20, è reiterato il marchio di garanzia territoriale e la serpentina d’assaggio. L’alta qualità tecnica e formale del manufatto, pervaso di gusto classicistico e con stretti legami con la decorazione architettonica e scultorea, ha orientato alla bottega di Nibilio Gagini (1564-1607), specializzata nella realizzazione di custodie monumentali21.

Troviamo prodotti palermitani di pregio tra gli argenti liturgici del Museo d’Arte Sacra di Alghero, già nella chiesa gesuitica di S. Michele, come un turibolo e la navicella di foggia classicistica marcati RVP, assegnati al primo ‘600 (Figg. 3 - 4)22. Palermitano è anche il fastoso calice in rame, argento dorato e coralli (Fig. 5), attribuito a Francesco Antonio Parisi (1631-1650)23, messo in rapporto con la permanenza di Carlo Martì Boyl a Palermo; il nobile algherese nel 1649 vi seguì la realizzazione della lampada pensile con l’Immacolata e le armi della città24 (Fig. 6), che introdusse in Sardegna la foggia a vaso traforato. Ad Alghero si conserva infine un prezioso ostensorio in filigrana d’argento, pietre e coralli (Fig. 7), documentata opera del trapanese Giuseppe Vitali (1679), fuoriuscito forse a seguito della rivolta del 1672-1673 e che qui visse fino alla morte25.

Discendono dal fastoso modello tardorinascimentale, diffuso anche in ambito siciliano, i candelabri secenteschi sardi, caratterizzati da base piramidale, fusto a balaustro e ornati vegetali. Furono commissionati nel 1648 i colossali torcieri (blandones) del Duomo di Cagliari, realizzati dagli argentieri cagliaritani Pietro Aresu e  Michele Cinus con i calderers palermitani Andrea de Amato e Giacomo de la Rosa26. Nel febbraio 1650, i due siciliani si impegnano a realizzare un paliotto d’altare d’argento sulla base di un disegno (dibuxo), per il compenso di 350 scudi; in caso contrario sarebbe stato eseguito da altri o portato «de ultramarina» 27. Un mese dopo i due soci coinvolgono nel completamento del paliotto d’altare l’argentiere Antonio Butrio, anch’egli qui immigrato28.

Dopo la scomparsa di tanti artisti e artigiani a causa della peste (1652-1656), si richiese al viceré di agevolare l’arrivo in Sardegna di maestranze esterne, esentandole dall’esame dell’arte29. I nuovi arrivati si integrarono presto nel contesto isolano, istituendo temporanee società d’impresa con operatori locali per acquisire maggiori commesse. Dai documenti messi in luce da Marisa Porcu Gaias, emerge che a Sassari operarono argentieri siciliani come Vincenzo Amoroso, che nel 1602 superò l’esame dell’arte e fu autorizzato a esercitare il mestiere30, Francisco Lintini (1636) e più tardi l’orefice Tuccio (1666), non meglio identificato31. Potrebbero essere stati prodotti da orefici immigrati i tre pendenti in oro e smalti, con un angelo, un pellicano e l’aquila bicipite, appartenenti al corredo della Assunta nel Duomo di Sassari (Fig. 8), che ebbero ampia diffusione nei territori d’influenza iberica32 e richiamano la gioielleria siciliana della prima metà del XVII secolo33.

Gioielli simili a questi si trovano nella chiesa cagliaritana del Carmine, doni votivi alla venerata statuetta della Vergine, tra cui un naturalistico fiore di zagara in oro e smalti, che sembra del tutto un prodotto siciliano34. Anche a Cagliari d’altronde è attestata la presenza di orefici immigrati dalla Sicilia: nel 1630 il trapanese Mario Santoro ottenne licenza di lavorare in città, pur di presentare adeguata documentazione ai maggiorali35; allo stesso modo il conterraneo Bartolomeo Benchivina fu invitato a provare la sua abilitazione all’arte o gli sarebbe stata preclusa la possibilità di esercitarla. Nel 1634 il praticante orefice Nunzio Scavoni, anch’egli trapanese, dimostrò di aver effettuato l’apprendistato nella città natale36.

Si inserì bene nella corporazione cagliaritana l’orefice siciliano Domenico de Amitrano, che figura tra i probiviri nel 1630 e diventò maggiorale nel 163337. Nel testamento del 7 giugno 1642, chiese di essere sepolto nella chiesa del S. Sepolcro con l’abito della confraternita del Crocifisso, dell’Orazione e della Morte, di cui era membro. E’ interessante l’inedito inventario dei beni, dove risultano i gioielli pronti per la vendita e quelli ancora in lavorazione, oltre agli arnesi di bottega38.

Tra gli orefici immigrati figurano anche il siciliano Pietro Pantano, a Iglesias nel 1669, mentre a Cagliari nel 1676 il napoletano Efisio Ricardo incaricò il cognato di recarsi in Sicilia a recuperare uno schiavo fuggitivo39.

Hanno tipologia tardomanierista italiana, con cherubini nel nodo e ornati vegetali nel piede, alcuni calici delle cattedrali di Ales, Bosa e Cagliari; più tardo il calice oristanese dell’arcivescovo Francesco Masones Nin (1693-1704). In forme analoghe alla produzione napoletana e siciliana, tale modello si arricchisce di un’esuberante ornamentazione barocca, come nel calice dell’arcivescovo sassarese José Sicardo (1702-1714)40, cui appartenne anche la bella croce pettorale in oro dalla lavorazione a fogliame tipica dei gioielli iberici e siciliani41. Risulta eseguito a Palermo nel 1719 un pregevole calice della chiesa gesuitica di S. Caterina a Sassari, oggi al Museo (Fig. 9)42.

Altri ricchi calici sono diffusi nella Sardegna settentrionale e meridionale: a Iglesias se ne conservano due dorati, privi di marchio ma forse siciliani, provenienti da chiesa gesuitica43, che trovano confronto in una coppia di calici del Palazzo Vescovile di Trapani44.

Tra le rare eccezioni alla sobrietà che contraddistingue i manufatti sardi del ‘600 sono i piatti ovali da parata di Oristano e di Ales, che riecheggiano lo stile ispanico coloniale dell’America latina45 e sono simili ad esemplari napoletani e siciliani del tardo ‘60046. Richiamano argenti siciliani anche i diffusissimi sandali dell’Assunta dormiente, il cui simulacro riccamente addobbato viene esposto nella festa di Mezz’agosto, come l’esemplare del Duomo di Sassari47. Ma è soprattutto nelle secentesche corone da statua che si riscontra un influsso siciliano: caratterizzate inizialmente dai motivi tardorinascimentali a fiori e girali, quindi da volute contrapposte che inglobano rosette, infine da esuberanti ornati vegetali48.

Nella rete commerciale mediterranea ebbero una posizione dominante i mercanti liguri49, che ebbero forti interessi nelle due isole: nel 1621 a Cagliari firmò ricevuta delle robe di bottega al mercante Guillem Regesta il genovese Giovanni Maria Nater; dal documento risulta che suo fratello Pietro Giovanni importasse mercanzie dalla Sicilia50. Nel 1676 risulta invece in rapporto con scultori e pittori siciliani attivi in Sardegna il mercante Antonio Simonetti. Per rafforzare i propri traffici, i Siciliani si consorziavano con quelli di altre nazionalità, come il mercante Giuseppe la Camara che nel 1709 istituì una società per commerciare tabacco di Alicante e altre merci sul battello del trapanese Battista la Tiragna con Felice Antonio Caramussano e Andrea Olivas51.

Ha interessato vari studiosi la ricostruzione del legame tra le città di Cagliari e di Palermo nel corso del Seicento, attraverso l’esperienza di governo di alcuni viceré che governarono entrambi i regni, come il potente Luigi Guglielmo Moncada, viceré di Sicilia (1635-1639), poi di Sardegna (1639-1649), raffinato collezionista e splendido mecenate52.

Svolsero un ruolo di spicco anche ambiziosi imprenditori come Antonio Genovés, che da Trapani si trasferì in Sardegna alla metà del ‘600. Legatosi al viceré San Germano, nel 1668 lo aiutò nella repressione della congiura Camarassa; nel 1677 acquistò la tonnara di Portoscuso; ottenne il cavalierato ereditario, poi il titolo di barone nel 168053.

Suo figlio Antonio Francisco Genovés fu ammesso allo stamento militare durante il parlamento Monteleone nel 1687. A Iglesias esercitò l’incarico del diritto di bolla con il mercante ligure Francesco Savona54. Divenuto regidor del vasto feudo di Quirra, nel 1700 ottenne il castello della Guardia e i territori limitrofi con il titolo di marchese della Guardia; acquistò le ville di Cuglieri e Scano Montiferro nel 1706. Durante la guerra di successione, si schierò tra i filoasburgici, divenendo governatore del capo di Cagliari e Gallura nel 1708. Dopo il vano tentativo di difendere la Sardegna dalla riconquista spagnola (1717), si rifugiò prima a Genova poi a Vienna, dove morì nel 1730.

Il figlio, Bernardino Genovés, riammesso in Sardegna dai Savoia, ottenne prima il titolo di conte, poi ereditò quello di marchese alla morte del padre. Nel 1736 acquisì il feudo di Cuglieri; nel 1737, per il sostegno prestato allo stanziamento a Carloforte di 800 pescatori liguri cacciati da Tabarka dal bey di Tunisi, ottenne il titolo di duca di San Pietro. Gli enormi debiti contratti per costituire un reggimento in Sardegna lo portarono alla perdita dei beni55. Dalle nozze con Anna M. Manca di Mores (1725-1802) nacque Alberto, morto nel 1812 senza eredi56.

La confraternita dei Siciliani a Cagliari

Nella chiesa cagliaritana di S. Rosalia nel popoloso quartiere della Marina, non distante dal Palazzo dei Genovés, era sorta la Congregazione dei Siciliani, che secondo la tradizione riuniva quei Palermitani trasferitisi in Sardegna per sfuggire alla peste che infuriava sull’isola57. La devozione per la santa patrona di Palermo si diffuse anche a Cagliari e dintorni dalla seconda metà del Seicento fino al Settecento, ed il nome di Rosalia si aggiunse ai tradizionali patroni invocati contro le pestilenze: Michele arcangelo, Sebastiano, Rocco, Efisio etc. Le forme attuali della chiesa conventuale di S. Rosalia risalgono al progetto dell’ingegnere militare Augusto de la Vallea (1734-1744), che vedono il prospetto armoniosamente inserito nel contesto urbanistico58 (Fig. 10).

Sulla base della documentazione archivistica conservata nell’Archivio dei Siciliani59, possiamo riassumere così le vicende: al 3 novembre 1693 risale la donazione della chiesa di S. Rosalia da parte dei consiglieri della città di Cagliari a favore della Nazione Siciliana, con atto del notaio Antioco Delvecchio, confermata due anni dopo, il 26 agosto 1695, insieme con la cessione dei territori adiacenti alla Chiesa e dei paramenti sacri necessari al culto divino. Il 20 luglio 1699, con atto del notaio Antonio Marcoto, fu istituita una messa quotidiana nella chiesa di S. Rosalia da parte del marchese della Guardia Antonio Francisco Genovés, che edificò a sue spese la Cappella della Vergine di Trapani60. Con atto del notaio Antioco Delvecchio del 5 aprile 1700, questa fu concessa in giuspatronato dai consiglieri civici al canonico Francisco Genovés, fratellastro del marchese. Il 6 febbraio 1715 lo stesso marchese donò 325 lire di pensione alla chiesa di S. Rosalia, con atto dal notaio Francesco Orrù, cui se ne aggiunsero altre il 17 agosto 1730 dopo la sua morte in esilio (notaio E.A. Boy). Il 22 aprile 1725 lo stesso notaio ratificò la donazione di argenti ed altri arredi a favore della confraternita da parte di mons. Genovés61, che fu sepolto nella cappella della Vergine di Trapani in una lastra che lo raffigura giacente in vesti talari con la berretta da canonico62 (Fig. 11).

Il 9 settembre 1758, impegnandosi ad adempiere i legati testamentari del rev. Genovés, Antonio Dicalo e Diego Hilari, rispettivamente tesoriere e procuratore della confraternita dei Siciliani, fanno riferimento all’atto del 27 ottobre 1743 (notaio S.A. Loy Zedda), in cui il duca di San Pietro Alberto Genovés dichiara che il marchese della Guardia, suo padre, nominò come eredi universali il Noviziato scolopio della SS. Annunziata e la Cappella della Vergine di Trapani nella chiesa di S. Rosalia a Cagliari. Dai documenti risulta che la Nazione siciliana era amministratrice della Cappella della Vergine di Trapani, luogo di culto della confraternita che vi aveva sede63. I Minori Osservanti erano tenuti a celebrare una messa quotidiana, vi ardeva una lampada perpetua e vi si solennizzava annualmente la festa.

La dotazione di un ricco corredo di suppellettili liturgiche in argento e di paramenti sacri risulta dall’inventario, trasmesso dagli amministratori della Chiesa della Nazione Siciliana negli anni 1756-1757, Giuseppe Perpignano e Francesco Guaiana, incaricati nella giunta del 27 agosto 1758 a firmare gli atti di cessione della Cappella della Vergine di Trapani alla confraternita da parte di Bernardino Genovés Cervellon, duca dell’Isola di San Pietro e Carloforte, ai loro successori, Antonio Maria Coppola, Antonio Cicalò e Giuseppe Deamico64. Nell’inventario sono elencati: «un calix de plata dorado a dentro con su pie de cobre sobredorado y una patena assibien de plata sobredorada; un dozel de brocate a fondo color de leche con flores de varios colores de seda y plata guarnecido con galon de oro fino y puntica con su cortina de armasi blanco para velar el Santissimo; una casula de estofa de Piamonte color ponzò con su estola, manipulo, bolsa y cubricaliz con su aforro de tela sangala azul, guarnecido todo de galon de oro falzo y su corporal y animeta; otra casula de damasco amarillo con las sinefas de estoya con su estola, manipulo, bolsa cubricaliz y animeta aforrado todo de tela encarnada, con su guarnicion de plata; otra casula de llama azul con su estola, manipulo, bolsa; otra casulla de lama verde con su estola, manipulo, bolsa; otra casulla de brocate de seda azul con varios flores; otra casulla de brocatel azul dicho arpiado, otra casulla de estofa de Piamonte, tres capas y dos dalmaticas de lastra de seda plateada; albas, tovajas de canfaro; dos frontissas o sea delante altares, uno de brocate de oro color amarillo, otro de brocate de seda color azul; otro delante altar de drogete en seda amarillo ordinario; dos cortinas del catalufa; dos cortinas del catalufa; un tapete de damasco; dos missales […]; seis dozenas de candeleros grandes dorados, quatro dozenas de candeleros medianos […]; ocho quadritos de varios efigies de santos con sus marcos dorados y vidrios».

Prosegue poi l’elenco di tutti gli altari, dipinti e statue presenti nella Chiesa di S. Rosalia: «Primo un quadro grande de la Muy illustre Ciutad de Caller, lo tiene Sebastian Escaletta para hazer otro de nuevo (y por estar concluydo se ha puesto en la capilla de S. Pasqual). Mas el bulto grande del altar mayor que espressa la efige de S. Rosolea, titular de dicha iglesia con su nicho nuevo de tabla, pintado y sobredorado donde esta la santa colocada con su bidriera y cristales y vidriones, serradura y llave. Mas una cortina de estofa amarilla de seda con su sinefa y hierro. Mas la gradas, sacrario del altar mayor, las aras y el faristol del misal y el marco dorado de dicho altar mayor. Mas el nicho donde esta S. Rosolea chica, se halla vestida de tunica y capa con la bidriera y dos cortinas de damasco ponzò, a mano derecha entrando al lado de la Capilla de las Almas del Purgatorio y en el otro nicho frontero, dos cortina con su hierro una haviado y la otra verde. Mas el pulpito con el tornavos en sima, y esta el Spiritu Santo y una alguila frentera de dicho pulpito. Mas dos blandones eo acheras grandes dorados del altar mayor. Mas quatre bancos grandes, que estan en medio de la iglesia. Mas la Capilla de la Virgen SS. de Trapani con el bulto y sus vidrieras de cristales y cortina, con dos bultos uno de San Joseph y el otro de San Sebastian, puestos en sus nichos de retablo dorado con sus gradas, sacrario, serradura y llave, carta de gloria, faristol, ara, Santo Christo, el marco dorado con el frontal de griseta amarilla de media seda o sea drogeto de quatro telos, aforrada de tela blanca y guarnecida de plata falsa. Mas una escalerita de lato que esta a tros de esta capilla. Mas quatro quadros grandes dorados con la Estoria del hijo prodigo, con sus hierros y sin cortinas. Mas quatre quadros medianos en cima de la guarnicion de dicha capilla tambien dorados. Mas unas losas grandes de marmol que cubre la sepultura se halla sepellido el cadaver del Noble y muy Reverendo quondam don Francisco Genovés y dos cadaveres que assibien se hallan enterrados en dicha sepultura, que son hijos del Illustre Don Alberto Genovés Marques de la Guardia65. Mas la lampara de lauton con su tallora colgada en medio de dicha Capilla de Trapani con ocho brassos de hierro en las dos paredes, con ocho pomos de seda verde con hilo de oro y sus campanillas, colgada en la pared con su estidura de leña. Otro retablo pintado a verde y sobre dorado de la Capilla de la Virgen SS. de Carmen, frontera a la de Trapany, con su cortina de estracho de seda muy usado con su hierro, gradas, sacrario, Santo Christo, ara, cartas de gloria y faristol. Mas el marco dorado con su frontal de raso muy biejo y roto, y bajo del mismo altar es vaxo con su postigo, serradura y llave con su lampara de lauton, cuerda, tallora colgada en dicha capilla dos brassos de hierro y la sepultura donde esta enterrado el quondam Antonio Demarco, es a beneficio de dicha Nacion comos a dueño de ella unidamente con la dicha Capilla. Mas dos confessionarios de tabla blanca muy usados. Mas una pila chica de marmol que esta plantada en la pared a la derecha como se sale de la sacristia de la dicha Nacion y una campanilla de metal, que tambien esta colgada en dicha pared, a lado de la pila chica y una pila grande de piedra amarilla con su pie, a la entrada de la Iglesia a la esquierda, contigua a la sacristia de dicha Nacion. Mas dos escaleras grandes para encortinar la Iglesia, como el cuerpo de la fabrica del nuevo combento de los RR.PP. Osservantes se han cortado, y para servirse reciprocamente han hechos otras dos de nuevo dichos R.dos Padres. Mas dos gradas a la marmoresca que estavan en cima de la paradora de la sacristia se hallan el las dos Capillas de la Virgen de los Dolores y en la otra de S. Pedro de Alcantara»66.

L’accurato inventario della chiesa della Nazione siciliana è completato con gli arredi (alajas) della sacrestia, che comprendono: «Primo una paradora de tabla blanca con dos peañas. Mas la campana grande. Mas un quadro grande de Santa Rita con la guarnicion de tabla blanca. Mas un quadrito de Santa Rosolea y el otro de San Pasqual pintado sobre piel sin guarnicion. Mas tres espejos con sus guarnicion dorados a modo de lustres. Mas una bandera de seda con el Santo Christo pintado que esta colgado en un arbol. Mas otro quadro de la Madalena sin guarnicion usado. Mas un quadro sin guarnicion usado de Santa Rita. Mas dos quadros de la Estoria de Sanson y Lot sin guarnicion. Mas otro quadro de San Francisco de Assis usado, de guarnicion color castaño y perfillo dorado. Mas dos quadros grandes usados con sus guarniciones, uno de Santa Rosolia y otro de San Juan Baptista. Mas dos bancos de tabla blanca. Mas dos tobajas de tela. Mas una vasca de barro con siercol de hierro y la pila de marmol con el grifon para lavarse y lo ha hecho un devote. Mas tres mesas de tabla blanca, quarto sillas de Francia, quarto palos que sirven por las andas para llevar en procession, una lesena pegada en la pared, la puerta de la sacristia, la puerta del archivo, dos lesenas eo guardaropas donde estan los paramentos, plateria y candeleros y vasos de leña, una arquilla de tabla, un cajoncito de ebano con sus tres llaves y serraduras, con la effige de Santa Rosolia y estan las tres bolsas de los Señores Guardianos. Mas otro cajoncito negro usado, lo dio un devoto».

Delle preziose suppellettili liturgiche ben poco rimane dopo la soppressione ottocentesca degli ordini religiosi e delle confraternite e la conseguente dispersione del patrimonio. In chiesa resta la bella statua barocca di S. Rosalia (Figg. 1213), dal delicato patetismo del volto, a mio parere di produzione ligure (1697)67, mentre in collezione privata si trova un’altra di piccole dimensioni soffusa di grazia rococò, databile ai primi decenni del ‘700 (Figg. 1415).

All’inventario furono aggiunti preziosi tessuti, argenti e reliquie donati nel 1752 dal duca di San Pietro Antonio Maria Coppola, sepolto in S. Eulalia entro un monumento marmoreo, opera di Giuseppe Ignazio Spazzi (1759)68 (Fig. 16). Vi figurano: «Primo dos cortinas de bancos de catalufa verde y amarillo, que sirven para poner en los bancos el tiempo de la funcion de la fiesta para la Reverenda Comunidad de S. Eulalia […] 40 palmos. Mas quatro cortinas de 16 telos (8 amarillos y 8 rojos) de tafetan con sus sinefas por los lados. Mas un frontal en raso blanco a flores por el Altar Mayor, que sirve por la fiesta de S. Rosolea. Un baldoquin de domasco color del leche con quatro palos y pomos dorados. Una custodia de plata que pesa 37 onzas para esporre el SS.mo. Una tovalla de armesi anado a rojo y blanco para dar la benedicion. Una reliquia encastada a plata a hechura de nicho, dentro del qual esta la reliquia de un pedasso de huesso de la misma gloriosa S. Rosolea y otra parte un Agnus Dei, la qual reliquia la regalò el noble Señor Don Antonio Maria Copula a la dicha gloriosa santa y guardianes de la Iglesia de S. Rosolea de la Nacion Ciciliana para que la tengan con devocion, reverencia y veneracion. Una sfera de tabla y de cartapista que se compro de Milacho. Una servilla de peltre angulada. Una cortina de veinte palmos. Mas un atril de plata con su barquilla y cadenilla en peso de diesnueve onzas y medio. Mas seis candeleros plateados a la Arguinessa. Mas un aspersorio de plata, Mas tres tassas de cristal. Mas una servilla de plata redonda que pesa veinte y ocho onzas y medio. Mas un frontal de tabla pintado a la Arguinessa. Mas quatro espejos dorados con varios flores. Mas un reliquiario de plata que esta colgada la reliquia de S. Rosolea que pesa veinte y una onzas con la authentica a las espaldas […]. Mas dos calix uno de plata y otro de cobre el pie con sus dos patenas sobredorados. Una campanilla de arjanjé, otra de metal […]. Un vestido de lama de S. Rosolea chica. La corona nueva y peluca de S. Rosolea del altar mayor que sirve en su fiesta. Mas un terno intero que se compone de un pluvial, casula, dos dalmaticas, dos estolas y tre maniples con el frontal, todo de damasco blanco con galon de oro fino […]. Mas una casulla de damasco rojo. Mas una casulla de xamalote negro. Mas una casulla morada. Frontal de catalufa. Frontal de raso floreado. Frontal de brocatel a flores. Un encenzero, barquilla y cuchara de lauton se ha entregado a fray Pedro Toco para usarse todos los dias en dicha iglesia de S. Rosolea. Una pila grande de marmol sin pie, esta dentro del guardaroba que se halla dentro del Archivo»69.

Questi beni, in parte venduti, furono ripresi in esame tra 1772 e 1798 in altri inventari, dove si accenna all’arca d’argento con l’immagine di S. Rosalia70, purtroppo perduta. Per concludere, va ricordato che andarono dispersi anche gli arredi della cappella dedicata alla patrona di Palermo all’interno della Chiesa di S. Antonio abate a Cagliari, secondo le visite pastorali riccamente ornata di stucchi, altari marmorei e statue fino al tardo ‘700. Si conservano invece gli argenti che Francisco Genovés donò all’Arciconfraternita d’Itria, che qui ha sede, i quali recano incisi il suo nome o lo stemma71. Tra questi risaltano per rarità le ampolline da messa ed un leggio d’altare su piedi a foggia leonina, decorato da cornici a nastro geometrico; nell’incomprensione del marchio, si propende per ambito siciliano del ‘600 o la realizzazione in loco da parte di argentieri immigrati72.

  1. M. Tangheroni, La città dell’argento. Iglesias dalle origini alla fine del Medioevo, Napoli 1985; A. Castellaccio, Aspetti di storia italo-catalana, Cagliari 1983. []
  2. R. Delogu, Mostra dell’antica oreficeria sarda, Cagliari 1937; Id., Antichi marchi degli argentieri sardi, in “Studi Sardi” VII, 1947, pp. 3-10; U. Donati, I marchi dell’argenteria italiana, Novara 1993. []
  3. Sul ripopolamento: R. Conde y Delgado de Molina, Castell de Càller. Cagliari catalano-aragonese, Cagliari 1984. []
  4. C. Aru, Argentieri cagliaritani del Rinascimento, in “Pinacoteca. Studi di Storia dell’Arte” I, 4, 1929, p. 202; R. Delogu, Mostra…, 1937, p. 20; C. Maltese, Arte in Sardegna dal V al XVIII, Roma 1962, p. 24; C. Maltese-R. Serra, Episodi di una civiltà anticlassica in Sardegna, in Sardegna, Milano 1969, p. 210; M. Accascina, Oreficeria di Sicilia dal XII al XIX secolo, Palermo 1974, p. 457; G. Bresc Bautier, Artistes patriciens et confreries. Production et consommation de l’oeuvre d’art a Palerme et en Sicilie Occidentale (1348-1460), Roma 1979, I, pp. 113, 123, 191; La Corona d’Aragona: un patrimonio comune per Italia e Spagna (secc. XIV-XV), a cura di G. Olla Repetto, Cagliari 1989, p. 334; M.C. Di Natale, Il tesoro dei vescovi nel Museo Diocesano di Mazara del Vallo, Marsala 1993, pp. 19-21; G. Guarino, La produzione orafa in Sardegna dalla tradizione iberica al gusto italiano, in “Biblioteca Francescana Sarda” VII (1997), pp. 283-311; G. Travagliato, Il calice di ser Jacobo ed altre suppellettili toscane del Trecento in Sicilia: novità su artisti e committenti, in Itinerari d’arte in Sicilia, a cura di G. Barbera-M.C. Di Natale, Napoli 2012, pp. 54-60. Il termine pollino indica i Pisani rimasti dopo la conquista (R. Di Tucci, Il libro verde della città di Cagliari, Cagliari 1925, p. 490) o gli abitanti del quartiere cagliaritano di La Pola (F. Loddo Canepa, Note sulle condizioni economiche e giuridiche degli abitanti di Cagliari dal secolo XI al XIX, in “Studi Sardi”, X-XI, 1952, p. 330), o la prole di connubi tra Sardi e forestieri (A. Era, Ugone II d’Arborea governatore generale dei Sardi, in Atti VI Congresso Internazionale di Studi Sardi, Cagliari 1962, I, p.106). []
  5. M. Porcu-Gaias-A. Pasolini, Argenti di Sardegna, …2016, p.13. Nei documenti la definizione «a la mosayca»  indica la foggia più antica. []
  6. M. Accascina, Oreficeria di Sicilia dal XII al XIX secolo, Palermo 1974, p. 152; M.C. Di Natale, scheda II,11, in Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, a cura di M.C. Di Natale, Milano 1989, pp. 187-188; L. Lojacono, in Argenti di Calabria, a cura di S. Abita, Napoli 2006, pp. 42-45; G. Boraccesi, D’argento è la Puglia, Bari 2000, pp. 67-69. []
  7. M.C. Di Natale, scheda II,20, figg. 20 e 20 a, in Ori e argenti di Sicilia …1989, pp. 192-193. []
  8. E.&C. Catello, Argenti napoletani dal XVI al XIX secolo, Napoli 1973, p. 210; M.P. Pavone Alajmo, scheda n.32, in Orafi e argentieri al Monte di Pietà. Artefici e botteghe messinesi del secolo XVII, a cura di C. Ciolino, Messina 1988, pp. 220-221. []
  9. M. Porcu Gaias, I sacri arredi in S. Pietro di Silki, Sassari 1998, pp. 104-105, 111. []
  10. M. Porcu Gaias – A. Pasolini, Argenti di Sardegna…, 2016, p.104. []
  11. Archivio di Stato di Cagliari (ASCA), Tappa di Cagliari, Atti Sciolti 364, notaio A.G. Orda, s.n.; M. Corda, Arti e mestieri nella Sardegna spagnola. Documenti d’archivio, Cagliari 1987, pp.71-72; 127-128. Nel 1601 fece un lascito di oggetti d’argento alla chiesa del S. Sepolcro in Cagliari, nel 1611 partì alla volta della Sicilia. []
  12. E. Brunelli, Opere d’arte decorativa nel tesoro del Duomo di Cagliari, in “L’Arte”, X (1907), pp. 48-51; C. Aru, Argentieri cagliaritani…, 1929, pp. 210-211; R. Delogu, Mostra…1937, pp. 60-61; A. Lipinsky, Oreficeria e argenteria in Europa dal XVI al XIX secolo, Novara 1965, p. 321; C. Maltese, Arte…, 1962, p. 210; C. Maltese-R. Serra, Episodi…, 1969, pp. 272-295; R. Serra, Sull’oreficeria dei secoli XVI e XVII in Sardegna, secondo Angelo Lipinsky, in “Studi sardi”, XXI (1968-70), p. 686; G. Guarino, La produzione orafa…, 1997, p. 292. []
  13. R. Delogu, Mostra…, 1937, pp. 5-6, 60-61. Fu trafugato nel 1984 dal Museo del Duomo di Cagliari. []
  14. Barcellona, AHCB, Llibres de passanties, II, n. 161; B. Bassegoda, Panorama del dibujo ornamental y de retablos en Cataluña, in Dibujo y ornamento. Estudios en honor de Fuensanta Garcia de Latorre. Trazas y dibujos de artes decorativas entre Portugal, España, Italia, Malta y Grecia, a cura di S. De Cavi, Roma 2015, fig. 1, p. 232. []
  15. Cm. 237×160x120. D. Scano, Notizie d’arte sarda. Oggetti d’arte nel Duomo di Cagliari, in “Bollettino d’Arte”, 1907, 1, p. 14; R. Delogu, Contributi alla storia degli argentieri sardi del Rinascimento, in “Mediterranea”, 5 (1933), pp. 7-8; C. Maltese, Arte…, 1962, p. 210; G. Guarino, La produzione orafa …, 1997, p. 302; M.G. Scano, Pittura e scultura del ‘600 e del ‘700, Nuoro 1991, p. 75; I. Farci, L’arredo d’argento dell’altare maggiore del Duomo di Cagliari in “Quaderni Oristanesi” 57/58 (2007), pp. 90-91. []
  16. Sul retro: «D.O.M. / Tabernaculum hoc honori et obsequio B. Ceciliae cui manus extrema est imposita hoc anno 1610 / mense Januarii die 23 metropolitane huius ecclesiae Sardiniae et Corsicae Primatiae / Archiepo Ill.mo Rd.mo Do(mi)no Franc(isc)o Esquivel / illustribus vero Melchiore Garset, Antioco Fortesa, Francisco Coni U.J.DD. et Joanne Jacobo Macio ac Joanne Angelo Pinna, consulibus / praeclarissima haec et fidelissima Calaritana Civitas, / huius regni caput, sumptibus propriis fieri curavit». I pannelli posteriori differiscono per tecnica e stile dal resto dell’opera e potrebbero essere stati realizzati in loco, in occasione della sistemazione. []
  17. A. Pasolini, Architettura in argento: il tabernacolo del Duomo di Cagliari in Percorsi di conoscenza e tutela. Studi in onore di Michele D’Elia, a cura di F. Abbate, Napoli 2008, pp. 231-244. []
  18. S. Massari-F. Negri Arnoldi, Arte e scienza dell’incisione. Da Maso Finiguerra a Picasso, Roma 1987, pp. 115, 122. []
  19. S. Barraja, I marchi degli argentieri e orafi di Palermo, Palermo 1996, p. 91; U. Donati, I marchi, …1933, pp. 34-35. []
  20. M. Accascina, I marchi delle argenterie e oreficerie siciliane, Milano 1976; Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, a cura di M.C. Di Natale, Trapani 1989; U. Donati, I marchi, …, 1993, p. 190. []
  21. M.C. Di Natale, scheda II,35, in Ori e argenti di Sicilia…1989, p. 139, 209-210. Sul tema: F. Faranda, Dall’ostensorio a tempio all’ostensorio a raggiera. Sviluppo iconografico osservato su esempi di argenteria siciliana, in “Quaderni dell’Istituto di storia dell’arte medievale e moderna. Facoltà di Lettere e Filosofia. Università di Messina” 4, 1980. []
  22. R. Sfogliano, 1992, pp. 128-129; A. Serra, Museo, 2000, pp. 37-38. []
  23. C. Maltese-R. Serra, Episodi, …, 1969, p. 297; R. Sfogliano, Argenti ispanici e siciliani nelle chiese sarde, in “Archivio Storico Sardo di Sassari” XVI (1992), pp. 127-128; A. Serra, Museo d’Arte sacra Alghero, 2000, pp. 15-16. []
  24. Reca il marchio RVP e le lettere SIC entro impronto rettangolare. A. Serra, Museo, …, 2000, pp. 34-35. Oggi è stata riposizionata all’interno del Duomo di Alghero. []
  25. A. Serra, Museo…, 2000, pp. 25-27; A. Nughes-M. Porcu Gaias, Museu Diocesà d’Art Sacra, “L’Alguer”, XIII, 70, maig-juny 2000. []
  26. C. Maltese, Arte…, 1962, pp. 33, 213; I. Farci, L’arredo…, 2007, pp. 94, 103. []
  27. ASCA, Tappa di Cagliari, Atti legati 1216, ff. 1-3; I. Farci, L’arredo…, 2007. []
  28. Cfr. Porcu Gaias-Pasolini, Argenti …, 2016, scheda biografica. []
  29. M. Pinna, Indice dei documenti cagliaritani del Regio Archivio di Stato dal 1323 al 1720, Cagliari 1903, doc. 958. []
  30. M. Porcu Gaias, Argenti e argentieri…, 2003. []
  31. M. Porcu Gaias, Argenti e argentieri…, 2003, pp. 373-375. []
  32. M. Porcu Gaias, Il Museo Diocesano di Sassari. Ori, argenti, paramenti, Nuoro 2002, pp. 102-105. []
  33. M.C. Di Natale, I gioielli della Madonna di Trapani, in Ori e argenti …, 1989, pp. 65, 85. []
  34. M. Porcu Gaias, La diffusione del gioiello nella Sardegna medioevale e moderna. I corredi delle classi dominanti e i “tesori” delle chiese in Gioielli. Storia, linguaggio, religiosità dell’ornamento in Sardegna, Nuoro 2004, pp. 44-79. []
  35. Si chiese «una fe y certificatoria auctentica dels majorals y clavari de la mestranca de la ciutat de Trapana y de la magnifica ciutat ab lo sogell de aquell, qual lo dit Santoro ha sempre exercitat la dita Art be y llealment y a dat bo y lleal compte del que ha encomanat, sens frau ni mancament, agu y sempre se ha agut y com a home debe y de bona vida y fama en cosas pertocants a dita Art». ASCA, Tappa di Cagliari, Atti sciolti 1057, notaio B. Scano, ff. 415-416; Porcu Gaias-Pasolini, Argenti … 2016. []
  36. ASCA, Tappa di Cagliari, Atti sciolti 1066, notaio B. Scano. M. Porcu Gaias-A. Pasolini, Argenti … 2016. []
  37. F. Loddo Canepa, Statuti inediti di alcuni gremi sardi, in “Archivio Storico Sardo” XXVII (1961), pp. 219-220; M. Corda, Arti e mestieri…, 1987, pp. 70, 185-186. []
  38. ASCA, Tappa di Cagliari, Atti sciolti 1072, notaio B. Scano, s.n.; Porcu Gaias-Pasolini, Argenti … 2016. []
  39. ASCA, Tappa di Cagliari, Atti sciolti 1126, notaio F.A. Silay Vita. Porcu Gaias-Pasolini, Argenti … 2016. []
  40. M. Porcu Gaias, Il Museo Diocesano… 2002, pp. 62-65. []
  41. M. Porcu Gaias, La diffusione del gioiello…,2004, p. 57. []
  42. M. Porcu Gaias, Il Museo Diocesano…, 2002, pp.66-67. []
  43. M. Porcu Gaias-A. Pasolini, Argenti di Sardegna…, 2016, p. 203. []
  44. M. Vitella, Il tesoro del Collegio dei Gesuiti di Trapani, in Itinerari d’arte… 2009, pp. 145-156, fig.4, p.479. []
  45. C. Esteras Martin, La plateria en el Reino de Guatemala siglos XVI-XIX, I, Guatemala 1994. []
  46. M.C. Di Natale, schede II,47, II,67, figg. 67 e 67a; M. Russo, scheda II,83, in Ori e argenti di Sicilia…, 1989, pp. 221-222, 234, 243. []
  47. M. Porcu Gaias, Il Museo Diocesano…, 2002, pp. 56-57. []
  48. Cfr. M. Porcu Gaias-A. Pasolini, Argenti… , 2016, passim. []
  49. G. Mele, I mercanti liguri in Sardegna, in Il Regno di Sardegna in età moderna. Saggi diversi, a cura di F. Manconi, Cagliari 2010, pp.185-206; Genova in Sardegna. Studi sui Genovesi in Sardegna fra Medioevo ed età contemporanea, a cura di A.M. Saiu Deidda, Cagliari 2000. []
  50. ASCA, Tappa di Insinuazione di Cagliari, Atti legati 1160, notaio F. Marcia, 1620, f. 24. []
  51. ASCA, Tappa di Insinuazione di Cagliari, Atti legati 1799, not. Pixi. []
  52. G. Pinna-A. Pillittu, Contributi all’arte del Seicento in Sardegna, in “Studi Sardi”, XX (1996), pp. 563-624: 614-619; La Sicilia dei Moncada. Le corti, l’arte e la cultura nei secoli XVI-XVII, Catania 2006; R. Pilo, Luigi Guglielmo Moncada e il governo della Sicilia (1635-1639). Gli esordi della carriera di un ministro della Monarquía Católica, Caltanissetta-Roma 2008. Cfr anche i saggi di S. Caredda, V. Manfré-I. Mauro e Y. Gil Saura in Cagliari and Valencia during the Baroque Age. Essays on Art, History and Literature, a cura di A. Pasolini-R. Pilo, Valencia 2016. []
  53. M. Ferrari Cocco Ortu, Testimonianze della presenza genovese in Sardegna attraverso le fonti dell’Archivio di Stato di Cagliari, in Genova in Sardegna…, 2000, p.80. []
  54. A. Pasolini, Il mercante ligure Giovan Francesco Savona e la cappella di Sant’Antonio da Padova nel San Francesco di Iglesias, in “Biblioteca Francescana Sarda” XIV (2011), pp. 55-117. []
  55. M. Lepori, Dalla Spagna ai Savoia. Ceti e corona nella Sardegna del Settecento, Roma 2003, pp. 38-39; Ead., L’aristocrazia sarda del Settecento tra compattezza di ceto e disarmonie, in “Studi Sardi” XXXIV, 2009, p. 324. []
  56. F. Floris-S. Serra, Storia della nobiltà in Sardegna, 1987 pp. 246-247; F. Floris, Feudi e feudatari di Sardegna, 1996. []
  57. G. Spano, Guida della città e dintorni di Cagliari, Cagliari 1861. []
  58. S. Naitza, Storia dell’Arte in Sardegna. Architettura dal tardo ‘600 al classicismo purista, Nuoro 1992, pp. 88-89. []
  59. Cagliari, Archivio Provinciale di Santa Maria delle Grazie dei Minori Osservanti di Sardegna (APSMGMOS), vol. 420, Libro de Recibo y Gasto por la fabrica de la nueva Iglesia  y Convento Real de Santa Rosalia, ff. 74-80. []
  60. Nel bordo della lastra sepolcrale del fratellastro si legge: «en la capilla [que] se ha hecho a gastos de Dominus y R. Señor Don Francisco Genovés año 1699». []
  61. «Auto de donacion de la plateria y demas contenido en el auto que el Noble y muy Reverendo Don Francisco Genovés firmo y iuro a favor de la Hermandad de la venerable Confadria de la Virgen SS.ma de Trapany y otorgò ante el notario publico calaritano Efis Antonio Boy en los 22 del mes de abril del año 1725». []
  62. «5 febrer 1744. Se muriò el quondam noble Reverendo Domino Francisco Genovés de esta ciutad» ; fu sepolto «en la capilla de la Virgen SS.ma de Trapani en la iglesia de S. Rosalia», dove chiese di celebrare una messa quotidiana. Archivio Storico Diocesano Cagliari (ASDC), Cagliari. Marina, Q.L. 19, f. 623. Al 15 agosto 1743 risale il primo testamento del canonico (notaio S.A. Loy Zedda), sostituito dal secondo e ultimo testamento del 7 ottobre 1743. []
  63. APSMGMOS, Capitoli e costituzioni che deve osservare la Nazione siciliana per la buona amministrazione della chiesa, confermati dall’egregio Salvatore Ruyu come delegato dell’arcivescovo di Cagliari in data 10 agosto 1720 e autenticato dal segretario della Curia arcivescovile cagliaritana Nicola Ciarella il 30 gennaio 1721. []
  64. APSMGMOS, Confraternita dei Siciliani, vol. 367, Libro de’ Constituzioni e Donazione ed altre, ff. 169-179, 213-218. L’inventario, non datato, si collega a documentazione del 1743 e presenta aggiunte nel 1755 e nel 1758. []
  65. Nella Cappella furono sepolti due figli di Alberto Genovés, cui i Siciliani cedettero i beni e i frutti della Cappella con atto del 9 novembre 1758 (notaio Antonio Zara). []
  66. Forse è identificabile con il bel paliotto d’altare in marmi policromi intarsiati, oggi nella cappella del Cimitero monumentale di Bonaria a Cagliari, datato 1747, recante a bassorilievo l’immagine di S. Pietro d’Alcantara. []
  67. Il 3 settembre 1697 l’arcivescovo di Cagliari concesse licenza di benedire la statua (imagen) di S. Rosalia al rettore Salvatore Ruyu; fra’ Juan Cucu, corretor del convento di S. Francesco di Paola, certificò di aver benedetto «el bulto de dicha Santa en su mesma Iglesia, segun es dever de aquel hecha en 3 de 7mbre del año 1697». []
  68. I. Farci, Contributo alla conoscenza dei maestri marmorari liguri e lombardi attivi in Sardegna nel Settecento, in “Biblioteca Francescana Sarda” X (2002), p. 298. []
  69. In calce all’inventario, troviamo altri doni dei Genovés: «Mas en 22 de 9bre 1755 se tuvo seis onzas y media de bindelo de oro fino de Lion ataut del illustre condesito, hijo del Illustre Señor Marques de la Guardia Don Alberto Genovés y se ha empleado en guarnicion de dos delantealtares o frontales, uno de brocate de oro fondo amarillo, y el otro de brocate azul de seda por la Capilla de Trapany. Mas 13 junio 1758 dos onzas de bindelo de oro fino de Lion, el afor de ataut de damasco azul, que era de la hija del Illustre Señor Marques de la Guardia Don Alberto Genovés». []
  70. «Primo dos calizes de plata con dos patenes de plata dorada con su pie assibien de plata, una reliquia grande como una esfera de plata, una campanilla de metallo o sea lauton, un censier de plata, una curia de haser la arca con la imagen de Santa Rosolia de plata y una reliquia chica de plata dentro de una borsa». La confraternita risulta oggi sciolta. []
  71. Troncato, al 1° d’argento alla croce di rosso, al 2° di rosso al grifone passante d’oro, sormontato da elmo d’acciaio con pennacchi e lambrecchini variopinti. Floris & Serra, 1987 pp. 246-247; Id., 1996 pp. 664-667. []
  72. A. Pasolini, Don Francisco Genovés e gli argenti dell’Arciconfraternita d’Itria a Cagliari, in “ArcheoArte” n. 1, supplemento 2012, pp. 685-705; M. Porcu Gaias-A. Pasolini, Argenti…, 2016, pp.221, 204-205. []