Anna Maria Ruta

daricova@hotmail.com

Le preziose ceramiche del caffè Irrera di Messina*

con la collaborazione di Giovanni Erbacci

DOI: 10.7431/RIV16112017

1. Introduzione

Un’atmosfera vibrante di segrete fascinazioni percorre gli interni e gli esterni di quei particolari ambienti che sono i caffè cosiddetti “storici”, tra i luoghi più interessanti delle città, grandi o piccole che siano, luoghi in cui di una città si può captare l’evoluzione dei costumi, dell’urbanistica, dell’architettura, l’organigramma sociale, economico e culturale. Spazi scenici tra il pubblico e il semi-privato, oggi si sono modificati, perdendo quel ruolo centrale, di rilevante importanza nella vita delle città, per riposare nel bagaglio delle cose perdute, rintracciabili solo dipanando il filo della memoria. E pensare che nel passato hanno contribuito ad alimentare rivoluzioni sociali e politiche, a sviluppare intuizioni di nuove poetiche e di movimenti artistici.

2. Il Caffè Irrera a Messina (Figg. 123)

Particolare è il caso del Ritrovo Irrera di Messina per le sue complesse e articolate vicende. La ditta Irrera era nata nel lontano 1897 per iniziativa del cav. Vincenzo Irrera, in corso Cavour, all’altezza dell’attuale piazza Antonello, ma aveva subito un tragico arresto nel 1908, quando un terribile terremoto in pochi secondi aveva raso al suolo Messina e Reggio Calabria e anche la casa degli Irrera.

Così nel 1911 l’attività commerciale si trasferisce in quello che sarebbe stato il “cuore” della neo-città, il suo salotto, nella palazzina S. Marco e nel 1925 nasce il nuovo Ritrovo Irrera, ricostruito in stile moresco con atmosfere da harem. Il locale ha subito successo, proprio per questa sua posizione centrale nella città, aprendosi con i suoi tavolini sul palcoscenico di quella piazza Cairoli, cui si arriva dal viale San Martino, cuore della nuova città con le sue moderne ed eleganti palazzine.

Era riferimento per tutti, luogo d’appuntamenti inequivocabile sia d’estate che d’inverno, perché tra i suoi tavoli venivano commentati fatti locali, nazionali e internazionali di notevole, ma talvolta anche di banale interesse.

Noto in tutto il mondo per i suoi gelati (spumoni, tartufi, i principe di Piemonte, le banane allo spiedo, i pezzi duri), per le cremolate e per il semplicissimo caffè, che qui era un’“altra cosa”, tutto vi era regolato da Renato Irrera, un uomo particolare, di pochissime parole, sempre presente fra i tavoli del suo locale, con la sigaretta in bocca, sia all’interno, in inverno, sia sulla piazza nelle belle giornate della tarda primavera o in estate. Punto di incontri, come tutti i grandi caffè, il suo Ritrovo, nel biennio 1929-1931, assurge alla dignità di caffè letterario nazionale, divenendo meta costante degli incontri domenicali fra Salvatore Quasimodo e Salvatore Pugliatti. «In un angolo della sala grande del Bar Irrera ‒ ricordava Pugliatti ‒ si parlava di letteratura, si commentavano cronache e critiche letterarie, si leggevano poesie: spesso quelle  che Quasimodo aveva composto durante la settimana»1. Ma attirava anche  letterati come Pirandello e come i più giovani Guglielmo Jannelli, Vann’Antò, Luciano Nicastro, Bartolo Cattafi, Lucio Piccolo, artisti come Beniamino Joppolo, Casimiro Piccolo e qualche anno dopo il giovane futurista Giulio D’Anna, la cui Libreria diventerà anch’essa vivacissimo luogo di incontri. Ma lo frequentavano anche uomini d’affari e industriali interessati alla ricostruzione della città, quasi un “Giubbe rosse” di Firenze o un “Caffé Greco” di Roma2.

Messina, purtroppo, e con essa anche il Caffè Irrera, subì una seconda distruzione nel 1944 ad opera delle fortezze volanti americane, che bombardarono la città per 45 giorni consecutivi, riducendola, come scrisse Stefano D’Arrigo, «un grande cimitero sotto la luna»3.  Gli Irrera ancora una volta non si arresero e nei primi anni Cinquanta videro un nuovo momento di resurrezione della città e dello storico Caffè, che riaprì il 5 gennaio 1944. Venne riscritto ulteriormente negli interni intorno al 1953 con taglio moderno dall’arch. Filippo Rovigo4, tra i protagonisti dell’architettura moderna messinese e non. La riscrittura del Caffè non è documentata, ma è conosciuta e la si legge nell’attenzione data al dialogo con il paesaggio urbano circostante, in cui Rovigo si allinea all’interessante lavoro svolto da tanti illustri architetti che facevano della città, rasa al suolo e ancora una volta in ricostruzione, un esempio non secondario di architettura moderna. Architetti come Adalberto Libera e Mario De Renzi come Giuseppe Samonà e Giuseppe De Cola, Camillo Autore, Vincenzo Pantano e Roberto Calandra, che mise in relazione Irrera con Rovigo, continuavano il lavoro svolto nel dopo-terremoto dai grandi Coppedè, Basile, Mazzoni, Piacentini, precedentemente attivi nella città.

3. La Messina dei primi anni Cinquanta

La Messina del dopoguerra ha un tessuto culturale ricco e vivace: «una città piena di vita e di trambusto» la definisce Bernard Berenson nel 19535 e vi dimorano scrittori come Stefano D’Arrigo, che lavora al suo capolavoro, Horcynus Orca e altri di passaggio come Elio Vittorini, che nel 1949 pubblica il romanzo Le donne di Messina, ma ancora poeti come Vann’Antò, Bartolo Cattafi e talvolta Salvatore Quasimodo. Perfino il giovane Leonardo Sciascia nel 1953 a Messina, per visitare la mostra Antonello da Messina e il Quattrocento siciliano, si sofferma al Caffè, scrivendone a sua volta. Vi si soffermano a discutere e dibattere anche intellettuali come Vincenzo Palumbo e pittori come Migneco, Renato Guttuso, Mazzullo, Saro Mirabella, Omiccioli, che facevano parte della “Scuola di Scilla”, sorta nell’estate del 1949. Allora Renato Guttuso con Mimise trascorse a Scilla le vacanze estive insieme con Giuseppe e Concetta Mazzullo, tutti insieme, in una casa a due piani con una magnifica vista sul mare, che influenzò non poco soprattutto il cromatismo del maestro. Guttuso aveva scelto Scilla per una vacanza di lavoro e lì era stato raggiunto da un gruppo di artisti che avevano fatto di questo magico luogo la sede anche delle loro vacanze e delle loro creazioni. La dimora estiva si ripeté nel 1950 e nel ‘516. Da Messina il “gruppo” di Guttuso, che era il maestro del realismo figurativo, veniva spesso raggiunto da amici come quel Giulio D’Anna, che, superata la fase futurista, si allineava alle nuove istanze e il già affermato Daniele Schmiedt. Nella città dello Stretto si succedevano convegni, mostre, collettive e personali, di artisti illustri, che vi facevano dimorare, più o meno a lungo, docenti universitari, registi, attori e cinematografari in genere e grandi attori e registi si rilassavano al Ritrovo Irrera. La città si reggeva proprio, nell’opinione comune, sulle tre colonne del Ritrovo Irrera, “la piazza”, la Libreria dell’Ospe, “la cultura” e il salone del barbiere Parisi, “il pettegolezzo”.

4. La nuova cultura

Gli anni dell’immediato dopoguerra avevano rinnovato e trasformato gli stilemi dell’arte e in qualunque genere l’entusiasmo per la modernità era esploso: forme e  segni erano divenuti sempre più sintetici e abbreviati e anche in Sicilia e a Messina l’astrazione si era affermata come sinonimo di nuovo e di moderno. Filippo Rovigo non è estraneo a questa lenta rivoluzione e opera già in questa direzione nei suoi interventi architettonici nella città, quando gli viene offerta l’occasione di rinnovare il locale degli Irrera. Poiché, al contrario di quello che credeva, si trova di fronte ad uno spazio non tanto grande per un salone che deve ospitare molta gente, un viavai di clienti, il progetto viene definito nell’ottica di far apparire la sala molto più ampia rispetto alle sue reali misure e nel lavoro di arredo vengono coinvolti artisti di fama, capaci di aiutarlo nelle sue finalità. Amico dell’arch. Calandra, come lo è anche lo scultore Giuseppe Mazzullo del “Gruppo di Scilla”, sposato con una Irrera, Rovigo gli si rivolge per una collaborazione diretta di questo, atta a valorizzare il salone e perché contatti il grande ceramista Pietro Melandri per la creazione di alcuni grandi pannelli ceramici da collocare tutt’intorno al locale sul lato esterno. La ceramica smaltata è di moda tra gli anni ‘40 e ‘50 e Melandri in quegli anni è intervenuto con pannelli, che hanno suscitato grande ammirazione e consenso, negli interni di alcuni locali pubblici, come il Cinema Metropolitan di Bologna (1948), l’albergo Duomo di Milano, inaugurato nel 1950, il Bar dell’Hotel Roma ancora di Bologna, i cui pannelli saranno poi collocati nell’ingresso del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, il Grande Hotel Bauer di Venezia (1956), per cui realizza due grandi pannelli, un San Giorgio e il drago e un Leone di San Marco. Gio Ponti ammira le sue capacità nel fondere l’abilità tecnica, lo stile raffinato e il “furore creativo”, la curiosità e il continuo desiderio di scoprire il nuovo. Alla fine degli anni Quaranta Melandri aveva già creato grandi smalti riflessati su commissione di Gio Ponti, conosciuto nel 1931 e con cui aveva ripreso più stretti contatti di lavoro nel dopoguerra, alcuni di questi smalti destinati ai nuovi arredi dei grandi transatlantici delle Linee Italiane, il Conte Grande, il Conte Biancamano e il Giulio Cesare. Della loro ristrutturazione era responsabile Gio Ponti, che vi aveva coinvolto tanti artisti e artigiani, tra cui Leoncillo Leonardi, Edina Altara, Fausto Melotti, maestro raffinatissimo in quest’arte. Riprendendo il mare, completamente rinnovati, il Conte Grande e il Conte Biancamano si riallacciano, dopo gli anni bellici, alle tradizioni di splendore dei transatlantici italiani, in cui non possono mancare per i passeggeri più colti ed esigenti riferimenti significativi all’arte. Nelle gallerie i pannelli ceramici luminosi di Melandri  riprendono il motivo delle lampade delle hall sia suoi sia di Lucio Fontana, che rappresentano i vari poteri.

Il Conte Grande, dopo il restauro durato sedici mesi, fa il suo viaggio inaugurale nel luglio 1949, mentre quello del Conte Biancamano, da Genova a Buenos Aires, avviene il 10 novembre dello stesso anno. Si sa che Melandri lavorò per queste navi su soggetti mitologici e sulle Quattro stagioni, icone tutte che ritornano nei grandi pannelli del Ritrovo Irrera. Giuseppe Mazzullo conosceva certo Melandri, perché nel 1942 aveva vinto il primo premio nel IV Concorso Nazionale della Ceramica di Faenza con il bassorilievo Maternità e infanzia (ora al Museo Internazionale della Ceramica di questa città) e aveva collaborato con lui, facendogli patinare alcune sue plastiche di popolane. Aveva, inoltre, forse, potuto vedere e ammirare i pannelli di Melandri nei due transatlantici, che nei viaggi inaugurali verso il Sud America avevano fatto sosta a Messina: e forse li avevano visti rimanendone colpiti anche l’arch. Rovigo e Renato Irrera. Non ci si deve dimenticare poi che a Messina dal 21 giugno al 13 luglio 1952 veniva organizzata la Mostra della ceramica d’arte italiana, nel cui catalogo non si legge il nome di Melandri, ma sì in una citazione di Giampiero Giani a pag. 24: «Né ci potrà sfuggire l’atteggiamento dell’organizzatore che di proposito inserisce in una mostra a carattere prettamente artigiano, testimonianze artistiche da Melotti a Melandri, a Leoncillo, da Fabbri a Parini, da Sassu alla Morandi Conti, presentando produzioni a carattere funzionale e decorativo». La citazione lascia presupporre, quindi, una sua partecipazione in extremis o in una sezione particolare della mostra, e per questo non in catalogo.

La ceramica aveva dovuto attendere la fine degli anni Venti e i Trenta e ancora i Quaranta, per raggiungere una straordinaria forma espressiva e affermarsi consolidando il rapporto tra arte, artigianato e industria, tra creatività dell’artista, realizzazione tecnico-industriale dell’idea e sua commercializzazione: anch’essa, quindi, si era emancipata divenendo da arte “minore” espressione artistica tout court.

L’Italia poteva annoverare nella sua storia le prestigiose manifatture di Vietri, la ceramica futurista  e non di Albissola e di Faenza, le varie produzioni regionali emerse tra le due guerre con una straordinaria impronta Déco fino all’Informale del secondo dopoguerra. E in Sicilia la ceramica non mancava di una sua grande tradizione, che andava dalla produzione dell’Istituto d’Arte di Caltagirone e della Scuola d’Arte di Santo Stefano di Camastra e di Monreale (Palermo) a quella di  artisti giovani e meno giovani come Giovanni De Simone e Andrea Parini, allora direttore dell’Istituto dell’ Istituto d’Arte per la ceramica di Nove (Vicenza). Dal 20 giugno al 1 luglio del 1963 a Palermo verrà allestita la Mostra delle ceramiche siciliane nella Galleria della Biennale Internazionale d’Arte della città.

5. I pannelli di Giuseppe Mazzullo (Figg. 45a5b5c5d)

L’arch. Filippo Rovigo, di raffinata cultura internazionale quale era, doveva certo conoscere le affermazioni di Van de Velde che sosteneva che l’arredamento influisce sullo stato d’animo per la naturale comunicazione emotiva che inevitabilmente stabilisce tra l’uomo e ciò che lo circonda e forse ancor di più conosceva il grido di Balla: «Rinnoviamo gli ambienti, si rinnoveranno le idee»7. Vuole quindi rinnovare le tipologie ambientali, specialmente nei locali pubblici, e pensa ad artisti affermati che possano felicemente collaborare con lui. Giuseppe Mazzullo8 è messinese, è parente degli Irrera e malgrado sia esperto di sculture in granito e non di ceramiche, si rivolge volentieri a Melandri, con cui ha già collaborato, per fargli realizzare nel laboratorio faentino (non pare, a memoria degli interessati, che Melandri sia mai venuto a Messina), sia i suoi propri pannelli sia i nuovi pannelli di creazione Melandri, che devono fare da vetrina al rinnovato Ritrovo Irrera. E per Melandri è una commessa molto importante. I pannelli di Mazzullo, di cm. 60 x 60, raffiguranti scene agresti e di caccia, vengono applicati tutt’intorno al bancone del bar, che serve ad articolare lo spazio in modo da farlo sembrare più ampio, mentre un altro pannello, più grande (cm. 250 x 200), raffigurante la favola di Orfeo, viene collocato alle spalle del bancone. Il soggetto mitologico viene quasi certamente suggerito a Mazzullo dal ricordo che nell’Esposizione universale di Parigi del 1937 il faentino aveva esposto un grande pannello sul tema mitico di Perseo e la Medusa: vuole sollecitarlo, quindi a collaborare con lui nella creazione di un altro personaggio del mito a lui noto. Ma Perseo ritorna con movenze e iconografia simili anche in uno dei pannelli dell’Irrera.

Nelle sue figure Mazzullo ostinatamente inclina verso la linea rotondeggiante e corposa, fedele al segno classico, pur se tendente ad un realismo espressionista, presente nella sua produzione degli anni Cinquanta e Sessanta, vicina alla poetica dell’amico Guttuso, con cui aveva avuto dimora comune a Scilla in due/tre estati di grande esaltazione artistica. Una direzione che non aderisce alle scelte del faentino, che, per questo forse o perché, da burbero benefico quale era, non amava in genere nessuno scultore ceramista, non ama molto neppure Mazzullo, scultore peraltro incline a un dettato segnico e a tecniche diversi dai suoi, pur se nella resa fittile dei suoi disegni, si sforza di rispettare le indicazioni del maestro siciliano.

Il pannello di Orfeo, in ceramica policroma, su uno sfondo marrone-rossastro, che ben si adatta al colore del legno dei banconi, incentra la favola antica dell’incantatore in un paesaggio esotico, da eden «incantato, dove grandi alberi, dai rami lunghi e tortuosi si stagliano, ai piedi di una sorgente d’acqua, di grande potenzialità espressiva. Animali di diverse specie (uccelli del paradiso, cerbiatti, uno scoiattolo, una scimmia, un gufo) popolano l’ambiente» (Giovanni Erbacci); donne di una fiorente, rorida nudità guttusiana, tipica comunque della scultura di Mazzullo, danzano, al suono del flauto di Orfeo, che incanta anche la fauna al pascolo. La vicinanza al modellato dell’amico Guttuso, in queste figure femminili, molto isolane, è palese e contrastante con quello che Melandri userà nei suoi pannelli. Un tocco più delicato, quasi poetico emerge nelle figure degli animali, nei cervi, nei caprioli, nei due uccelli del paradiso che si osservano uno di fronte all’altro ricordando certe famose coppie di animali presenti nei mosaici siciliani. E richiami all’arte classica si svelano anche  nella coppia dominante il lato destro del pannello in basso, che può evocare certe immagini di bassorilievi tre-quattrocenteschi con Adamo ed Eva. Lo stesso tocco poetico è visibile nei più piccoli pannelli che ornavano il bancone: piccole e articolate scene silvane dominate da eleganti animali al passo e momenti di caccia, in cui la violenza è velata, attenuata dal bisogno di guardare al paesaggio e all’animale nella sua vita e perfezione. Alberi, foglie, anche questi riconducibili ad esempi di arte antica, teneri cuccioli che allattano, cavalli al trotto animano poetici scorci di paesaggi. La violenza sull’animale cacciato sembra giustificata dal solo fine della nutrizione, anche nella scena del cinghiale, che è forse la più cruenta, ma non la più aggressiva: piccoli quadretti illuminati dalla luce esaltante degli smalti e della maiolica, i cui particolari e il cui taglio ricordano, e spesso da vicino, certe scelte tipologiche di Melandri, come la formella con antilopi, il pannello con scena di caccia e quello con caccia al cinghiale.

6. I pannelli di Pietro Melandri (Figg. 6789101112131415161718)

Melandri9 non ha invece una cultura tradizionale, né variegata, ma è un appassionato e attento lettore di vari argomenti e soprattutto di miti, dei cui volumi è ricca la sua biblioteca: là attinge, spesso senza un filo conduttore tra una storia e l’altra, immagini e particolari che la sua fantasia crea soprattutto di notte e che poi di giorno rivisita ed elabora. Le storie del ratto di Proserpina, di Europa, di Perseo e la Medusa, di Orfeo, della Donna foglia lo affascinano e ne ricrea le vicende secondo un suo gusto personale: è comunque istantaneo nella creazione delle icone e sotto le sue mani la materia palpita, le dita scivolano leggermente, al suo contatto si fanno tutt’uno con essa. Per le vetrine esterne del rinnovato Ritrovo Irrera, Melandri idea quindici grandi pannelli in ceramica maiolicata (piastrelle ricotte, su cui venivano colati gli smalti), realizzati a Faenza, le cui misure variano da un massimo di cm. 331 di altezza a cm. 142 di base. I pannelli, inediti, non figurano ancora nei volumi dedicati al faentino. Un’ex sua lavorante, oggi splendida ottantasettenne, donna Benita Tampieri, che ha recentemente comprato due dei pannelli del Caffè, ricorda ancora benissimo quando questi erano stati realizzati, nel 1953, e la fatica che era costata montarli  nel laboratorio piccolissimo del grande ceramista: tre mesi di lavoro incessante, tutto a mano, per creare le piastrelle prima di metterle in forno e stenderle nel ristretto spazio del laboratorio: a lavoro terminato, agli operai erano stati dati due giorni di vacanza e alla sig.ra Benita era stato anche regalato un bel vestito. Quando lo aveva indossato, si era fatta immortalare in una foto, che, datata, ha consentito oggi di poter sicuramente collocare nel 1953 la realizzazione dei pannelli.

Negli anni ‘60 questi, che si erano in parte staccati, furono restaurati molto bene, ma con notevole spesa, da un bravo ceramista di S. Stefano di Camastra. Furono poi ultimamente smontati alla fine del 1977 per la definitiva chiusura del Ritrovo, Melandri era sempre stato incline al segno moderno e, quando era rimasto unico proprietario della manifattura, ne aveva rivoluzionato la produzione dedicandosi a lavori fortemente innovativi, aperti a una dichiarata sperimentazione: le sue figure così si erano via via assottigliate e allungate. Nel dopoguerra collaborano con lui i maggiori protagonisti della ceramica del Novecento e il maestro dà vita ad una originale produzione che, pur rifacendosi alla tradizione faentina, rivela una modernità che fa di lui uno dei grandi ceramisti del suo secolo. Negli anni ‘50, la ceramica smaltata è di moda ed è adattissima al lavoro richiestogli. I pannelli, di color verde, tra cielo e mare, con picchettature violacee, di un colorismo mediterraneo, brillanti quasi come vetri, vengono collocati all’esterno, visibili agli occhi dei passanti e dei clienti del Ritrovo.

Memorie di figure metafisiche, corpi scarnificati e sottili, agili e incisivi, raffinati nell’eleganza delle vesti, molto curate negli insiemi e nei particolari, hanno per lo più forme femminili, forme più che corpi, perché il segno si è geometrizzato, giocando tra linea e colore. Le sorprese più interessanti questi pannelli le offrono però nei fondi, là dove le varie piastrelle geometrizzanti e irregolari nel taglio, vibrano di vita propria, come nei pannelli della Donna con ombrellino e dell’Autunno, in cui il gioco spaziale e cromatico degli elementi, tutti irregolari e caratterizzati, attrae sguardo e mente nell’interpretazione. Concretizzandosi, assemblate in tanti quadri astratti, queste piastrelle appaiono muoversi all’unisono con tante opere dell’astrazione pittorica contemporanea: qualche volta la loro quadrettatura, per la regolarità del taglio, crea addirittura come dei fitti reticoli.

Ma Melandri non imbocca in modo esclusivo questa direzione né, peraltro, quella figurativa. Destina l’astratto ai fondi facendo risaltare con sottili linee i profili dei personaggi attraverso una figurazione in equilibrio, nelle polemiche vivaci di quegli anni, tra realismo e astrazione. Così può rileggere le Quattro stagioni, soggetto già sperimentato nei transatlantici delle Linee Italiane, i cui prototipi vengono rimanipolati, sintetizzati, aggiornati, perdendo l’originaria patina culturale in favore dell’estrosità, come nell’Inverno o nell’Autunno. Può far rinascere il corpo snello e leggero di Perseo, ritornare a giocare con un particolare Arlecchino e con varie figure mascherate, da Carnevale di Venezia. Trovo spiritosa, deliziosa anzi, l’immagine del gallo, sopra un tavolino apparecchiato per la colazione, che potrebbe ben intitolarsi La colazione del mattino, emblema del Caffè, e interessante anche l’inserimento di oggetti o piccole immagini, come quadretti, in alcuni pannelli, quasi una citazione di oggetti del suo laboratorio o anche del Caffè, creati con estrema finezza segnica.

D’altronde non è estraneo a questo tipo di assemblaggio, perché negli anni Cinquanta crea varie formelle con diversi elementi del suo repertorio composti insieme, quasi come piccoli cataloghi o “pro memoria” cui attingere, i cosiddetti pannelli antologici.

Melandri guarda poi ad alcuni maestri contemporanei e qualche volta vi si ispira rielaborandoli. In particolare, negli anni Cinquanta, rivela dichiarati riferimenti a Picasso, che, in quel periodo, una sorta di mitica età dell’oro per la ceramica e non solo, contribuisce in modo determinante al suo rinnovamento.

Ma vi si leggono anche echi di Giacometti e di Gentilini, e di tante opere dell’astrazione pittorica contemporanea, laddove le linee sfiorano quasi il graffito nel bisogno di assottigliare il segno, di liberarlo dagli appesantimenti materici, dalle scorie corpose.

Scrive Giovanni Erbacci: “I dodici pannelli realizzati da Melandri (in realtà si è detto che i pannelli erano quindici ma di tre, forse in collezioni private a Messina, non è stato possibile recuperare informazioni)  sono tutti caratterizzati da grandissime dimensioni: hanno ciascuno una base che varia da un metro a un metro e quarantadue e un’altezza di oltre tre metri (cm. 331). Ogni pannello è composto da formelle irregolari che unite tra loro definiscono il pannello nella sua interezza. La scomposizione in formelle irregolari si rendeva necessaria per la cottura della ceramica, in quanto, a quei tempi, i forni erano di piccole dimensioni e di capacità molto ridotte, ma va anche osservato che, spesso, l’utilizzo di diverse formelle per ricomporre il pannello nel suo insieme non costituiva un difetto, in quanto permetteva di raggiungere un effetto di maggior dinamicità e matericità dell’opera nel suo complesso.

I pannelli presentano tre caratteristiche comuni, alquanto atipiche per Melandri: il colore dello sfondo affine a tutti i pannelli; una sola figura singola in ciascun pannello; la particolare tecnica a rilievo utilizzata per definire il contorno delle figure. Tutti i pannelli presentano uno sfondo sui toni di verde smeraldo con gradazioni che vanno dal blu al viola e con sfumature più o meno luminose e brillanti. Un’accurata tramatura (texture), che varia da formella a formella, ma che si ricompone poi per garantire una visione unitaria all’intero pannello, permette di dargli forza e movimento nel suo insieme. Lo sfondo nelle diverse formelle è realizzato sia tramite un uso sapiente dei colori che si fondono quasi liquefatti e si compenetrano, sia attraverso la sovrapposizione di segni astratti che seguono una trama originale e diversa da formella a formella. Tali segni si integrano nel colore armonicamente e rendono vivo lo sfondo attraverso un geometrismo astratto. In questo modo l’intero sfondo del pannello diventa un grande landscape che, da una prospettiva aerea, lascia sognare un’estensione infinita di campi e pianure verdeggianti. In alcuni di questi sfondi Melandri raggiunge risultati eccellenti, che ricordano le opere in ceramica prodotte da Fausto Melotti proprio in quegli anni ‘20.

Le tonalità del verde nei pannelli del caffè Irrera coinvolgono anche il soggetto rappresentato nel pannello, in un tutt’uno che si amalgama con lo sfondo, ma che al contempo emerge, grazie ai contorni evidenziati in rilievo e a raffinati tocchi di colore sapientemente dosati. In questo modo, l’insieme dei pannelli contribuiva a creare un ambiente con caratteristiche e tonalità omogenee e il visitatore che entrava, per bere un caffè o gustare un gelato in compagnia, si immergeva così in una atmosfera uniforme, verde e armonica nei suoi elementi costitutivi.

Ogni pannello esprime un soggetto singolo, spesso una figura di donna, che ricopre l’intera superficie. Il soggetto unico non è mai presente negli altri pannelli di grandi dimensioni  realizzati da Melandri, sia in quelli prodotti prima della guerra, centrati spesso su imponenti composizioni di stampo mitologico e classicheggiante, sia in quelli del periodo post-bellico, in cui propone composizioni ricche di soggetti, abbandonandosi spesso a composizioni fantastiche, oniriche, di delicata bellezza, come, ad esempio, i pannelli che rivestivano le pareti del bar dell’albergo Roma di Bologna, del 1959. Altre volte si abbandona a rievocazioni di carattere documentale e celebrativo, come, ad esempio, nel grande pannello La Sicilia (m. 4,30 x 1,5)  realizzato nel 1957 per il negozio Barbisio di Palermo10.

Questo aspetto, in particolare, è abbastanza singolare e fa pensare che Melandri avesse avuto delle precise indicazioni soprattutto da parte del maestro Mazzullo o dell’architetto Rovigo, espressione del modernismo messinese, dal momento che ci aveva abituati a pannelli ricchi di figure, di storie e di simboli che con abbondanza ne riempivano la superficie, qui assenti. Anche la tecnica utilizzata nei pannelli di Messina è singolare, in quanto, a nostra conoscenza, è la prima volta che Melandri disegna figure di grande dimensione, semplicemente evidenziandone i contorni con rilievi decisi, di grosso spessore. Secondo la testimonianza di una delle ultime lavoranti di Melandri ancora in vita, (Benita Tampieri), per realizzare quei contorni a rilievo, spessi, le lavoranti usarono una macchina artigianale ideata dai ceramisti faentini per modellare i manici delle stoviglie in ceramica. La macchina faceva uscire a flusso continuo una striscia di creta secondo lo spessore richiesto, che veniva stesa sul pannello per delineare le figure. I pannelli rappresentano ciascuno una figura di donna, ad eccezione di tre che rappresentano rispettivamente un danzatore, un arlecchino e un gallo in posa su di un tavolo. Non è dato sapere se i soggetti fossero stati indicati dal progettista o, più probabilmente, fossero frutto della fantasia del maestro. Melandri, in quegli anni, dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale che gli avevano distrutto parte della casa e del laboratorio, è pronto a ripartire con tenacia, manifestando una innovata creatività artistica che si protrae per tutti gli anni ‘50 e parte degli anni ‘60. Le figure stilizzate, protagoniste dei pannelli, esprimono al meglio questa nuova creatività seguendo un dinamismo leggero e disinvolto, mai superficiale”.

Con la sua scoppiettante fantasia, così, Melandri crea icone, che mantengono solo esili legami con le conoscenze culturali acquisite, con i ricordi di insaziabile lettore, icone che spesso nascono nelle notti, tra il sogno e la veglia o di giorno, mentre le sue mani lavorano con fervore quasi esaltato. A ragione, è stato ed è ancora giudicato forse il più grande o comunque uno dei più grandi ceramisti della ceramica moderna. E lo storico Ritrovo Irrera, ahimè oggi non più esistente, poté per anni mostrarne al suo raffinato e colto pubblico la bellezza e la preziosità: artisti per un Caffè di artisti.

* Il mio vivo ringraziamento va a Marco Arosio, che per primo mi ha fatto conoscere i pannelli di Pietro Melandri e quindi a Renato, Olimpia e Vittoria Irrera, che mi hanno illuminato su molti fondamentali risvolti della storia del Ritrovo.

Ringrazio inoltre la signora Benita Tampieri per la sua squisita disponibilità all’informazione, Claudia Casali e Marcela Kubovova del MIC di Faenza, i proff. Gioacchino Barbera e Sergio Palumbo, i proff. architetti Vincenzo Melluso, Renata Prescia, Matteo Jannello, per le sollecite risposte offerte alle mie carenze conoscitive nel campo architettonico.

Ho trattato questo argomento nel I volume di Ceramica e Arti Decorative del Novecento, a cura di G. Erbacci – L. Fiorucci – G. Levi – A. Rossi Colavini – V. Sogaro, Verona 2017.

  1. D. Buonfiglio, Il Gran Caffè Concerto Irrera a Messina, Primo Piano, 1/1, 18 Marzo 2006. []
  2. Ibidem. []
  3. S. D’ARRIGO, Horcynus Orca, 2003, p.1052. []
  4. Montalbano Elicona 1909 – Messina 1984. []
  5. B. Berenson, Viaggio in Sicilia, 1955. []
  6. S. Palumbo, Renato Guttuso e la “scuola di Scilla”, in “Kalós. Arte in Sicilia”, XII, n. 3, Palermo, luglio-settembre 2000, p. IX sgg.; S. Palumbo, Tavolozza e pennelli per luminose marine, in “Gazzetta del Sud”, 29 aprile 2007, p. 19; S. Palumbo, D’Arrigo, Guttuso e i miti dello Stretto, Valverde (CT), 2016. []
  7. G. Balla, Manifesto Ricostruzione futurista dell’Universo, 11 marzo 1915. []
  8. Graniti, 15 febbraio 1913 – Taormina, 25 agosto 1988. []
  9. E. Gaudenzi, Pietro Melandri (1885-1976), Faenza 2002. []
  10. Cfr. Capoferro, G. Erbacci, L. De Cara, G. Scognamiglio, M.T. Solaroli La Sicilia: un grande pannello inedito di Pietro Melandri, in Ceramica ed arti decorative del Novecento – 1, a cura di G. Erbacci, L. Fiorucci, G. Levi, A. Rossi Colavini, V. Sogaro, Castel d’Azzano (VR) 2017, pp. 79-105. []