Sante Guido

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Reliquie e reliquiari dei santi Sebastiano, Luca e Cristoforo nel Museo del Tesoro della Basilica di San Pietro in Vaticano

DOI: 10.7431/RIV15042017

Nell’autunno del 2009, con il restauro della Crux Vaticana 1 anche detta Croce di Giustino II Imperatore (Fig. 1), celebre stauroteca di fattura costantinopolitana databile tra il 565 ed il 578 in argento dorato, perle e pietre dure, si intese ricordare il primo centenario dell’istituzione del Museo del Tesoro della Basilica di San Pietro in Vaticano. Il prezioso manufatto divenne il “logo” di un’istituzione museale di pertinenza del Capitolo Vaticano – e dunque autonoma rispetto alla Fabbrica di San Pietro  –  inaugurata il 1° novembre 1909, al fine di dare accesso ai fedeli ad una raccolta di suppellettili ecclesiastiche testimone della storia e degli eventi più significativi della Basilica. La collezione era ed è costituita da manufatti che rappresentano in molti casi veri e propri “documenti” – come emerso grazie a nuove ricerche spesso nate in concomitanza con  interventi di restauro conservativo – che attestano vicende poco note o del tutto dimenticate di alcuni momenti della storia dei pontefici romani e della Chiesa Cattolica, come l’esempio proposto di seguito illustra2. Tra il 1904 ed il 1909, in due locali spettanti gli spazi della Sacrestia Vaticana, edificata tra il 1776 ed il 17843, furono riunite alcune opere di oreficeria e paramenti in preziosi tessuti di notevole valore storico e oggetto di una particolare devozione4: negli armadi settecenteschi, privati delle ante e trasformati in vetrine, furono raccolte pissidi, calici, ostensori, reliquiari e croci processionali, ma anche dalmatiche, piviali e casule (Fig. 2), scelti con un gusto prettamente decorativo, in linea con i metodi espositivi allora in voga, capace di evocare la sacralità di un luogo riservato e solo in parte accessibile al pubblico, in quanto custode di oggetti sacri per la liturgia5. Una scelta che non aveva la pretesa di essere un’esposizione scientifica secondo criteri museali  –  peraltro all’epoca non ancora sviluppati –, quanto piuttosto di suscitare un’emozione attraverso l’ambientazione e le singole opere che, come ben attestato in un filmato dell’Istituto Luce del 1948, facesse rivivere le suggestioni ad essi connessi6. In occasione del Giubileo del 1975, per volontà del Capitolo Vaticano, il piccolo Museo del Tesoro venne completamente riallestito7, in collaborazione con la Fabbrica di San Pietro, e arricchito di nuove sale e opere provenienti dalla Basilica come il Monumento funebre di papa Sisto IV (Francesco della Rovere, 1471-1484) di Antonio del Pollaiolo8 (Fig. 3) o il così detto Angelo di Bernini (Fig. 4)  – recentemente restaurato9 – modello 1:1 in argilla del grande angelo orante del Ciborio del Santissimo Sacramento (Fig. 5), in bronzo dorato e lapislazzuli, realizzato dall’artista tra il 1672 e il 1675 per papa Clemente X (Emilio Bonaventura Altieri, 1760-1776).10

Il Museo del Tesoro ha una frequenza annua di oltre quattrocentomila visitatori e deve essere considerato a tutti gli effetti un “museo vivo” in quanto molte delle opere in esso esposte sono utilizzate per le celebrazioni papali o altre importanti funzioni liturgiche della Basilica Vaticana, ma non solo: in alcuni rari casi le preziose reliquie, tutt’oggi oggetto di viva devozione, sono state “prestate” per ragioni cultuali a diocesi e chiese, anche oltre i confini dello Stato della Città del Vaticano. È, ad esempio, il caso del Reliquiario del capo di san Sebastiano (Fig. 6),  inviato a Malta per la processione tenutasi il 15 luglio 2011 in occasione del settantacinquesimo anniversario della consacrazione della chiesa dedicata al Santo presso Ħal Qormi, la terza città dell’isola per popolazione, detta in italiano Curmi o Casal Fornaro  (Figg. 78).

Il Reliquiario del capo di san Sebastiano (Fig. 9), è descritto da Angelo Lipinsky come una « teca rettangolare di forme architettoniche sviluppate con grande sensibilità»11. Si tratta infatti un cofanetto a foggia di tempietto, ben definito nei dettagli costitutivi, realizzato per mezzo di una struttura in rame su intelaiatura in ferro, rivestita con sottilissime laminette lisce in argento, bloccate con piccoli chiodi a corolla, e decorata con elementi in rame fuso e dorato e in lamine d’argento sbalzato, cesellato e bulinato12. Dalla base, su otto alti piedini rivestiti da lamine a foglie d’acanto dorate, si dipartono eleganti pilastrini corinzi scanalati poggianti su stilobati, quattro sui fianchi e due sui lati corti. Questi delimitano otto grandi aperture, oggi chiuse con semplici lastre di vetro: le due sui lati brevi appaiono realizzate a guisa di arco trionfale, con profilo centinato e lesene sormontate da capitelli corinzi; mentre, su ciascuno dei lati lunghi, una finestratura centrale, centinata, è affiancata da due aperture di forma rettangolare, ornate tutte da semplici cornici modanate. L’insieme è sormontato da un fregio, racchiuso agli angoli da foglie d’acanto, in rame dorato, e decorato a festoni in lega d’argento dorato intercalati a piccole protomi leonine in argento su di un fondo, che le osservazioni al microscopio, eseguite durante le operazioni di restauro, hanno permesso di identificare come argento brunito13. Al centro dei due timpani è applicato lo stemma del donatore in smalto policromo champlevé circondato da una corona di foglie d’alloro e privo di elementi riferibili alla gerarchia ecclesiastica (Fig. 10). La copertura a doppio spiovente è in sottili lamine di argento dorato sbalzate a scandole. Sulla base, in corrispondenza della quattro aperture centinate, sono presenti altrettante lastrine in argento con inciso: caput s sebastiani / martyris // et costituisti eum super / opera manum tuarum // gloria et honore coronasti / eum domine // sebastiane / ora pro nobis. Lastrine discordanti con la manifattura originale, e dunque applicate in un secondo momento.

Contestualmente al restauro del manufatto, eseguito prima del suo invio a Malta, sono state effettuate ricerche volte ad approfondire le notizie storiche e storico-artistiche su di un’opera che mai era stata oggetto di specifici studi nei citati saggi pertinenti alla collezione museale14. Le ricerche sono state inizialmente orientate a indagare la singolarità per la quale il cranio di san Sebastiano, coronato da una ghirlanda di fiori artificiali di fattura moderna, mal si adatti ad un reliquario troppo largo per le sue dimensioni, a riprova che il cofanetto in esame fosse originariamente destinato a custodire altra reliquia di forma e proporzioni differenti. È emerso fin dai primi studi, che l’attuale allestimento è il frutto di un intervento risalente alla fine del XIX secolo a seguito del quale, per conservare il capo di san Sebastiano, venne utilizzata una teca nella quale era precedentemente custodita una reliquia diversa.  Il cofanetto, infatti, come attestato nel 1866 dalle quattro iscrizioni su lastrine d’argento niellato che correvano lungo il basamento e trascritte da Barbier de Montault15, conteneva l’omero di San Cristoforo: Hic tulit amne Deum Christumque in vertice vexit / Portitor horrendae pretereuntis aquae. //  Hic humeri pars est sacro veneranda sacello / Christophori votis clauditur ampla piis. // Illius ergo die sacrum qui viderit omni / Morte vacat tristi fletus et omnis abest. // Tu quem dira lues hostis mors atra cruenti / Territat hic opifer nam venit ipse veni16. La testimonianza dello studioso francese ripropone quanto già annotato otto decenni prima – nel 1786– da Francesco Cancellieri17 ed ancor prima di loro da Giacomo Grimaldi, nel manoscritto del 1617 Catalogus Sacrarum Reliquiarum Almae Vaticanae Basilicae 18; i tre studiosi riconoscono nel cofanetto a tempietto il reliquiario di san Cristoforo.

Le vicende del cranio di san Sebastiano del resto confermano l’originaria estraneità tra la teca architettonica in esame e la reliquia, la cui storia è narrata con rigore dallo stesso Grimaldi che ne descrive le vicende dal momento del ritrovamento alla successiva custodia in diversi chiese romane, sino al suo arrivo nella Basilica di San Pietro quale donativo del cardinale Giordano Orsini19 (deceduto nel 1438), Arciprete della Basilica petrina20. La reliquia di san Sebastiano è citata per la prima volta in un inventario della Sacrestia Vaticana fatto redigere dallo stesso Cardinale nel 1436 nel quale si attesta, tra le numerose altre opere di oreficeria che recano il suo stemma, un primo reliquario «Unum vas rotundum de argento, album sine reliquiis, in quo erat caput sancti Sebastiani»21. Tra il 1438 ed il 1447, durante il pontificato di Eugenio IV (Gabriele Condulmer, 1431-1447)22 venne realizzato per il cranio del Santo un secondo reliquiario, in argento decorato con pietre preziose, anch’esso citato in alcuni inventari23 almeno sino al Sacco di Roma –1527–, quando la reliquia «argento nudatur» e il «caput sancti Sebastiani martyris reconditum <est> in tabernaculo ligneo»24 all’interno del quale restò almeno fino al 158125. Sarà solo alcuni anni più tardi che il sacro reperto «ex ipsa lignea theca, reponitur intra argenteam imaginem sub Clemente VIII <Ippolito Aldobrandini, 1598-1605>»26 fatta realizzare dal Capitolo Vaticano probabilmente in preparazione del Giubileo del 1600, per il quale il Pontefice27 e la Curia romana commissionarono importanti lavori in tutte le basiliche coinvolte dai flussi dei pellegrini. Si tratta del bel reliquiario raffigurante un giovane nudo a mezzo busto, dai capelli lunghi sciolti sulle spalle «cum pectore simili confosso binis sagittis»28, graficamente riprodotto da Grimaldi (Fig. 11) ed ancora esistente sino allo scorcio del XVIII secolo, come attestato in un inventario del 179329.

Quello del capo di San Sebastiano era uno degli otto busti reliquiari in metalli preziosi presenti nel Tesoro della Basilica Vaticana al momento della stesura del testo del Grimaldi contenenti le spoglie dei santi: Petronilla e Menna (opere firmate da Antonio Gentile da Faenza)30, Giacomo, Magno, Lamberto Episcopo, Damaso Papa, Andrea Apostolo e Luca Evangelista (Fig. 12). Quest’ultimo è l’unico ad essere giunto sino a noi ed è tutto’ora conservato nel Museo: scampò infatti fortunosamente alla distruzione quando, a seguito delle requisizioni per il Trattato di Tolentino,  venne ordinato «… che tutti gli ori ed argenti appartenenti alla chiesa Patriarcale di San Pietro come alle altre filiali, a riserva soltanto di quelli che son parimenti al decoro del divino Culto ed all’esercizi di comuni atti di Religione, e che non possono essere formati in altra materia di qualunque specie siano, o semplici, o manufatturati […] siano portati interamente in questa Zecca ove a norme delle distruzioni  […] se ne farà seguire lo squaglio e la riduzione in verge o in moneta per soddisfare all’imminente pagamento» come registrato nel Diario della Basilica Vaticana il 3 luglio 179631. Grazie alla sottigliezza della lamina da cui è costituito, e quindi allo scarso ricavo in argento che se ne poteva ottenere32, il Busto Reliquario di Luca Evangelista sopravvisse alle requisizioni del 1796.

Il busto reliquiario di san Luca Evangelista (Fig. 13) è un’opera realizzata a sbalzo con porzioni in argento, per l’incarnato, e argento dorato per i capelli e le vesti; sul fronte è presente un medaglione lobato, in origine impreziosito da uno strato di smalto traslucido, oggi del tutto scomparso, con la raffigurazione del toro e l’iscrizione Sanctus Lucas 33. Sulla base, ai lati, sono presenti le insegne del Capitolo Vaticano, al quale si deve la commissione dell’opera, e una lunga iscrizione a niello34 Caput Beati Lucae Evangelistae Traslatum De Constantinopoli Romam Per Bim SS Doctorem P[apam] Primum.  Questa riferisce che il cranio arrivò a Roma da Costantinopoli grazie a Gregorio della Gens Anicia, eletto pontefice nel 590 con il nome di Gregorio I (590-604), detto Magno, Dottore della Chiesa. Gregorio svolse il ruolo di apocrisario nella capitale dell’Impero, cioè di nunzio apostolico tra il 579 ed il 586, durante il pontificato del suo predecessore papa Pelagio II (579-590). Il busto può essere considerato opera tardo trecentesca35 sia per i dati stilistici sia in base a quanto risulta dalle fonti archivistiche, come l’inventario della Sacrestia Vaticana, già citato e voluto da Giordano Orsini nel 143636, nel quale si ricorda il: «Caput sancti Luce cum argento et litteris smaltatis»37. Nell’inventario di Grimaldi il reliquiario è disegnato abbastanza fedelmente sebbene i capelli risultino più lunghi rispetto al reale: il busto appare rialzato su una alta base liscia priva di ornamenti e il Santo è raffigurato come un giovane che indossa una veste cui è sovrapposto un mantello fermato dal medaglione. Il reliquiario è ricordato nell’inventario dei primi del Seicento quale «Capite antiquissimo»38, annotando come fosse già citato in un documento risalente al 1410. Nel 1527 durante il Sacco di Roma fu nascosto da un canonico in un pozzo39,  ed è ricordato in tutti gli inventari della Sacrestia Vaticana oltre che dal Cancellieri40 nel 1786.

Ritornando al Reliquiario del capo di san Sebastiano, ma che come ricostruito conteneva sino alla seconda metà del XIX secolo l’omero di san Cristoforo, emerge un dato di primaria importanza dall’inventario del 1581 nel quale l’opera è descritta per la prima volta con dovizia di particolari come: «cassetta una grande, per la maggior parte di rame indorato et parte di piastre d’argento, con tre porticelle per ogni faccia con suoi cristalli et dalli lati una con cirti versetti adornata: “HUMERUS S. CRISTOPHORI MARTYRIS”»41.

Una immagine della cassetta è riprodotta nel citato catalogo delle reliquie di Grimaldi del 1617 (Fig. 14) ma, contrariamente a quanto avviene in genere per gli altri reliquiari descritti, in questo caso l’autore del manoscritto non cita la storia della reliquia né il donatore sebbene ne disegni con una certa evidenza ed accuratezza lo stemma familiare che compare, a smalto champlevé, sui due lati brevi, quale unico elemento di rilievo a fronte delle scarse informazioni in suo possesso42. Il manufatto è descritto come «Capsa aerea inaurata et argento ornata cum supradictis insignibus cum magna pars humeri Sancti Cristophori ossum magnum integrum et admirandum proceras staturas»43. Anche il disegno, in genere piuttosto fedele per quanto riguarda gli altri reliquiari, è in questo caso di proporzioni difformi rispetto all’opera reale -sui lati sono raffigurate infatti otto scompartizioni finestrate anziché tre -; tale anomalia è stata giustificata supponendo che l’autore dell’immagine che riproduce la teca abbia voluto evidenziare la singolare lunghezza della reliquia in essa conservata, l’omero colossale corrispondente alla straordinaria statura del Santo, ricordata anche dal breve testo che accompagna il disegno nel manoscritto44.

In realtà, l’effettiva forma del manufatto non è per nulla compatibile con la struttura dell’osso di Cristoforo che dunque, come già evidenziato per il cranio di san Sebastiano, sembra mal corrispondere alla tipologia del reliquario a foggia di teca architettonica. I reliquari per ossa lunghe, quali omeri o interi bracci, ma anche tibie e femori, presentano il più delle volte una struttura verticale e hanno spesso l’aspetto di reliquiari “parlanti”, modellati in metallo a simulare la specifica anatomia del prezioso contenuto45. L’omero di san Cristoforo di forma lunga e stretta, seppure di dimensioni maggiori del naturale, adagiato nel reliquario – largo 33 centimetri e alto alla base degli spioventi del tetto più di 25 – sarebbe apparso difficilmente visibile anche a breve distanza, seppure attraverso le otto finestrelle, a meno che non fosse stato inserito in una fiala in vetro e sospeso all’interno della miniaturistica struttura architettonica46. Quest’ultima sembra piuttosto riferibile ad una precisa tipologia di teca atta a contenere o una reliquia di maggiori dimensioni o più reliquie di piccole dimensioni, collocate in corrispondenza delle otto aperture. Nel catalogo manoscritto di Grimaldi il reliquiario in esame viene definito con il termine  «capsa», impiegato anche per altri quattordici esemplari e declinanto nella versione di «capsula» o «theca», col quale sono individuate cassette – in molti casi in legno rivestito di tessuto o realizzati in metallo dorato e con eventuali aperture chiuse da vetri – spesso a carattere «multiplo», contenenti cioè reliquie diverse, come ad esempio quella dei santi Gregorio Magno, Girolamo ed Basilio47. Anche negli inventari precedenti al Grimaldi  –1617–  il Tesoro appare ricco di numerosi reliquiari a teca, elencati come «capsule» o «tabernacula», molti dei quali realizzati in metallo dorato e argento, alcuni arricchiti da pietre preziose, contenenti più reliquie di ridotte dimensioni. Nell’inventario del 1454-55 è presente, fra gli altri, un «tabernaculum de cristallo parvum cum una cruxetta, cum reliquiis sancti Iohannis Crisostomi, cum smaldis sanctii Benedicti et sancti Antonii» ed ancora un  «tabernaculum parvulum de cristallum cum smaldis sancti Michaelis et sancti Antonii, cum reliquis de ligno crucis et de pane et piscibus de quibus satiati sunt quinque milia hominum»48. Mentre nell’inventario del 1489 è descritto un  «Tabernaculum cristallinum cum pede de argento deaurato ad octo angulos, in quo sunt reliquie infrascripte, videlicet de digito S. Georgii, de ossibus S. Iacobi majoris, Pater noster de ossibus S. Catherine, de reliquiis S. Romani et de reliquis S. Agnetis»49.

Constata l’incongruenza tra la forma della teca e la morfologia della reliquia in esso contenuta, è possibile ipotizzare che il Reliquiario del capo di san Sebastiano non solo non fosse in origine destinato a custodire il cranio del condottiero romano, ma neppure l’omero di san Cristoforo, reliquia mai attesta negli elenchi conservati nella Sacrestia della Basilica di San Pietro e datati tra i primi del XV secolo e il 1550, in quanto compare per la prima volta, come già detto, nell’inventario del 158150. Al contempo i caratteri stilistici del cofanetto permettono di collocarlo ad un’epoca cronologicamente più antica rispetto alla comparsa della reliquia di Cristoforo. La storiografia relativa al reliquario pone, infatti, l’esecuzione del manufatto tra i primi decenni del Cinquecento e gli ultimi anni del Quattrocento. Per Xavier Barbier de Montault51: «Elle date de la Renaissance, vers l’an 1520»; una datazione anticipata da Angelo Lipinsky nel 1950 che per primo avanza la proposta di retrodatare il reliquiario alle fine XV secolo, grazie ad una lettura stilistica dell’opera; ipotesi riconosciuta valida da Francesco Saverio Orlando nel 195852 e ribadita nel 2009 da Mirko Stocchi53. Più puntuale appare la proposta di Luisa Cardilli Alloisi che, nel 1984, ne colloca l’esecuzione nella seconda metà del XV54; tesi già in parte avanzata negli anni ‘60 da Lipinsky (che aveva rivisto la propria posizione) e da Fornari55 che pone la realizzazione del reliquiario nel periodo che intercorre tra i pontificati di papa Sisto IV della Rovere (1471-1484) e di Innocenzo VIII Cybo (1484-1492). L’opera presenta infatti tutti i caratteri peculiari della cultura antiquaria che contraddistingue gli ultimi decenni del Quattrocento, grazie alla quale vengono finalmente soppiantanti gli stilemi del gotico più elaborato caratterizzanti le opere di oreficeria del XV secolo che tuttavia in molti casi sopravvivranno fino alla prima parte del secolo successivo.

Alcuni raffronti qui proposti permettono altresì di anticipare la datazione del reliquiario del Museo del Tesoro, al settimo o ottavo decennio del Quattrocento, circoscrivendola ulteriormente. Per la riproposizione degli elementi architettonici di estrema chiarezza compositiva tipica delle costruzioni di età classica si confronti l’opera in esame con la Pace con la raffigurazione Cristo Victima Sancta (databile ante 1463) del Museo diocesano di Tarquinia56 (Fig. 15), connessa con la figura del cardinale Bartolomeo Vitelleschi (deceduto nel 1463)57, nella quale ritroviamo l’alto basamento, le lesene scanalate con capitello corinzio,  l’accentuata trabeazione ed il timpano dalla semplice cornice lineare con un emblema al centro. Ancor più diretto e stringente è il raffronto con la Stauroteca Minore Vaticana (Figg. 1617),  opera di Meo de Flaviis, realizzata entro il 1455 e rielaborata nel decennio successivo entro il 146458. Sorprende l’analogia delle proporzioni del disegno architettonico che accomuna i tre manufatti con armonia ed equilibrio classicheggianti tra le parti59. Nello specifico l’identità degli elementi strutturali già citati è manifesta nella realizzazione dei piccoli capitelli costituiti da una successione di foglie lisce lanceolate dalle quali si dipartono caulicoli chiusi a ricciolo sormontati da abaco con fiore centrale, che, pur nella sommarietà dell’esecuzione, tradiscono una facies comune di ispirazione classica evidente nell’accentuato intento di riproporre i tratti distintivi dello stile corinzio. Le similitudini tra la Stauroteca e il cofanetto architettonico, la sovrapponibilità di molti dettagli e la comune ispirazione stilistica, ma anche i numerosi documenti rintracciati60 circa la lunga attività di Meo de Flaviis per il Capitolo Vaticano e la Sacrestia della Basilica, dai primi anni Cinquanta fino alla sua morte avvenuta attorno al 1480 quando realizza molti lavori  – non più esistenti -,  permettono di ipotizzare che il Reliquario del capo di san Sebastiano possa essere opera di tale orafo, come anche la piccola Pace di Tarquinia che con la Stauroteca ha elementi di assoluta identità nella realizzazione e nelle decorazioni del timpano, oltre che dei capitelli.  Si consideri inoltre che in tutti e tre i casi ci si trova di fronte ad opere che, anche matericamente, presentano un elemento in comune: il metallo utilizzato è sostanzialmente il rame dorato, mentre il più costoso argento è impiegato solo per le parti decorative o in sottilissime lamine o piccole fusioni. È probabilmente per tale ragione che, visto il poco valore intrinseco del metallo, i manufatti sono sopravvissuti sia al Sacco di Roma sia alle requisizioni di fine Settecento o della Repubblica Romana.

A queste opere può altresì aggiungersi un significativo raffronto con il bel Reliquiario di san Cristoforo martire (Fig. 18) della concattedrale di Urbania61, a suo tempo chiamata Casteldurante, datato 1472, come rivela la lunga iscrizione a smalto posta sul fronte del manufatto. Il reliquiario, già erroneamente attribuito dagli anni Sessanta del Novecento ad Antonio del Pollaiolo62, fu donato dal cardinal Bessarione in occasione della sua visita alla badia di San Cristoforo del Ponte il 30 aprile 1472. La base dell’opera è decorata a girarli d’acanto che si dipartono dalle code di quattro sfingi poste sugli angoli; al centro di ogni lato sono quattro stemmi a smalto policromo champlevé, incorniciati da ghirlande in alloro, raffiguranti gli emblemi  di papa Sisto IV (1414-1484) sul fronte, del cardinale Bessarione (1408-1472) sui due lati e dell’abate Gianfrancesco Bentivoglio, commendatario e segretario del Cardinale, sul retro. Il reliquario di Urbania63 e il Reliquiario del capo di san Sebastiano presentano straordinarie similitudini, oltre che negli elementi strutturali quali l’alto stilobate, le colonne scanalate con capitello corinzio e l’aggettate architrave, anche nell’uso della tecnica a smalto per gli stemmi incorniciati con ghirlanda intrecciata a nastro e nello sviluppo volumetrico della struttura a edificio classicheggiante con copertura a scandole, sebbene uno sia a pianta quadrangolare e l’altro longitudinale64. Elementi identitari di un medesimo linguaggio che nel reliquiario romano si esprime nei modi semplificati e corrivi di una parlata colloquiale, mentre nel tempietto marchigiano, contraddistinto da una perfetta esecuzione, assume le forme più auliche e raffinate di un eloquio controllato; il reliquiario del Museo del Tesoro, infatti,  pur meno sontuoso, in quanto privo dello straordinario basamento dell’opera della Marche, appare animato da un gusto altrettanto sofisticato che dichiara una stessa sensibilità per l’ornamento antiquariale, come evidente nel fregio dell’architrave con festoni e nastri svolazzanti fra protomi leonine.

La prestigiosa committenza pontificia e cardinalizia del Reliquiario di Urbania acclarata dagli stemmi e dall’iscrizione contrasta con la sconosciuta provenienza del cofanetto vaticano la cui origine restò praticamente ignota sino alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quando i tondi in smalto, «spaccato nel 1° di rosso al cane d’argento passante, collarino d’azzurro, nel 2° ondato d’azzurro e d’oro»65, vennero identificati con il blasone della famiglia romana dei Mactabuffi66.

Poche e scarne sono le notizie relative ai Mactabuffi o Mattabuffi, dei quali si conservano nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo due lapidi relative alla sepoltura di Andrea di Cecco Fordivoglie detto Mattabufo «civis Romanis de regionis Parionis»67, defunto nel 1435 e di sua moglie, Caterina di Simeone, morta nel 1440. Si tratta dei genitori di Maria, Anastasia, Renza e Paolo, unico figlio maschio alla cui morte la famiglia di estinse.  Appare possibile riconoscere proprio in Paolo, ultimo membro della stirpe Mattabuffi, la persona nella quale identificare il committente del reliquiario oggi al Museo del Tesoro: le vicende biografiche lo vedono infatti membro per oltre trenta anni della corte pontificia,  dal 1452 alla sua morte, avvenuta a circa settanta anni, tra il 1483 ed il 148668.

Paolo Mattabuffi nacque nel secondo decennio del Quattrocento a Roma ed entrò giovanissimo nell’ordine degli Agostiniani; laureatosi negli anni Quaranta in Teologia presso lo Studio di Padova, divenne un noto predicatore, celebre a tal punto da essere soprannominato Alter Paulus 69. Nel 1449 venne eletto vicario generale dell’Osservanza Eremitana della Provincie di Roma e Perugia, tre anni più tardi -1452- divenne cappellano pontificio di papa Niccolo V (Tommaso Parentucelli, 1447-1455), in seguito riconfermato in tale importante carica dal successore Callisto III (Alfons de Borgia y Cabanilles, 1455-1458).  Da quest’ultimo venne inoltre nominato priore commendatario dell’Ospedale di San Matteo a via Merulana, già dei monaci dell’estinto ordine dei Crociferi70, redditizia carica che ricoprì per più di venti anni dal 1455 al 1477.

Paolo Mattabuffi, oltre ai beni ereditati, poté quindi godere di entrate che gli permisero di condurre una vita agiata e di accumulare rendite e possedimenti, così come dimostrato dai numerosi lasciti previsti dalle sue ultime volontà cui venne data esecuzione al momento della morte, avvenuta in data incerta tra il 22 agosto 1483 ed il gennaio 148671. Su sua specifica richiesta, il corpo venne tumulato  nella Chiesa di Sant’Agostino all’interno della cappella di Santa Maria Maddalena ove era collocata la lapide (conservata fino al XVIII secolo e oggi non più esistente) con l’iscrizione destinata a perpetuarne la fama: VIRO PRECLARO FRATI DE MAC / TABUBULIS DOCTOR ET THEOLO RO. IURISQ / CANONIS SINGULARI EX SACRO ORDINE / EREMITAR. DIVI AUGU. PENITENT. DIGNIS / PATRES CONVENTUS ET FRATRES POSUERE /  MCC …. VIX. AN. LXX72; la lastra tombale, inoltre, era arricchita “cum imagine ex anaglypho” a celebrare con la massima evidenza la sua figura e il prestigio del suo ruolo in  particolare grazie alle sue mansioni nella Basilica Vaticana. Niccolò V, infatti, lo aveva nominato penitenziario minore nel 1452 in quanto «in theologia magistrum, decretorum doctorem »73. Con questo ruolo all’interno di San Pietro, Mattabuffi lesse per decenni i suoi celebri sermoni; qui inoltre ebbe stretti rapporti con i papi Pio II  (Enea Silvio Piccolomini, 1458-1464), Paolo II (Pietro Barbo, 1464-1471)74 e Sisto IV così come con i più alti prelati della curia pontificia. I suoi esecutori testamentari furono infatti: Giovanni Francesco de Paninis auditore delle cause del Sacro Palazzo Apostolico, il vescovo Alfonso de Paradinas, fondatore dell’ospedale romano di S. Giacomo degli Spagnoli,  Giovanni Arcimboldi cardinale di S. Prassede e l’influentissimo cardinale nipote Giuliano della Rovere75, vescovo di Ostia e cardinale di S. Pietro in Vincoli, che sarebbe salito al soglio pontificio alcuni anni più tardi assumendo il nome di Giulio II.

Il ruolo di Mattabuffi e la fitta rete di relazioni istaurate all’interno della corte pontificia rendono altamente probabile che egli sia il donatore del prezioso reliquiario alla Basilica di San Pietro sul quale è riprodotto in smalti policromi il blasone della sua famiglia76.

Una ulteriore conferma viene dalla cronologia del reliquiario stilisticamente molto simile, come sopra accennato,  ad opere riferibili ai primi decenni della seconda metà del Quattrocento, anni nei quali l’agostiniano Mattabuffi era impegnato nella mansioni di penitenziario apostolico. Accertata la frequentazione e la costante presenza dell’eremitano nell’ambito della Basilica di San Pietro, altri elementi di riflessione, che possono ricondurre in modo più diretto il cofanetto alla committenza di Paolo e scaturiscono dalla lettura dei coevi inventari della Sacrestia. Il Reliquiario del capo di san Sebastiano, nella sua originaria destinazione, può essere infatti identificato con la teca descritta nell’inventario dei beni del 1481: «Taberanculum cristallinum in ere, ligatum cum copertorio fracto, in quo sunt infrascripte reliquie, videlicet de sanguine S. Catharine, de ossibus apostolorum Petri e Pauli et S. Saturnini de ossibus XI. m. virginum et s. Ursule […]  de reliquiis S. Georgii, de manto S. Magdalene, de spinis dnī Ihū Xrī, de reliquiis S. Margarite»; in esso, inoltre, erano conservate «de ossibus S. Monache matris S. Augustini»77. Si tratta di un cofanetto in metallo e vetro con copertura a spioventi, contenente più reliquie di diversa forma e natura che il recensore ha elencato in otto distinte “sezioni”. La forma, il materiale e la pluralità delle reliquie uniti alla loro eterogeneità ben si accordano con il reliquiario in esame e con la sua struttura per la quale i sacri reperti avrebbero potuto essere osservati, e quindi identificati con precisione, attraverso le otto singole finestrature. Anche la scelta delle reliquie non appare affatto casuale, se posta in relazione alla committenza dell’eremitano Mattabuffi: accanto alle ossa di Monica «matris S. Augustini»  (Si tratta dell’unica reliquia della Santa elencata in questo ed altri inventari.) vi sono altri santi connessi alla devozione dell’Ordine quali ad esempio le sante Caterina e Maddalena. È noto che «i Maestri della Scuola Teologica Agostiniana, avevano una particolare propensione ad assorbire il messaggio e il carisma di S. Caterina con tutto quello che ciò significava nella missione della Chiesa e, prima ancora, nell’opera di Cristo»78. La reliquia del manto di Maria Maddalena, oltre ad essere connessa con una specifica devozione degli eremitani79, risulta direttamente legata alla figura di Mattabuffi «il quale, con licenza del capitolo generale, disporrà nel suo testamento di porre le sue spoglie in capella Sancte Marie Magdalene noviter edificata, in capsa lignea infra terram supra quam ponatur unus lapis ad utilitatem prioris dicti monasterii»80. A questo si aggiunga che le reliquie di Giorgio di Cappadocia, Saturnino di Cartagine, Margherita di Antiochia, Caterina d’Alessandria appartengono a santi martiri di origine orientale o nord africana, vissuti tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, il cui culto si lega alla venerazione di Agostino di Tagaste, vescovo d’Ippona, morto nel 430.

L’appartenenza del committente all’ambito eremitano fornisce oltre a quelli fin qui elencati nuovi ed insospettabili spunti di approfondimento sul Reliquiario del capo di san Sebastiano in relazione alla scelta tipologica del cofanetto e alla sua particolare confermazione architettonica. Non è mai stato annotato, infatti, come il reliquiario appaia assai simile alla struttura della basilica cattedrale di Santa Aurea (Fig. 19) della diocesi suburbicaria di Ostia Antica81 – la Gregoropoli di papa Gregorio IV (827-844)82- il cui autorevole titulus veniva assegnato per tradizione al Decano del Collegio Cardinalizio. La ricostruzione della basilica attuale, sorta su una preesistenza paleocristiana83, fa parte del progetto voluto dal cardinale francese Guglielmo d’Estouteville, arciprete della Basilica Patriarcale di Santa Maria Maggiore e vescovo di Ostia a partire dal 1461; la riedificazione della chiesa venne completata dal successore, il cardinale Giuliano della Rovere, che fu vescovo ostiense dal 1483 al 1503, giorno della sua elezione al soglio pontificio. L’intervento rientrava nel processo di rinnovamento dell’intero Borgo avviato da papa Martino V (Oddone Colonna, 1417-1431) nei primi decenni del secolo e conclusosi solo sullo scorcio del Quattrocento sotto il pontificato di Innocenzo VIII (Giovanni Battista Cybo 1484-1492). Secondo la tradizione, la chiesa sorge nella zona ove era la tomba di Santa Aurea e ove trovò sepoltura nel 387, come riportato in un celeberrimo passo delle Confessiones, anche santa Monica, madre di Agostino84. I presunti resti della Santa furono rinvenuti nel 1430 e traslati da Ostia a Roma il 9 aprile dello stesso anno, come descritto nella Translatio S. Monicae 85 di Maffeo Vegio (1407-1458), noto umanista legato all’ordine eremitano e dal 1443 canonico della Basilica di San Pietro86. Nella Roma tornata ad essere sede papale dopo la cattività avignonese e nella quale si era da poco celebrato lo straordinario Giubileo del 1425, l’evento della traslazione del corpo della Santa nella chiesa eremitana di San Trifone87 viene narrato con grande enfasi dall’agostiniano Andrea Biglia (1395-1435), autore del sermone ritenuto per anni autografo di papa Martino V88. Successivamente, «durante il pontificato di Callisto III […] le reliquie di s. Monica passano nella vicina chiesa di Sant’Agostino, nel giorno del dies natalis della Santa, ossia il 4 maggio, del 1455»89. Si tratta della Basilica di San’Agostino a Campo Marzio interamente ricostruita, ampliandola, dal già citato cardinale Guglielmo d’Estouteville tra il 1479 e il 1483. Rinvenimento e traslazione ebbero una risonanza straordinaria per l’eccezionalità delle spoglie riportate alla luce tanto che l’evento viene in verità oggi considerato il frutto di un’inventio politica agostiniana al fine di dare “consistenza” al culto di santa Monica, in precedenza quasi del tutto assente nella città eterna per la mancanza di reliquie e altari privilegiati90.

Il Reliquiario del capo di san Sebastiano che, come ipotizzato, dovette in origine contenere tra gli altri i resti di santa Monica, presenta notevoli analogie con la basilica ostiense di Santa Aurea, in particolare nella struttura di impianto classico, strettamente ispirata a edifici romani come il sepolcreto  di Annia Regilla (Fig. 20) alla Caffarella sulla Via Appia91.  I due edifici e il cofanetto in metallo sono, infatti, caratterizzati dalla presenza di regolari paraste scanalate con capitelli corinzi piani che partono da una alta zoccolatura intervallata da pronunciati basamenti a definire una precisa scompartizione degli spazi, disegnati con un rigoroso ornato geometrico e racchiusi in alto da un pronunciato cornicione sul quale poggia direttamente lo spiovente del tetto92. Inoltre, in un perfetto parallelismo tra la chiesa ostiense e la teca in metallo, troviamo sul timpano, delineato da una semplice cornice, lo stemma marmoreo di Giuliano della Rovere nel caso dell’edificio e lo stemma di Paolo Mattabuffi nel caso del reliquiario. Due personaggi legati tra loro da vincoli di collaborazione oltre che da stima e amicizia reciproca, visto che l’eremitano scelse il cardinale vescovo ostiense come suo esecutore testamentale.

La basilica cattedrale di Ostia è attribuita da Christoph L. Frommel93, e prima di lui già dal Nibby basandosi sul Vasari94, all’architetto Baccio Pontelli (c.1449-1494) per anni attivo a Roma per i della Rovere. Sono gli anni in cui la città andava cambiando il suo volto sulla scorta di un gusto sempre più diffuso di ispirazione antiquariale, caratterizzata da numerose nuove fabbriche architettoniche; fra queste i molti edifici tradizionalmente attribuiti all’artista fiorentino  – sebbene la più recente storiografia abbia riconosciuto come suoi solo alcuni di questi progetti – come la cappella Sistina e la Biblioteca Apostolica Vaticana per Sisto IV; e ancora, tra i molti esempi, il portico di San Pietro in Vincoli per il cardinale titolare Giuliano della Rovere e la facciata di San Pietro in Montorio, oltre alle chiese e conventi agostiniani di S. Maria del Popolo e di Sant’Agostino in Campo Marzio, ove Mattabuffi studiò, visse e fu sepolto: tutte strutture caratterizzate dallo stesso nitore di linee e dalle perfette proporzioni geometriche che abbiamo viste impiegate nell’edificio ostiense95. Santa Aurea, infatti, assume valore di estrema importanza per l’arte rinascimentale in quanto è considerata la prima costruzione nella Roma del XV secolo che possa ritenersi la diretta riproposizione di un tempio antico, filtrato da Baccio Pontelli  attraverso la lezione di Leon Battista Alberti, con dirette citazioni del palazzo Ducale di Urbino e, non ultimi, influssi dell’arte e dell’architettura fiorentina96. A Pontelli sono inoltre assegnati alcuni disegni di oreficerie che presentano come motivi decorativi i caratteri araldici delle famiglia della Rovere e Riario97.

L’ambito dei della Rovere e la realizzazione del reliquiario del Museo petrino da parte di un agostiniano per decenni attivo nella corte papale, accanto alla datazione proposta, in base a raffronti con altre opere di suppellettili ecclesiastiche, tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del Quattrocento, appare bene accostarsi a quella della progettazione e realizzazione della chiesa di Santa Aurea, permettendo quindi di meglio puntualizzare quanto scriveva Angelo Lipinsky nel 1966. In tale occasione il celebre studioso di suppellettili ecclesiastiche  –  nel rimarcare con grande lungimiranza la preziosità del manufatto in esame tra le «Oreficerie ed argenterie poco note nel Tesoro della basilica Vaticana» –   sottolineava infatti che, «attorno all’arte orafa di quel periodo, l’urna architettonica di S. Sebastiano è forse l’unico pezzo che ne sia documento tangibile, reperibile nelle chiese di Roma»98.

Il Reliquiario del capo di san Sebastiano voluto da Paolo Mattabuffi costituisce, quindi, un vero «documento» attestante il clima devozionale e culturale che ruotava, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del XV secolo, attorno a grandi figure di pontefici e cardinali umanisti. Tale clima, nella riscoperta nel lessico dell’architettura classica, determinò il fiorire di un nuovo linguaggio artistico capace di far rivivere la città eterna e di promuovere la diffusione di un radicale rinnovamento – le cui forme finirono per coinvolgere l’arte orafa – che aprì definitivamente le porte al più aulico Rinascimento.

  1. V. Pace – S. Guido – P.Radiciotti,  Crux Vaticana o Croce di Giustino II. Città del Vaticano 2009 []
  2. F. Francia, Il Tesoro e le sue vicende nella Basilica di S. Pietro, in La Basilica di San Pietro a cura di C. Pietrangeli, Firenze 1989, pp. 307-319. []
  3. La sacrestia fu edificata per volontà di papa Pio VI (Giovanni Angelico Braschi, 1775-1799) su progetto dell’architetto Carlo Marchionni: S. Ceccarelli, Carlo Marchionni e la Sagrestria Vaticana, in “Studi sul Settecento romano” a cura di E. Debenedetti, 4, 1988, pp. 57-134. []
  4. G. Cascioli,  Nuova guida illustrata della Basilica di San Pietro, delle Gallerie e Palazzo Vaticano, Roma 1924, pp. 58-60. []
  5. G. Cascioli, Il Tesoro di San Pietro in Vaticano, in “Bessarione. Rivista di studi orientali” Ser. 3, vol. 9 (1912), pp. 294-319; Idem, Guida al Tesoro di S. Pietro, Roma 1925. []
  6. Il filmato, dal titolo Il tesoro di San Pietro. Un Documentario, è a cura di Romolo Marcellini ed è visibile nel sito dell’archivio storico dell’Istituto Luce al link:
    http://www.archivioluce.com/archivio/jsp/schede/videoPlayer.jsp?tipologia=&id=&physDoc=3570&db=cinematograficoDOCUMENTARI&findIt=false&section=/.
    Una terza sala del Museo fu aggiunta nel 1949 e con l’occasione l’intera collezione fu studiata e pubblicata da Angelo Lipinsky (A. Lipinsky, Il Tesoro di San Pietro. Guida-Inventario, Città del Vaticano 1950). Tale lavoro fu ripreso e integrato con un ricco apparato fotografico da Francesco Saverio Orlando (F.S. Orlando, Il Tesoro di San Pietro, Milano 1958). È stata recentemente pubblicata una nuova guida, che corregge alcune imprecisioni della letteratura precedente, a firma di Mirko Stocchi (M. Stocchi, Tesoro di San Pietro in Vaticano. Guida al museo storico-artistico, Città del Vaticano 2009), per le Edizioni Capitolo Vaticano che ha intrapreso negli ultimi anni un encomiabile lavoro di studio e divulgazione delle opere custodite nel museo, in molti casi a seguito del loro restauro: www.edizionicapitolovaticano.it/. Desidero ringraziare per aver permesso questo lavoro in diversi modi e tempi: S. E. Angelo cardinal Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro, S. Eccellenza Vittorio Lanzani Delegato alla Fabbrica di San Pietro, Monsignor Giuseppe Bordin Camerlengo del Capitolo Vaticano e Monsignor Dario Rezza Archivista del Capitolo Vaticano. []
  7. Il progetto fu realizzato dal noto architetto e museologo Franco Minissi (F. Minissi, Il museo del Tesoro di S.Pietro, in “Musei e gallerie d’Italia”, n. 57, Roma 1975); si veda inoltre: B.A. Vivio, Franco Minissi. Musei e restauri. La trasparenza come valore, Roma 2010, pp. 210-216; M. Petrassi, Il nuovo museo storico artistico di S. Pietro, in “Capitolium”, gennaio 1975, pp. 8-13.
    Il museo venne inaugurato da papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) il 29 dicembre 1974, quattro giorni dopo la proclamazione dell’inizio dell’Anno Giubilare. È stato recentemente avviato un processo di rimodernamento e di messa a norma, secondo gli attuali criteri di sicurezza, di molti degli ambienti; è stata, inoltre,  realizzata la risistemazione della collezione museale, arricchita di nuove vetrine e teche climatizzate,  in quanto i numerosi rimaneggiamenti degli ultimi trent’anni offrivano ai visitatori una visione in molti casi disordinata e senza una effettiva logica museale. []
  8. A. Galli – N. Gabrielli – S. Guido – G. Mantella, Monumento di Sisto IV, Città del Vaticano 2009. []
  9. S. Guido, Un Bernini in argilla nel Museo del Tesoro della Basilica di San Pietro in Vaticano, “Kermes. La rivista del restauro”, XXVIII, 2015, 99, pp.7-9. []
  10. Per la celebre opera beniniana si veda il recente saggio con bibliografia precedente: A. Di Sante – S. Guido, Francesca Bresciani tagliatrice di lapislazzuli per il tabernacolo del Santissimo Sacramento di Bernini, in Quando la fabbrica costruì san Pietro a cura di A. Di Sante e  S. Turriziani, Foligno 2016, pp. 257-295; per un approfondimento sul lapislazzuli: S. Guido, Strumenti, materiali e tecnica per la lavorazione del lapislazzuli per il tabernacolo del Santissimo Sacramento di Bernini, ivi, pp. 297-315. []
  11. A. Lipinsky, Oreficerie e argenterie poco note nel Tesoro della Basilica Vaticana, in “Fede e Arte. Rivista internazionale d’arte sacra”, XIV (1966), p. 243. []
  12. Il Reliquiario del capo di S. Sebastiano misura cm 33 x 42 x 23. Numero d’inventario 20343, scheda 25. []
  13. Il restauro è stato eseguito dallo scrivente per conto del Capitolo Vaticano fra marzo e giugno 2011. Le operazioni di restauro hanno previsto la rimozione di numerose gocce di candele e degli strati di solfuri d’argento che annerivano le superfici, nonché l’asportazione di localizzate salificazioni verdi, quali prodotti di alterazione dei metalli, formatesi a causa dei fenomeni da pila di corrosione nei punti di contatto fra le lamine in argento e quelle in rame dorato; a seguito di opportuni lavaggi localizzati a tampone con tensioattivo e successivo risciacquo, dopo il consolidamento degli smalti e l’incollaggio di alcune lamine in fase di distacco, sono stati stesi sulle superfici più strati di un film protettivo. []
  14. A. Lipinsky, Il Tesoro di San Pietro…, 1950, pp. 73-74; Idem, Oreficerie e argenterie…, 1966, pp. 242-243; F.S. Orlando, Il Tesoro…, 1958, p. 70. []
  15. X. Barbier de Montault, Les souterrains et le trésor de S. Pierre a Rome ou description des objects, d’art et d’archéologie qu’ils renferment, Rome 1866, pp. 62-63;  Idem, Guide du pèlerin aux Églises de Rome et au Palais du Vatican, Arras 1877,  p. 275; l’autore data l’opera “de la Renaissance, vers l’an 1520”. []
  16. X. Barbier de Montault, Les souterrains…, 1866, p. 62; la trascrizione è preceduta dal commento dell’autore: «Le premier distique rappelle que S. Christophe porta Notre Seigneur sur ses épaules en traversant un torrent et le second fait mention de l’épaule conservée dans la basilique. Le troisième rappelle un dicton populaire qui affirmait qu’on ne mourait pas dans la journée où l’on avait vu S. Christophe. Le dernier est une invocation au saint contre la peste». []
  17. F. Cancellieri,  De secretariis basilicae Vaticanae veteris ac novae, Roma 1786, vol. IV, p. 1687. []
  18. G. Grimaldi, Catalogus Sacrarum Reliquiarum Almae Vaticanae Basilicae (ACSP [alla BAV], Manoscritti, H 2, f. 23r, n. 26). []
  19. C.S. Celenza, ORSINI, Giordano, in “Dizionario Biografico degli Italiani” Vol. 79 (2013). L’Orsini, oltre alla reliquia di Sebastiano, al cranio di san Giacomo, a una spina della corona di Cristo custodita in un reliquario di cristallo e a due candelieri dello stesso materiale già presenti nel citato donativo alla Basilica, lasciò anche la sua ricca e celebre biblioteca poi confluita nella Biblioteca Apostolica Vaticana, oltre a vari terreni e immobili. Cfr. F. Cancellieri De secretariis…, Roma1786, II, p. 893. []
  20. D. Rezza – M. Stocchi, Il Capitolo di San Pietro in Vaticano dalle origini al XX secolo. 1 La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 204-205. []
  21. E. Müntz – A.L. Frothingham, Il tesoro della basilica di San Pietro dal XIII secolo al XV secolo, in “Archivio della Società romana di Storia Patria”, VI (1883), p. 58. La reliquia è inoltre citata tra i donativi post mortem alla Basilica dall’Orsini del 29 maggio 1438: Cfr. P. Egidi, Necrologi e libro degli affini della provincia romana, I, Roma 1908, pp. 216-217. []
  22. G. Grimaldi, Catalogus…, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,  H 2, f. 23r, n. 26). []
  23. Inventario 1454-1456 (ACSP [alla BAV], Inv. 2, f. 27) e  inventario del 1489 (ACSP [alla BAV], Inv. 2,  f. 47r.). []
  24. ACSP [alla BAV], Manoscritti,  H 2, f. 35vr, n. 35.  Altre notizie nell’inventario del 1550 (ACSP [in BAV], Inv.11, f. 27). []
  25. ACSP [alla BAV], Inventario 11, n. 28 (1581). []
  26. G. Grimaldi, Catalogus…, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,  H 2, f.36r, n.35). []
  27. Al 1595 è datato quello che doveva essere il magnifico Busto di san Damaso Papa e Confessore, in argento e argento dorato e pietre preziose, con in capo il triregno voluto dall’Aldobrandini come descritto da Grimaldi che riporta l’iscrizione incisa sul basamento: «CLEMENS VIII P.M. UT TANTI PONTIFICIS SACRUM CAPUT DECENTIUS ET RELIGIOSIUS SERVARETUR THECAM HANC ARGENTEAM FECIT ANNO MDXCV PONTIFICATUS IIII». G. Grimaldi, Catalogus…, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,  ff. 38v- 39r, n.38). []
  28. G. Grimaldi, Catalogus…, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,  H 2, f.35v, n.35). []
  29. ACSP [alla BAV], Inventario 40, p. 94. []
  30. G. Grimaldi, Catalogus…, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,  ff. 31v- 32r, n.32 [S. Petronilla)], f. 32v, n.33 [S. Menna]). C. Bulgari, Argentieri, gemmari e orafi d’Italia, Roma I, Roma 1958, p. 509; A. Calissoni Bulgari, Maestri argentieri, gemmari e orafi di Roma, Roma 1987, p. 226. []
  31. ACSP (al Palazzo della Canonica), Diario della Basilica Vaticana, 9/2.32 (olim D 32), ff. 98v-99r. []
  32. A. Lipinsky, Il Tesoro di San Pietro…, 1950, p. 72;  F.S. Orlando, Il Tesoro…, 1958, p. 69. []
  33. Il busto misura cm 51 x 36 x 26; Numero d’inventario 20371, Scheda 28. F.M. Torrigio, Le sacre grotte vaticane, Roma 1639, p.185. []
  34. X. Barbier de Montault, Les souterrains…, 1866, p. 61; Idem  Guide du pèlerin …, 1877, pp. 274-275; A. De Waal, Die antiken Reliquiare der Peterskirche, in “Römische Quartalschrift für christliche Alterthumskunde und für Kirchengeschichte”, Roma 1894, p. 251; A. Lipinsky, Il Tesoro di San Pietro…, 1950, p. 71-72; F.S. Orlando, Il Tesoro…, 1958, p. 69. []
  35. G. Cascioli,  Nuova guida…, 1924, p.59; A. Lipinsky, Il Tesoro di San Pietro…, 1950, p. 71-72; una datazione generica al XIV secolo è invece avanzata da X. Barbier de Montault, Guide du pèlerin…, 1877,  pp. 274-275; E. Francia, Il Tesoro di S. Pietro, Roma 1984, p. 10-11. []
  36. Vedi nota 19. []
  37. E. Müntz – A.L. Frothingham, Il tesoro della basilica…, 1883, p. 52. []
  38. G. Grimaldi, Catalogus…, (ACSP [alla BAV], Manoscritti,  H 2, ff.39v-40r-40v, n.39). []
  39. A. Gauvain, Mastro Meo, Mastro Manno e la Stauroteca Minore Vaticana. Storie di orefici nella Sacrestia di San Pietro, tra XV e XVI secolo, Città del Vaticano 2012,  pp. 17-18; ACSP [alla BAV], Manoscritti, H3, f.73r. []
  40. F. Cancellieri, De secretariis…, 1786 vol III, p. 1192-1199. []
  41. ACSP [alla BAV], Inventario 11, f. 16v, n. 9; L. Cardilli Alloisi, Reliquiario del capo di S. Sebastiano, (Scheda di catalogo III.3.6), in ROMA 1300-1875. L’arte degli anni santi, catalogo della mostra (Roma, Palazzo Venezia 20 dicembre 1984 – 5 aprile 1985) a cura di M. Fagiolo e M.L. Madonna, Milano 1984, p. 146. []
  42. ACSP [alla BAV], Manoscritti, H2, f. 23r, n. 26. []
  43. Ibidem. []
  44. L. Cardilli Alloisi,  Reliquiario del capo …., 1984, p. 146. []
  45. B. Montevecchi – S.Vasco Rocca, Dizionari terminologici – Suppellettili ecclesiastiche I, Firenze 1987, pp. 157 e ss. (per la tipologia dei reliquiari); in particolare: p. 179 (reliquiari a teca); p. 182 (a cassa o cassetta); p. 183 (a cofano); p. 186 (a urna); pp. 190-195 (antropomorfi); pp. 201-203 (architettonici). []
  46. Nel testo del Cancellieri del 1786 le reliquie di san Cristoforo risultano conservate in un altro reliquiario «Presentemente sono racchiuse in una Cassetta tutta d’argento con queste lettere. HUMERUS S. CHRISTOPHORI»[1] così come, poco dopo, nell’inventario del 1793. Si tratta di un manufatto non più esistente in quanto, come segnalato nell’inventario appena citato con una annotazione successiva , «dato alla Zecca per la prima requisizione» il 19 febbraio 1797 a seguito del Trattato di Tolentino (ACSP [alla BAV], Inventario 40, p. 85). []
  47. G. Grimaldi, Catalogus…, (ACSP [alla BAV], Manoscritti, H 2, f.8r, n.11. []
  48. E. Müntz – A.L. Frothingham, Il tesoro della basilica…, 1883, p. 88. Il Reliquario è stato sapientemente indagato e riconosciuto quale opera dell’orafo romano Meo de Flaviis (A. Gauvain, Mastro Meo, Mastro Manno…, 2012, pp. 22-23. []
  49. E. Müntz – A.L. Frothingham, Il tesoro della basilica…, 1883, p. 102. []
  50. L’omero di san Cristoforo sembra quindi essere giunto nella Sacrestia Vaticana tra il 1581 ed il 1550, anno del precedente inventario nel quale non viene citato il sacro osso. []
  51. X. Barbier de Montault, Les souterrains et le trésor…, 1866, pp. 62. []
  52. F.S. Orlando, Il Tesoro…, 1958, p. 70. []
  53. M. Stocchi, Tesoro di…, 2009, p. 98-99. []
  54. T. Amayden,  La Storia delle Famiglie Romane, Roma 1910, vol. II, p. 27. []
  55. A. Lipinsky, Oreficerie e argenterie…, 1966, S. Fornari, Gli argenti romani, Roma 1968, p. 70-71. []
  56. La Pace misura cm 13 x 7,5, la struttura architettonica è realizzata in rame dorato, mentre la figura del Cristo è eseguita a fusione in argento e argento dorato; sul fondo è posta una sottilissima lamina in argento dorato che presenta delle lacune negli angoli superiori ove dovevano essere applicate delle decorazioni oggi mancanti (probabilmente le immagini del sole e della luna); in corrispondenza delle piaghe delle mani e del costato sono fissati dei granati (prima del recente restauro era mancante la pietra sul lato sinistro); degno di nota, sul retro, è il piccolo manico a tralcio spinoso, a ricordare la corona di spine del Cristo, che si distacca dal piano con un aggetto di circa cm 3,5. Lungo l’architrave e lungo la base compare l’iscrizione in lettere capitali LANGORES N[OST]ROS IPSE TULIT / CUIUS LIVORES SANATI SUMUS; nonostante la sommarietà dell’esecuzione e qualche incertezza nelle proporzioni, alcuni particolari nelle singole lettere (come la definizione degli apici) e il tentativo di contenere il tracciato dei caratteri – tutti maiuscoli –  nella regolarità geometrica dello spazio bilineare tradiscono la chiara volontà di emulare la grafia della capitale elegante di tradizione classica. In alto, agli apici del piccolo timpano sono incastonati tre vetri colorati in sostituzione delle pietre originarie perdute. L’iconografia del Cristo e il gusto antiquario di alcuni dettagli permette di avvicina la Pace ad un opera i marmo di simile soggetto conservata oggi nelle Grotte Vaticane presso sarcofago di papa Callisto III (Alonso Borja de Valencia, 1455-1458) databile agli anni del suo pontificato (V.Lanzani, Le Grotte Vaticane, Città del Vaticano 2010, p. 279). La netta ispirazione antiquariale del manufatto presenta  nell’esecuzione una fattura piuttosto corriva (visibile ad occhio nudo ma ancor più evidente dall’osservazione ravvicinata a microscopio durante le fasi del restauro) che caratterizza anche il Reliquiario del capo di San Sebastiano e la Stauroteca Minore Vaticana: sono analoghi, infatti, sia l’uso di materiali poveri sia la preparazione poco accurata delle cere per le fusioni, successivamente maldestramente o quasi per nulla rifinite a cesello e bulino, tanto che molti dettagli restano poco definiti e approssimativi. La Pace è conservata presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Tarquinia e proviene dalla chiesa di San Giovanni di Tarquinia (V. Valerio, Pace, (scheda 32), in Sculture Preziose: Oreficeria sacra nel Lazio dal XIII al XVIII secolo, catalogo della mostra,  a cura di B. Montevecchi, Roma 2015,  p. 201. L’opera è appena stata restaurata dallo scrivente (foto prima del restauro); a tale riguardo si coglie l’occasione per ringraziare la direzione lavori Luisa Caporusso del MIBACT, Giovanni Insolera e Benedetta Montevecchi per avermi segnalato gli stretti legami tra i Vitelleschi e l’Ordine Agostiniano nell’ambito del quale è la realizzazione del reliquiario in esame. []
  57. Bartolomeo Vitelleschi fu vescovo di Montefiscone e Corneto (oggi Tarquinia) dal 1438 al 1442 e nuovamente tra il  1449 e il 1463; a lui si devono, oltre al bel palazzo che prende il suo nome, anche alcune straordinarie opere di oreficeria (V. Valerio, Testa reliquario di santa Margherita (scheda 29), in Sculture Preziose…, 2015, p. 200; Idem, Testa reliquiario di san Teofanio (scheda 25), in Sculture Preziose…, 2015, p. 198; Idem, Testa reliquiario di san Lituardo (scheda 30), in Sculture Preziose…, 2015, p. 201). []
  58. A. Gauvain, Mastro Meo, Mastro Manno e la … , 2012, pp.  17- 22, 45-58 e passim. Il reliquiario  nella sua forma attuale comprensiva delle aggiunte successive misura cm. 66 x 27 x 17. Numero d’inventario 20197, scheda numero 33. []
  59. Non appare quindi condivisibile l’ipotesi di Gauvain che la paraste siano state accorciate in un intervento di restauro che ne avrebbe modificato le proporzioni, riducendo l’altezza dell’intera opera.  (A. Gauvain, Mastro Meo, Mastro Manno e la … , 2012, p. 97). []
  60. A. Gauvain, Mastro Meo, Mastro…, 2012, pp. 17-34. []
  61. Il reliquiario misura cm 37,3 x 17; è oggi conservato presso il Museo Leonardi di Urbania proveniente dalla concattedrale di San Cristoforo Martire di Urbania.  BESSARIO PONT SABIN SANCTAE R E CARD NICAENUS PARTEM HANC HUMERI BEATI CHRISTOPHORI MARTYRIS / EX SACRIS URBIS ROMAE RELIQUIIS A SIXTO IIII PONT MAX SIBI DONO DATAM HUIC SACRATIIS EIUSDEM SANCTI TEMPLO / DICAVIT PRECIBUS IOANN FRANCISCI BENTEVOLEI EIDEM TEMPLO PRAESIDENTIS ANNO SALUTIS MCCCCLXXII; ANNO VERO 1726 DIE 7 NOVEMBRIS ARCHIEP CASTELLI EPISCOPUS URBANIAE RECOGNOVIT AC SIGILLAVIT IN S.V. Vedi: G. Barucca, San Cristoforo nelle suppellettili ecclesiastiche della Cattedrale di Urbania, in In viaggio con San Cristoforo. Pellegrinaggi e devozione tra Medio Evo ed Età Moderna, catalogo della mostra (Jesi, Pinacoteca e Musei Civici, Palazzo Pianetti, 20 ottobre 2000 – 14 gennaio 2001) a cura di L. Mazzoni e M. Paraventi, Firenze 2000, pp.83-86;  S. Santarelli, Reliquiario di San Cristoforo (scheda di catalogo), in In hoc signo Vinces 313. Nel segno della Croce, catalogo della mostra (Urbino, Montefabbri, Urbania, Sant’Angelo in Vado, Mercatello sul Matauro, Sassocorvaro, 30 luglio – 22 settembre 2013), a cura di mons. Davide Tonti e Sara Bartolucci,  Macerata Feltria (PU) 2013, pp. 163-164, illustrazioni p. 162. []
  62. Per una disamina della bibliografia precedente e una nuova ipotesi attributiva a Pietro di Antonio da Siena, orafo della corte papale sistina, si rimanda a: G. Barucca, San Cristoforo nelle suppellettili…, 2000, p. 86. []
  63. Per una singolare coincidenza il reliquiario di Bessarione e l’opera in esame per un certo periodo hanno custodito reliquie di Cristoforo sebbene, come in precedenza accennato, il cofanetto romano nella seconda metà del XV secolo, ossia all’epoca della donazione ad Urbania, doveva contenere altre sacre spoglie, in quanto l’omero del Santo è attestato nella Basilica Vaticana solo dal 1581. []
  64. Echi e risonanze di ispirazioni classiche che si ritrovano nel più tardo Reliquario del cilicio della Maddalena, in argento e argento dorato,  nel Tesoro della Basilica di San Giovanni in Laterano, risalente all’ultimo  quarto  del XV secolo e derivante nella sua struttura dal Tempio di Vesta al Foro Romano (M. Andaloro, Reliquario del cilicio della Maddalena, scheda n. 148, in Tesori d’arte sacra di Roma e del Lazio dal Medioevo all’Ottocento, catalogo della mostra (Palazzo delle Esposizioni novembre – dicembre 1975) a cura di M. Andoloro et al., Roma 1975, pp. 73-74, tav. LXXXIII). La copertura a scandole inoltre è ispirata alle «cupole a base ottagonale erette nell’ultimo quarto del Quattrocento a Roma (chiese di S. Agostino, S. Maria del Popolo, S. Maria della Pace)» ( M. Andaloro, Il tesoro della basilica di S. Giovanni in Laterano, in San Giovanni in Laterano, a cura di Carlo Pietrangeli, Firenze 1990, pp. 270-281, in particolare p. 277). []
  65. T. Amayden, La storia delle famiglie…, 1910, vol.II, p. 27. []
  66. L. Cardilli Alloisi, Reliquiario del capo …., 1984, p. 146. []
  67. V. Forcella, Iscrizioni delle chiese ed altri edificii di Roma , 1879, vol. 13,  p. 512 , nn. 1254-1255. []
  68. A. Mazzon, «ad tollendum discordiam inter monasteria». Riflessioni e brevi note sull’eremitano Paolo Mattabuffi, in Roma e il Papato nel Medioevo. Studi In Onore di Massimo Miglio. Percezioni, Scambi, Pratiche, a cura di A. De Vincentiis , Roma 2012, pp. 439-477, in particolare p, 447 []
  69. P. Piatti, Mattabuffi Paolo, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, vol. 72, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2008, pp. 131-132, con bibliografia precedente. []
  70. Chiesa e convento non più esistenti. Interessante il passo dell’Armellini che riferisce «Sisto IV ridusse la chiesa a commenda che diede ad un suo familiare togliendola ai Crociferi. Rassegnata nel 1477 da cotesto titolare al pontefice, questi la dette in custodia ai pp. Agostiniani» (M. Armellini, Le chiese di Roma dalle origini fino al secolo XVI, Roma 1887, p. 465. Si veda inoltre F. Lombardi, Roma. Le chiese scomparse. La memoria storica della città, Roma 1996, pp. 89-91; C. Alonso, El convento agustino de S. Mateo, in “Spicilegium Historicum”, LIV (2006) I-II, pp. 151-184 con bibliografia precedente. []
  71. A. Mazzon,  «ad tollendum …, 2012, p. 447. []
  72. P.L. Galletti, INSCRIPTIONES ROMANAE INFIMI AEVI ROMAE EXSTANTES. Tomus Primus, Roma 1760, p. 513; l’iscrizione è citata anche da Vincenzo Forcella che si rifà per la trascrizione al Galletti poiché quando, egli scrive, la tomba del Mattabuffi non c’era già più (V. Forcella, Iscrizioni delle chiese et altri edifici di Roma, Roma 1874, vol. V, p. 9 nr. 13). []
  73. C. Alonso Vañes (a cura di), Bullarium Ordinis Sancti  Augustini. Regesta III, 1417-1492, Roma, Institutum historicum Augustinianum, 1998 (Fontes Historiae Ordinis Sancti Augustini. Tertia series, 3), Bullarium , p. 159 nr. 404 (1° ottobre 1452). []
  74. Papa Barbo gli concesse in vitalizio un terreno presso di S. Maria del Popolo, convento agostiniano al quale l’eremitano fu a tal punto legato da lasciare la metà dei suoi beni alla comunità dei confratelli che vi risiedevano. Cfr. P. Piatti, Mattabuffi…, Roma 2008, p. 131. []
  75. A. Mazzon,  «ad tollendum …, Roma 2012, p. 445. []
  76. Nell’inventario redatto post mortem, sulla base delle disposizioni testamentarie, oltre alle molte proprietà immobiliari e ad altri beni mobili, sono elencate numerose suppellettili in metalli preziosi come: «9 tazze d’argento; 13 cucchiai d’argento, più altri due di legno ma con i manici d’argento; 3 forchette d’argento; due anelli d’oro di cui uno “est ligatum sigillum, in alio quidam lapis preciosus et duas perlas minutas sive margaritas absque anulis et duo frusira parvulina coralli”; un altro anello con corniola; due piccoli croci d’argento di cui una dorata e due maghietas d’argento; quattro perle e quattro pietre preziose ma di poco valore» (A. Mazzon, «ad tollendum …, Roma 2012,  p. 448). []
  77. E. Müntz – A.L. Frothingham, Il tesoro della basilica…, 1883, p. 88. L’insieme delle reliquie riunite in questo cofanetto non compare più negli anni seguenti nei successivi inventari: probabilmente, in occasione del  Sacco di Roma del 1527, subirono la sorte della maggioranza dei sacri resti conservati in preziosi reliquiari e trafugati dai Lanzichenecchi; alcuni furono dispersi, molti altri furono trasportati a Napoli e, come descritto dal Torrigio, vennero fatti recuperare da Clemente VII che ordinò di riportare a Roma il maggior numero possibile di reliquie. Queste, radunate prima nella basilica di San Marco, vennero portate in solenne processione fino a San Pietro il 26 novembre 1528 (F.M. Torrigio, Le sacre…, 1635, p. 259). Tuttavia, per molte di esse, si perse la memoria della loro esatta provenienza e, pur mantenendo viva la devozione per i sacri resti, si finì per ignorare la specifica identità dei santi cui appartenevano. []
  78. Gli Agostiniani infatti «Propagandarono infatti il culto della Santa, ne diffusero la conoscenza e la devozione attraverso la titolazione di chiese, conventi, monasteri, cappelle e altari […]. Quasi tutti i grandi conventi agostiniani disseminati in Italia e in Europa portano segni evidenti del culto reso dall’Ordine a S. Caterina come patrona degli studi», M. Rondina, Santa Caterina e l’Ordine Agostiniano memoria storica – collegamenti culturali, in R. Tollo, Santa Caterina d’Alessandria icona della Teosofia, Monografie Storiche Agostiniane, n.s., 10, Tolentino 2015, pp. 81-94, in particolare vedi p. 85. []
  79. P. Piatti, Il movimento femminile agostiniano nel Medioevo. Momenti di storia dell’ordine eremitano, Roma 2007, pp. 83-84; A. Mazzon, La cappella di S. Monica in S. Agostino. Riflessioni sulla documentazione dei secoli XV-XVI, in “Santa Monica nell’Urbe dalla Tarda Antichità al Rinascimento. Storia, agiografia, arte”, atti del convegno (Ostia Antica-Roma, 29-30 settembre 2010), a cura di M. Chiabò, M. Gargano, R. Ronzani, Roma 2011, p. 226. []
  80. A. Mazzon, La cappella di …, 2011, p. 206. []
  81. Per un profilo di Santa Aurea, il luogo del suo martirio e il culto si veda: D. Mastrorilli, Considerazioni sul cimitero paleocristiano di S. Aurea ad Ostia, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, 83 (2007), pp. 317-376. []
  82. L. Duchesne (a cura di), Le Liber Pontificalis. Texte, introduction et commentaire, 2, Paris 1892, p. 14. []
  83. D. Mastrorilli, Osservazioni sulla Basilica Paleocristiana di S. Aurea ad Ostia, in Scavi e scoperte recenti nelle chiese di Roma, a cura di H. Brandenburg e F. Guidobaldi, Città del Vaticano 2012, pp. 213-235. []
  84. St. Augustine, Confessiones, IX, 12, (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum vol. 33, pp. 221-222):  Nam neque in eis precibus, quas tibi fudimus, cum offerretur pro ea sacrificium pretii nostri iam iuxta sepulchrum posito cadavere, priusquam deponeretur, sicut illic fieri solet, nec in eis ergo precibus flevi[…]; D. Mastrorilli, La tomba di S. Monica ad Ostia: fonti ed evidenze archeologiche, in “Santa Monica nell’Urbe dalla Tarda Antichità al Rinascimento. Storia, agiografia, arte”, atti del convegno (Ostia Antica-Roma, 29-30 settembre 2010), a cura di M. Chiabò, M. Gargano, R. Ronzani, Roma 2011, pp. 113-128. []
  85. J. Closa Farres, Tradición clásica y cristiana en la ‘Translatio S. Monicae’ de Mafeo Veggio, in “Helmantica” 40 (1989), pp. 225-226. Vegio fu inoltre autore del: De rebus antiquis memorabilibus Basilicae S. Petri Romae, Roma 1452-1458, opera considerata fondativa dell’archeologia cristiana. []
  86. G.A. Consonni, Intorno alla vita di Maffeo Vegio da Lodi. Notizie inedite, “Archivio Storico Italiano”, 42 (1908), pp. 377-387; V. Zaccaria, Maffeo Vegio, in Dizionario critico della letteratura italiana, vol. 4, a cura di V. Branca, Torino 1986, pp.387-389; C. Kallendorf, Maffeo Vegio, in Centuriae Latinae II. Cent une figures humanistes de la Renaissance aux Lumières, a cura di C. Nativel, “Travaux d’Humanisme et Renaissance” vol. 414, Ginevra 2006, pp. 817-822. []
  87. D. Mastrorilli, Osservazioni sulla.., 2012, pp. 233-234 con relativa bibliografia precedente. La chiesa di San Trifone, non più esistente, sorgeva nei pressi dell’attuale chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi presso via della Scrofa. G.A. Consonni, Intorno alla vita di …, 1908, p. 386. []
  88. Biglia, Andrea, in Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 10 (1968). []
  89. A. Mazzon, La cappella di S. Monica…, 2011, p. 210. []
  90. D. Mastrorilli, La tomba di…, 2011, pp. 123-128. Il rinvenimento è illustrato nel 1463 anche nei Commentarii di papa Pio II Piccolomini (1458-1464), a tale riguardo, con bibliografia precedente, si rimanda nuovamente a: D. Mastrorilli, La tomba di.., 2011, p. 125, nota 60; A. Mazzon, La cappella di S. Monica…, 2011, pp. 205-226. []
  91. S. Danesi Squarzina, La qualità antiquaria degli interventi quattrocenteschi in Ostia Tiberina, in Il Borgo di Ostia Antica da Sisto IV a Giulio II, catalogo della mostra (Ostia, Fortezza ed Episcopio, 19 giugno-30 settembre 1980) a cura di S. Danesi Squarzina e G. Borghini, Roma 1981, p. 32. []
  92. S. Pompili, La chiesa di Sant’Aurea a Ostia Antica: risultato di un’analisi metrologica e proporzionale, in “Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura” [Università degli Studi di Roma La Sapienza, Dipartimento di Storia dell’Architettura, Restauro e Conservazione dei Beni Architettonici], (2009) n.s. 52, pp. 53-62. []
  93. Ch.L. Frommel, Il tempio e la chiesa: Baccio Pontelli e Giuliano della Rovere nella chiesa di S. Aurea, in Architettura e committenza da Alberti a Bramante, Firenze 2006, pp. 367-393. []
  94. A. Nibby, Analisi storico topografica antiquaria della carta de’ dintorni di Roma, Roma 1848-1849, II, p.444; G.Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori scultore ed architetti, a cura di G. Milanesi, Firenze 1878, II, p. 653. []
  95. Circa la produzione di Pontelli si veda, con bibliografia esaustiva precedente il recente lavoro di  J Gritti, Pontelli Baccio, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, Vol. 84 (2015). []
  96. Ch.L. Frommel, Il tempio…, 2006, p. 378-379. []
  97. F. Benzi, Paggio Pontelli a Roma ed il Codex Escurialensis,  in  Sisto IV. Le Arti a Roma nel Primo Rinascimento, Atti del Convegno Internazionale di Studi  a cura di F. Benzi con la collaborazioni di  C. Crescentini,  Roma 2000, p. 480. []
  98. A. Lipinsky, Oreficerie e argenterie.., 1966, p. 244. []