Anna Maria Alaimo

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Un mecenate-collezionista nella Sicilia del XVIII secolo: don Agesilao Bonanno Joppolo, duca di Castellana

DOI: 10.7431/RIV17082018

Il collezionismo privato in Sicilia ha nei secoli consentito la creazione di preziose raccolte spesso confluite in prestigiose istituzioni museali1. Le potenti famiglie delle élites isolane, protese ad esplicitare rango e ruolo sociale per il tramite di oggetti e beni di lusso, animavano un vivace mercato. Grande interesse hanno da sempre destato le potenti dinastie: famiglie quali i Ventimiglia, i Branciforte, i Moncada, i Colonna sono state oggetto di studi approfonditi. Ma tra le pieghe della storia si celano innumerevoli altre vicende che si svelano grazie alla ricerca d’archivio. Le carte, secondo l’opinione di Vincenzo Abbate «[...] corrose sì ma preziose – [...] continuano a dipanare e rendere più nitida l’immagine di realtà ormai perdute per sempre»2. In molte occasioni eminenti studiosi hanno ribadito l’importanza della ricerca archivistica: Maria Concetta Di Natale, nel lamentare «la mancanza quasi totale di opere superstiti per il XV e XVI secolo»3  ad esempio, giunge alla conclusione che «la ricchezza delle case nobili siciliane è anche documentata da taluni inventari di beni dotali del periodo»4. D’altronde, ancora Vincenzo Abbate osserva che «L’ininterrotta ricerca d’archivio condotta […] sulle fonti più disparate ha portato negli anni a un giro sempre più vasto di conoscenze e di approfondimenti di cui si sono avvalsi gli studi di storia delle arti in Sicilia»5.

Le carte possiedono mirabili capacità evocative: dinamiche famigliari e contesti sociali si esplicitano tramite la descrizione degli oggetti. Dipinti, suppellettili, intrecci aurei e trame argentee ci parlano di potere e di prestigio spesso perduti. Ori, argenti, perle, smalti, coralli, pietre preziose, ricami, fogge particolari ed elaborate: tutto concorre a ricreare virtualmente un patrimonio non più esistente, fornendo allo stesso tempo informazioni puntuali e attendibili circa le reali risorse economiche dei protagonisti e la loro cultura materiale.

Personaggi appartenenti a famiglie un tempo prestigiose, ormai irrimediabilmente cadute nell’oblio, si raccontano attraverso i documenti, lasciando trapelare dinamiche socio-economiche complesse e inaspettate.

Don Agesilao Bonanno Grisafi Ioppolo Gianguercio e Spadafora, erede e illustre esponente di una dinastia di alto lignaggio, rientra a pieno titolo nella casistica citata6.

1. Il ruolo sociale del duca di Castellana

Nato nel 1711 da Melchiorre Bonanno Afflitto, Duca di Castellana, e da Antonina Joppolo Spadafora7, don Agesilao fu particolarmente longevo: secondo quanto riporta Biagio Alessi, infatti, il duca morì «[...] a Palermo il 13 gennaio 1795, a 84 anni di età; fu sepolto nella chiesa di San Giuseppe dei Padri Teatini ai quattro Canti di Città, dove viveva suo fratello Antonino sacerdote che aveva abbracciato la regola di San Gaetano da Thiene»8. Lo stesso Alessi sostiene che il Bonanno «appartenne all’aristocrazia siciliana illuminata del Settecento fortemente arricchitasi per le favorevoli condizioni economiche del tempo»9. L’eminente personaggio fu Grande di Spagna, Principe di Sant’Antonino, Duca di San Biagio, Duca di Castellana10. Rivestì molte prestigiose cariche, tra le quali, si segnalano le più significative: nel 1737 fu Governatore della Compagnia della Pace; svariate volte fu Governatore del Monte di Pietà; nel 1760-1761 venne nominato Capitano di Giustizia; fu Pretore della città e Rettore titolare del Grande Ospedale11.

Le cronache dell’epoca riferiscono fatti che contribuiscono a delineare personalità, peso, prestigio politico e culturale del personaggio. Accadeva, ad esempio, che la reinvestitura del viceré marchese Fogliani nel 1761, venisse fastosamente celebrata dalle élites gentilizie12 e che il diligente marchese di Villabianca riferisse che, in tale occasione, «Il pretore duca di Pratoameno e il capitano duca di Castellana, sotto li 30 luglio e 7 agosto 1761, han tenute in di lui ossequio serate molto splendide e feste in loro case coll’intervento di tutta la nobiltà»13. A riprova delle sue doti di buon amministratore della cosa pubblica, ad esempio, ancora il Villabianca riportava che «ebbe il piacere il pretore duca di Castellana di lasciare nel fine del suo governo, nel 1771, onze cinquemila nella cassa della colonna frumentaria»14. Rapporti cordiali dovettero correre tra il duca di Castellana e il bey di Tunisi se la medesima fonte riferiva uno scambio di particolari, esotici doni tra i due personaggi; «In aprile 1771. Capitarono al Senato 72 giovenchi di Tunisi, e con essi il regalo fatto dal bey di Tunisi al duca di Castellana, pretor di Palermo, di un cavallo barbaro, di una pecora barbaresca con una coda larghissima, uno stallone e una gazzella, ossia spezie di cerva, e finalmente un addrizzo di cavallo di velluto nero, trinato e ricamato d’oro. Tal regalo fu un compenso delli due mulaccioni di carrozza, che avea regalato detto duca di Castellana al detto bey di Tunisi»15. A Gaspare Palermo dobbiamo infine la notizia secondo la quale una piccola statua di Santa Rosalia, esistente nell’Aula Senatoria del Palazzo Pretorio a Palermo, veniva «ristorata nel 1769, trovandosi Pretore D. Agesilao Bonanno, Duca di Castellana, come il tutto ricavasi dalla iscrizione, che vi è sotto scolpita»16.

Il ruolo sociale del duca di Castellana è ulteriormente attestato da un interessante, inedito carteggio nel quale don Antonino Montaperto, duca di Santa Elisabetta, affidava la gestione dei suo beni proprio a don Agesilao Bonanno, nel quale apertamente riponeva tutta la sua fiducia17.

2. La famiglia, gli affetti

Il 29 aprile 1739 venivano redatti i Capitoli matrimoniali di donna Antonia Massa, Caccamo, e Branciforti di anni 18, figlia di Don Cristoforo Massa e Galletti Duca di Castel di Iaci, conte di san Giovanni la Punta, e di donna Rosalia Massa, Caccamo e Branciforti Duchessa di Castel di Iaci, e Don Agesilao Bonanno, e Joppulo, duca di Castellana figlio del quondam don Melchiorre Bonanno e di donna Antonina Bonanno Joppulo18. I lunghi capitoli, adeguatamente corredati da ricchi inventari di lussuosi beni che avrebbero consentito agli sposi di vivere una vita agiata nelle sale del palazzo Castellana, sono rivelatori del forte ruolo economico delle prestigiose famiglie coinvolte19. Dal matrimonio con donna Antonia Massa e Branciforti sarebbero nate tre figlie: la primogenita, Maria, avrebbe sposato don Giovanni Gioeni e Valguarnera duca d’Angiò e principe della Petrulla; la secondogenita, Rosalia, si sarebbe unita in matrimonio con Lucio Denti e Lucchese duca di Pirajno; la terza figlia di Agesilao Bonanno, donna Giuseppa, avrebbe sposato Carlo Cottone principe di Castelnuovo20. Dal matrimonio della figlia Maria con il duca d’Angiò nasceva un sospirato erede maschio, chiamato – in onore del potente nonno – Agesilao, destinato sin dalla nascita a subentrare nei titoli e nei feudi. Il duca di Castellana, infatti, nominava proprio il nipote Agesilao suo erede universale e, nel malaugurato caso di una morte prematura dell’erede designato, istituiva erede universale il suo «dilettissimo Nipote Don Vincenzo Denti, e Bonanno Duca di Pirajno»21. Colpiscono le frasi utilizzate, usuali a quel tempo, che chiariscono quanto fossero stringenti le regole cui il ceto nobiliare doveva sottostare e quanto soffocanti fossero certi vincoli. Ricordiamo che la nobiltà del tempo era ancora fortemente soggiogata dal sistema di trasmissione dei beni mobili e immobili, regolata dal fedecommesso primogeniale agnatizio. Il fedecommesso, ovvero la disposizione testamentaria per la quale l’erede ha l’obbligo di conservare, mantenere e trasferire integralmente il patrimonio ereditato, aveva una sua logica dal momento in cui, così facendo, si pensava di mantenere la potenza economica e il prestigio socio-politico del casato. Al fedecommesso si aggiungeva il maggiorascato, ovvero l’obbligo di trasmettere il patrimonio all’erede maschio più prossimo in linea di discendenza. Secondo Simona Laudani, questo sistema di trasmissione dei beni aveva come conseguenza quella di produrre

«contraddizioni tra la linea di primogenitura e le linee collaterali, tra gli interessi paterni e quelli dell’erede, tra le convenienze della proprietà feudale e quelle del credito e del mercato. Una doppia natura regolatrice per un verso e destabilizzatrice dall’altro, insomma, che rispecchiava lo scarto tra istituto giuridico e realtà fattuale, tra rappresentazione di status e dinamiche familiari»22.

Proprio per le stringenti, soffocanti regole in vigore, il duca di Castellana designava come suo erede universale, nel tragico caso in cui tutti i figli nati dalle proprie figlie femmine fossero drammaticamente premorti, don Francesco Bonanno e Borromei duca della Cattolica. Il Nostro aveva parole d’affetto anche per la nipote donna Antonia Denti e Bonanno, figlia della secondogenita donna Rosalia, monaca professa nel monastero del Cancelliere con il nome di suor Lucia Rosa Denti e Bonanno. Dal testamento si evince che due nipoti del duca, don Vincenzo Denti e Bonanno, figlio della secondogenita Rosalia e donna Isabella Gioeni e Bonanno, figlia della primogenita Maria, avevano contratto matrimonio. Don Agesilao istituiva legati per il proprio fratello, definito «amatissimo», Don Antonio Bonanno Teatino, cui legava trenta onze annuali e per la propria sorella monaca professa in Santa Caterina, cui ne legava venti23. Nel testamento venivano citati i due generi, mariti delle figlie, al tempo viventi, cui il Nostro legava doni preziosi. Al marito della primogenita premorta donna Maria ovvero a don Giovanni Gioeni duca d’Angiò e Valguarnera il duca assegnava «il Bastone con pomo d’oro, e brillanti ed orologio in detto pomo, qualora non premorisse»; al marito della terzogenita donna Giuseppa ovvero don Carlo Cottone principe di Castelnuovo e Villarmosa, definito «mio carissimo genero» una Scatola «ò sia Tabacchera d’oro»; infine, al nipote duca di Pirajno, Don Vincenzo Denti, e Bonanno, figlio della secondogenita donna Rosalia, il cui marito don Lucio Pirajno era premorto, spettava «una Scatola d’oro ò sia Tabacchera ed uno Stuccio di Diamanti».

3. Il duca di Castellana, mecenate e patrono

Desta interesse il rapporto che don Agesilao Bonanno ebbe con artisti del tempo quali il pittore-letterato padre Fedele da San Biagio e l’incisore-architetto corleonese Giuseppe Vasi24.

Quest’ultimo godeva di chiara fama già presso i suoi contemporanei. Proprio Padre Fedele da San Biagio elogiava nella sua opera il «Cavalier D. Giuseppe Vasi Siciliano della Città di Corleone, Pittore, Incisore ed Architetto, che fece sempre onore alla Nazione, coll’opere sue incise di architettura, specialmente colli dieci libri di roma, espressati e descritti con erudizione [...]»25. Il marchese di Villabianca riportava la notizia che «Correndo fra le opere incise del cavaliere Giuseppe Vasi due gran carte, una della veduta della basilica di S. Maria Maggiore, e l’altra del corso del Tevere nella città di Roma, quella della basilica si vede dedicata al nostro senato di Palermo di questa sede della IV Ind. 1770 e 1771, e l’altra del Tevere è consacrata al solo Agesilao Bonanni, duca di Castellana, grande di Spagna»26. Nella lunga dedica il Vasi lasciava trapelare rispetto e gratitudine per il signore feudale, ricordato con dovizia di titoli: «A Sua Eccellenza il Sig. D. Agesilao Bonanni Grisafi Ioppolo Gianguercio e Spadafora Principe di S. Antonino Duca di Castellana & Pretore e Capo del Senato di Palermo, Grande di Spagna di prima Classe. L’umilissimo divotissimo ed obbligatissimo Servo Giuseppe Vasi Conte Palatino e Cavaliere dell’Aula Lateranense l’anno 1771». La qui ricordata dedica conferma quanto espresso da Martine Boiteux, secondo la cui opinione «Giuseppe Vasi, con le diverse e numerose attività, sembra essere tutto romano, ma pur vivendo da anni a Roma, non dimentica le sue origini siciliane e mantiene i contatti con la Sicilia, sia sul piano umano che professionale»27. Giuseppe Vasi, anche se ormai lontano dalla natìa Corleone, ricordava con riconoscenza la figura del duca di Castellana, suo più che probabile mecenate.

Certo e documentato è il legame tra il duca di Castellana e il pittore-letterato cappuccino padre Fedele da san Biagio, al secolo Matteo Sebastiano Palermo Tirrito. Lo stesso padre Fedele chiarisce i suoi rapporti con il duca di Castellana: nella sua opera Dialoghi sopra la Pittura difesa ed esaltata dal p. Fedele da S. Biagio pittore cappuccino col sig. avvocato D. Pio Onorato Palermitano Alla presenza dè suoi Allievi nella bell’Arte disposti in quindici giornate, data alle stampe a Palermo nel 1788, utilizzando lo stile retorico e ampolloso che lo contraddistingue, nella lunga dedica a don Giovanni Gioeni e Valguarnera, esprimeva la sua riconoscenza con queste parole: «sembrandomi […] che arrida al mio innocente pensiero nella scelta del mecenate un altro Signore dè più saggi, e zelanti Baroni del nostro Regno colla di lui sagace Consorte, qual’è per appunto il mio amabilissimo Principe, Duca di Castellana, S. Biagio, e S. Antonino…cui da gran tempo consegrai un altro mio Libretto per l’immensi beneficj da lui ricevuti28 (Figg. 12); e mi lusingo nel caso presente, che Egli più di ogni altro mostrerà benignamente piacere, vedendo, che io ad altro Personaggio non mi rivolgo, che al dilettissimo suo Genero, che gode il possesso della più amabile Consorte nella saggia, virtuosa, e primogenita sua Figlia»29. Padre Fedele ammetteva dunque di aver avuto sostegno e patronato sia da don Agesilao Bonanno – definito mecenate – sia dal genero di costui, don Giovanni Gioeni e Valguarnera, duca D’Angiò – definito Protettore delle arti – e di questo si dimostrava profondamente grato. A parlare del legame tra padre Fedele e il duca di Castellana è anche il citato Biagio Alessi30. Lo studioso afferma che Don Agesilao Bonanno «possedeva una ricca e interessante quadreria con tele di grandi autori tra cui Mattia Stomer, il palermitano e poco noto Datini, Pietro D’asaro e altri»31. Una lettura scrupolosa dell’opera del frate cappuccino sambiagese ci consente di entrare ancora più nel dettaglio di quella che dovette essere la quadreria del duca di Castellana, ben nota a padre Fedele che, in tutta evidenza, frequentava e dunque conosceva le dimore e gli spazi privati di don Agesilao. Parlando dei dipinti del pittore Pietro d’Asaro, infatti, padre Fedele, rivolgendosi a don Pio, riferiva che «In due Anticamere del Sig. Duca di Castellana, e di S. Biagio, Principe di S. Antonino & c. ne trovarete molti di buon gusto: ma oscurati ancora, sopra le Portiere ristretti, ed accomodati[...]»32. E ancora, in riferimento al nipote del Calandrucci, il pittore Datini, il frate sambiagese ricordava di avere visto un suo quadro «in un Anticamera del Signor Duca, e Principe di Castellana,  S. Biagio, e S. Antonino, che rappresenta la Samaritana, che parla col Nazareno vicino al pozzo[...]»33. Alcuni inediti documenti consentono, ancor meglio delle pur scrupolose descrizioni del frate sambiagese, di far luce sulla dispersa quadreria del signore feudale don Agesilao Bonanno-Castellana. Lo studio dei fondi archivistici dei notai delle famiglie a vario titolo legate al Duca di Castellana, nell’arco temporale che va dal 1704 al 1795, ha prodotto una mole di carte di alto valore storico quali capitoli matrimoniali, patti dotali, testamenti che quasi sempre sono ben corredati da inventari spesso dettagliati, minuziosi, che descrivono puntigliosamente ogni singolo oggetto, dal più prezioso al più umile e nell’ambiente in cui esso si trova, un censimento dei beni posseduti, in definitiva.

Secondo l’opinione di Giuseppe Cantelli «Il censimento dei beni culturali di un territorio è l’unico mezzo reale per comprenderne lo spessore storico ed economico»34. Lo stesso metodo è applicabile anche nel momento in cui si vogliano delineare i contorni patrimoniali di un casato patrizio. Nel nostro caso di studio, la dispersione del patrimonio riconducibile ai Bonanno-Castellana è stata pressochè totale35. In un saggio dedicato alla dimora di una importante famiglia nobile siciliana Giovanni Travagliato spiega che «Non si può studiare l’evoluzione di una fabbrica ed il formarsi di collezioni d’arte prescindendo dalla conoscenza [...] della storia politica economica sociale da una parte, umana e familiare (committenze, matrimoni, testamenti, compravendite, cambiamenti di residenza, di gusto, di destinazione d’uso, di condizione economica…) dall’altra»36. Di fatto, i documenti ufficiali che, nei secoli, hanno segnato le tappe fondamentali nella vita quotidiana dei nobili – in questo caso specifico dei Bonanno di Castellana ‒ recano tracce indelebili delle loro esistenze: capitoli matrimoniali e testamenti offrono uno spaccato di vita vissuta, una testimonianza densa e intensa del pensiero e della cultura egemone37. Come già premesso l’unica maniera di tracciare almeno i contorni di ciò che è stato il patrimonio di Agesilao Bonanno è la ricerca documentaria.

Nei citati Capitoli matrimoniali stilati il 29 aprile 1739, a suggello dell’unione tra donna Antonia Massa, Caccamo, e Branciforti e il nostro don Agesilao Bonanno, e Joppulo, duca di Castellana, veniva scrupolosamente annotato un ragguardevole patrimonio di beni mobili e immobili38.

La ricchezza del patrimonio portato in dote a don Agesilao dalla sua illustre sposa, era tale da essere stato stimato da periti del calibro di Rosario Interguglielmi ed Olivio Sozzi, per quanto atteneva ai numerosi dipinti e a Francesco Sidoti, Antonino Augusta e Pietro Matta per quanto riguardava gli altri beni mobili39. La relazione del Sozzi e dell’Interguglielmi si rivela preziosa per comprendere la ricchezza e le dimensioni della quadreria del duca di Castellana, che si rivela essere ben più vasta di quella cui accennava il nostro Padre Fedele da San Biagio.

4. Collezioni e dimore

La ricca galleria di dipinti che nel 1739 andava ad impreziosire le sale del palazzo Castellana si caratterizza per la varietà dei soggetti rappresentati. I dipinti a soggetto sacro manifestano temi cari alla Controriforma; tra questi va senz’altro annoverato il «quadro dell’esaltazione della Croce con cornice piccola nera ed oro» che Olivio Sozzi e Rosario Interguglielmi stimavano per onze tre e tarì ventiquattro. Altro tema molto caro era quello della Natività, presente in un quadro con cornice piccola nera ed oro. Tra i santi rappresentati l’immancabile Santa Rosalia, ma anche San Giovanni, la Sacra Famiglia, «li santi tre Re immagi», due quadri con L’Immacolata Concezione. I due artisti-stimatori ci danno una preziosa informazione per quanto riguarda alcuni quadri in particolare; troviamo infatti la stima di «dui quadri, cioè uno di S. Bartolomeo, e l’altro la Coronazione per la sua arte, e perizia l’hanno apprezzato valere per onze quindeci con cornice dorati». In questo caso non vengono forniti elementi per individuare gli esecutori, anche se viene sottolineata l’importanza delle opere. In un caso, tuttavia, il Sozzi e l’Interguglielmi non si limitano ad una mera valutazione e forniscono preziose informazioni circa l’autore delle opere stesse. Infatti, troviamo la descrizione di «due quadri cioè uno di San Francesco di Paula, e l’altro di San Francesco Saverio con cornice ordinaria addorata mano del Morrialese per onze trentacinque»40. Alcuni soggetti rivelano interesse storico come il quadro «dell’assedio di Vienna con cornice addorata»; altri rivelano l’aderenza al gusto della pittura di genere come i «numero sei quadri di paisaggi con cornice piccola addorate di otto e sei», il «quadro lungo sopra porta di paisaggi con cornice addorata all’antica», e ancora «un quadro di frutti di quattro e cinque con cornice d’oro liscia«. Desta interesse anche il «quadro di prospettiva di dieci, e sei con cornice addorata», con tutta evidenza una grande opera che doveva, da sola, adornare la parete di un camerone. Non potevano mancare i soggetti adeguati alle alcove e infatti troviamo la descrizione di «un quadro di transito di vergini di otto, e sei senza cornice» e di un accattivante «intrigo di pottini per sopra arcova con cornice addorata». Andavano molto di moda i sovraporta e la futura duchessa di Castellana ne portava alcuni in dote: ritroviamo infatti le descrizioni di «due sopraporti sperlonghi con cornice ordinaria addorati» e ancora «dui sopraporti con cornice bianchi per onze tre». A completare questa interessante quadreria si aggiungevano un «quadro della Maddalena di quattro e cinque con cornice addorata», «due quadri di Florinda, e Tancredi con cornice addorata» e «dui quadri, cioè uno di Seneca svenuto, e l’altro di Mutio Scevola con cornice addorata di duodeci, e novi per onze quindeci». A perfezionare l’arredo dei saloni di palazzo Castellana si aggiungevano una serie di preziose suppellettili, stimate da Francesco Sidoti, Pietro Matta e Antonino Augusta. Ricordiamo i «dui specchi grandi con Imposti di oro con lumi di quattro quarti e menzo l’uno per onze sedeci»; e ancora «altri due specchi più grandi con lume di cinque quarti, e menzo l’uno con cornici ed imposti di oro per onze ventiquattro» e infine «altri due specchi con lume di quattro quarti e mezzo l’uno con  cornici di cristallo per onze duodeci». Imprenscindibili elementi d’arredo del tempo erano proprio specchiere e lumiere: i Cammaroni dei palazzi dovevano sfolgorare di lucenti specchi, come quelli che Don Giuseppe Emanuele Ventimiglia e Statella, principe di Belmonte, commissionava agli intagliatori Girolamo Carretto e Giuseppe Marabitti e all’indoratore Giuseppe Erbicella, che si assumevano l’incarico di eseguire per il citato Principe «quattro cornici di specchi cioè due grandi di quarti sei ai quali debbano mettersi due gionte di specchi di cinque quarti cioè una per ogni una e due altre gionte di specchi di quarti quattro nella cimasa, e tutti li bordi di specchi laterali con il fondo di sotto con farci l’intagli a tenore del disegno controsignato dal principe, ed indorarli con oro zecchino alla veneziana ed altre due simili meno un quarto cioè li lumi meno menzo quarto [...] e consegnarli per tutti li 20 dicembre 1755 i grandi e il 15 gennaio 1756 i piccoli»41. La quadreria del duca di Castellana è ancora documentata al momento della morte del signore feudale. I lunghi inventari redatti in tale occasione documentavano la presenza di ben 67 quadri in pittura tra grandi e piccoli. Venivano inventariati anche «un quadretto con l’Immagine di Gesù, Maria, e Giuseppe in lanna d’argento», «numero 14 quadretti di Pietra con sua cornice tonda» e «numero 4 quadretti piccoli di cristallo con figure». Il Duca di Castellana, dunque, si rivela mecenate e protagonista del collezionismo privato in Sicilia. L’Alessi ha ipotizzato che la quadreria del Duca di Castellana potesse essere allocata alla Noce, «nella casena con “nobil podere”, della prima metà del Settecento, la stessa che in seguito venne trasformata in villa residenziale da Giuseppe Emanuele Ventimiglia principe di Belmonte»42. In questa sede avanziamo l’ipotesi che la perduta quadreria del Duca di Castellana potesse, anche e più probabilmente, trovare posto nel palazzo avito sito nell’attuale salita Castellana, dimora che il nobile faceva ammodernare nella metà del XVIII secolo43. Tra le molte, inedite notizie relative alla riconfigurazione della dimora magnatizia di Don Agesilao Bonanno Ioppolo in questa sede ci limitiamo a segnalare che il primo febbraio 1755 Don Carlo de Luca Pictor e mastro Salvatore Calandra falegname si impegnavano con Agesilao Bonanno «a fornire centosettantadue cassettine di legno di tiglio uguali alla mostra torchina con pittura»44. Ancora il 22 agosto 1755 Don Antonino Interguglielmo Ingegniero sottoscriveva la «Relazione misura e stima delle opere di mastro d’ascia fatti da Gaspare Anfuso, per servizio delle Case e Botteghe possessi dal Eccmo sig Duca di Castellana, site e poste in questa citta di Palermo nella strada maestra della Conciaria»; questi lavori venivano stimati per onze 13.8.1745. Nella medesima data il Duca affidava opere per «serviggio della nova camera d’inverno fatta nel palazzo dell’Ecc.mo signor Duca di Castellana esistente in questa città di Palermo nel quartiero di S. Margherita e nel piano del Monasterio delli Vergini». Stavolta le opere dovevano essere eseguite «à tenore delli Capitoli fatti dal Reverendo Sacerdote Don Nicolò Palma» e venivano sottoscritte dall’ingegnere Antonino Interguglielmo46.

Infine desta interesse il documento nel quale il 12 settembre 1757 il duca Agesilao Bonanno  e l’intagliatore Giuseppe  Marabitti si impegnavano per «due tremò in tavolatura e d’intaglio di altezza palmi diciassette e larghezza palmi sei e mezzo con le sue cinte di ferro  per servizio del camerone del duca a tenore del disegno fatto dal Crocifero Reverendo Padre Lombardo»47.

Non abbiamo al momento notizie sul destino delle opere possedute dal duca Di Castellana. Si aprono, tuttavia, ipotetici e suggestivi scenari legati ai rapporti famigliari che il Nostro aveva con due personaggi che, pochi anni dopo la morte di don Agesilao, avrebbero consentito, grazie alle loro generose donazioni, la creazione del Museo della Regia Università di Palermo48. Ci riferiamo a Carlo Cottone principe di Castelnuovo e a don Giuseppe Emmanuele Ventimiglia e Cottone, principe di Belmonte, zio materno del primo. Il legame tra don Agesilao e il principe di Castelnuovo è molto forte, avendo quest’ultimo contratto matrimonio con la terzogenita figlia del Nostro, donna Giuseppa Bonanno e Massa49. Più evanescente sembra essere il legame con il principe di Belmonte, zio del principe di Castelnuovo. Tuttavia, sebbene poco documentato, un legame esisteva: il principe di Belmonte aveva infatti acquistato la casina alla Noce da don Agesilao Gioeni e Bonanno, figlio del duca d’Angiò-Valguarnera e nipote, nonché erede universale,  dell’illustre nonno duca di Castellana50. Vale la pena ricordare le parole di padre Fedele da san Biagio che, parlando del pittore Mattia Stomer all’incalzante domanda del suo interlocutore don Pio, che voleva sapere quali altre opere del famoso artista Stomma esistessero a Palermo rispondeva che «di questo famoso autore ne trovarete altri due in Casa del sig. Conte Federico, che sono originali, cioè, Seneca svenato, e Catone ucciso, delli quali vi sono molte copie, in Palermo in varie Case di Signori, che credono essere originali. Intanto il mio parere sarebbe d’essere certamente originali, quelli che hanno tanto il Sig. Duca di Castellana, e S. Biagio nella sua Villa della noce, quanto il Sig. Barone Maria»51. Non sembra del tutto infondata l’ipotesi che qualche opera della perduta quadreria Bonanno-Castellana possa esser confluita nelle collezioni del principe di Belmonte e del principe di Castelnuovo per poi esser donata, con spirito evergetico, alla pubblica fruizione.

5. Arazzi, coralli, argenti

L’inedito inventario testamentario del duca di Castellana presenta, oltre alla citata quadreria, una ricca galleria di argenti, opere d’arte decorativa e sfarzosi apparati tessili con ricami che diventavano i mezzi per dimostrare il proprio peso economico e il proprio rango, dei veri e propri status simbol. Nella opulenta dote non mancavano arazzi e altri manufatti tessili: Elvira D’Amico ribadisce che «l’uso di tappezzerie nasce generalmente da un’esigenza di confort e calore, oltre che di esibizione di fasto e agiatezza»52. Prezioso doveva essere il parato inventariato a palazzo Castellana ovvero «nella Casa alle Vergini» rappresentato come un «Tosello buono riccamato di figure con la sua frinza di corallo nel friscio, e nella caduta della spalliera/ Due risparti ricamati ugualmente al Tosello». Si trattava, in tutta evidenza, del medesimo ricco cortinaggio stimato nel 1739 in occasione del  matrimonio di don Agesilao e donna Antonia. I ricami in corallo sono una caratteristica della manifattura aulica: come nota Maria Concetta Di Natale «L’esplosione barocca, consona alla terra di Sicilia e alla sua gente, aveva trovato l’arte del corallo pronta a esprimere nel nuovo stile le proprie capacità espressive […] con prodotti di poliedrica ricchezza ed esuberanza. Di gusto barocco sono diversi paliotti d’altare ricamati in corallo»53. Ancora preziosi ricami alla moda dovevano presentare il «Grappo buono ricamato d’oro, ed argento», le «Falde di lama celeste numero quattordeci» e il «Letto grande di lama celeste riccamato d’oro ed argento a fiori naturali». Rimarchevole la presenza di un «Tosello di Damasco cremisi con Ritratto di S.R.M». Costituiva infine un tenero richiamo al mondo dell’infanzia il «guarnimento per Battizzare fanciulli di molla ondiata celeste guarnita d’argento».

Ragguardevole risultava l’argenteria posseduta dal duca di Castellana: il peso totale ammontava a «libre quattrocento novanta cinque oncie dieci». L’inedito inventario dei beni del quondam transitati agli eredi presenta, tra le molte suppellettili da tavola, anche manufatti squisitamente ascrivibili all’universo delle arti decorative come «il deser d’argento colle Figure di porcellana» che veniva corredato dalle relative «posate d’argento indorate per lo deser»; ancora venivano inventariati gli immancabili «mazzetti di fiori alla naturale d’argento pello deser e numero due mazzetti come sopra più grandi d’argento». Sollecita l’immaginazione la descrizione di una suppellettile d’arte decorativa che ipotizziamo potesse essere un pezzo forte dell’arredo del Cammarone del palazzo Castellana, nonché motivo di vanto ed orgoglio dei proprietari: all’interno di «una Cassotta» veniva inventariata «una Fontana d’argento» che si componeva di «numero 20 pezzi di palaustrata d’argento», e ancora «numero 4 pilastri con sue colonne d’argento», «un’incerchiata che va a posare sopra li quattro pilastri d’Argento» e infine, a completare il tutto, «una stella che va sopra detta incerchiata d’argento». Ancora argenti preziosi erano quelli esclusivamente dedicati al benessere quotidiano del Nostro; lunga è infatti la «Nota d’argento pella Barba del signor Duca di Castellana/ Una Palangana con suo bucale, e suo Collaro d’argento […] altra Palangana con suo bucale/ una scotella pella saponata/ una Saponiera con suo coperchio/ un Marzapano con suo coperchio/ altro Marzapano con suo coperchio ovato/ un bicchiere con suo piattino ovato/ Due piccoli scotellini con suo coperchio/ Una Sponziera con suo coperchio traforato/ un scatolino piatto che forma due candilieri/ una Buggia/ un pajo di speroni/ un Fanale [...] una Candela con suo paralume tutto d’argento a due lumi con tre catene per il smeccatore, molla, e suo caccia meccio, ed astuta lume/ una calamariera con suo calamajo renaloro con suo commoglio, ed ostiera, e senza campanello/ una piccola campanella con sigillo/ due scatolini grandi». Tra gli argenti sacri figuravano «Un reliquiario con cornice ed intaglio di rame dorato con l’Immagine della Natività di Nostro Signore», «Un ostensorio d’argento girato con diversi fiori di filagrana», «un calice d’argento e Patena con piede di rame». Inoltre erano presenti «due Sicchitelli per il Capizzale per acqua santa». La presenza nell’inventario in esame di «due piccoli fiaschi per acqua di odore» richiama a una particolare suppellettile ovvero la «profumiera». I manufatti dovevano essere simili al «Vasetto per acqua profumata» in argento, di collezione privata54. La Di Natale sottolinea che «la fiaschetta d’argento per acqua profumata [...] è un’opera molto rara tra quelle, già di per sé di difficile reperimento, di uso profano». Inoltre ribadisce che «suppellettili come questa erano [...] presenti nelle case nobili della Sicilia del XVII secolo» e infine «si ha dunque […] sentore di quanto fossero diffuse le “profumiere” d’argento nelle nobili famiglie siciliane, di cui quella in esame è indubbiamente interessante anche per la sua originalissima forma a fiaschetto»55.

All’universo delle arti decorative appartenevano ancora alcune suppellettili evocative di quel gusto collezionistico legato alle wunderkammern e agli oggetti ricercati, particolari e spesso curiosamente bizzarri. Preziosi per i materiali impiegati erano «Una Santa Rosalia d’ambra con piedestallo di Madreperla», «Un San Sebastiano di corallo con suo Pedestallo», «un San Francesco di corallo con piedestallo simile», «Un Ssmo Crocifisso di avolio e sua Croce di Tartaruca con suoi imposti» e «altro Piedestallo di rame dorato girato di corallo». Si inseriva nel filone delle estrosità naturalistiche la «Noce Indiana legata in argento». Preziose suppellettili infine, dovevano essere «l’Assunzione di Maria Vergine d’avorio», «un carretto e due rami», e «la Fontana di Madreperla»56. Non mancavano le «scaffarate», suppellettili molto comuni a quel tempo. All’interno di teche di legno e cristallo venivano ricomposte scene, quasi sempre d’ispirazione sacra: Natività, Annunciazioni, Adorazioni; un vero tripudio di bambinelli, Madonne e santi che, in un mix ben riuscito di devozione e ostentazione, venivano inseriti in contesti miniaturizzati, dove trionfavano filigrana d’argento, coralli e pietre preziose. Tra i gioielli destano interesse «una Paranza di fibbij di oro di piedi e giarrittieri», «un pajo di bottoncini di cammicia d’oro», gli immancabili «fila di corallo ed una Manuzza» ma anche «tre Agnus Dei mezzani altri 5 piccoli» e «cinque rosette di smalto e Pietre». Infine è significativa la presenza di «una spada d’oro», prezioso oggetto da parata e di una «sella l’istessa rimessa dal bey di Tunisi riccamata d’oro, ed argento»: si trattava del prezioso dono ricevuto dal Nostro nel lontano aprile 1771, come aveva riportato il marchese di Villabianca57.

6. Le committenze per la morte dell’arcivescovo Bonanno

Il Duca di Castellana si rivelava un committente particolarmente munifico in una particolare occasione: la morte di don Giacomo Bonanno, arcivescovo di Monreale e Inquisitore, suo zio paterno. L’alto prelato giungeva nella cittadina normanna nel 1753, dopo aver rivestito la medesima carica nella sede vescovile di Patti ed essere stato eletto Inquisitore Generale del Sant’Uffizio. La Sciortino ritiene il Bonanno un «discussissimo arcivescovo»58. Inoltre, la studiosa giunge alla conclusione che l’arcivescovo Bonanno «nei pochissimi mesi del proprio mandato riuscì a creare solo scompiglio e malumori a Monreale»59.

Il 17 giugno 1754 veniva aperto il testamento di Don Giacomo Bonanno. L’alto prelato affidava il compito di eseguire le sue disposizioni testamentarie al nipote «signor Don Agesilao Bonanno Duca di Castellana, della di cui puntualità, onoratezza, e coscienza sono così sicuro, che non voglio che abbia a rendere conto a chichesia, fidando tutto in lui[...]»60. Ottemperando alle precise disposizioni  dell’arcivescovo che ordinava «tutto il mio mobbile s’abbia intieramente a vendere», il nipote don Agesilao metteva in atto una serie di procedure di alienazione dei beni appartenuti al quondam, il cui ricavato sarebbe andato alla chiesa e diocesi di Patti, a persone di fiducia da lui stesso designate ovvero il canonico Arciprete Don Salvador Pisani, il canonico Don Domenico Licari ed il canonico Don Antonino Dissidomino61.

Numerosi, inediti documenti ci dimostrano che il Nostro non si attenne perfettamente a certe altre disposizioni dello zio arcivescovo che chiedeva espressamente «voglio, che il mio Cadavere s’abbia ad interrare nella mia chiesa di Monreale in quel luogo che designerà il Padre Abbate, e Capitolo di quella mia Cattedrale con una pompa decente, e niente eccedente; sopra di che ordino, e raccomando al mio Fidecommissario, che eseguisca puntualmente questa mia intenzione, e disposizione, di voler solamente nel mio interro, e sepoltura una semplice decenza, risparmiando quanto si può a favore dè Poveri, e delle Opere pie». Il nipote, piuttosto che obbedire al desiderio di rigore e semplicità dell’Inquisitore, si affrettava ad ordinare solenni e dispendiose esequie. Il 22 gennaio 1754 i paratori Cosma Caracappa e Aloisio Amato ricevevano dal Duca di Castellana onze 104 «in aver apparato lo talamo e la chiesa tutta di lutto nella Madrice Chiesa di Morreale come per l’infrascritta lista controsignata dal reverendo Don Niccolò Palma Ingegniero». Proprio la dettagliata relazione di don Nicolò Palma, ingegnere-architetto del Senato di Palermo, ci chiarisce lo sfarzo di una veglia funebre che, nelle intenzioni del defunto arcivescovo, doveva essere ben più morigerata. Il documento rivela un uso smodato di velluti, galloni nuovi, bastoni e «crocchioli d’oro», di specchi, di «faldi nigri«» per parare «tutta la Madrice chiesa di Monreale con suoj colonni, tosellone, choro, e talamo» e tanta «robba d’oro […] faldetti bastoni guarnazione, brindoli, brachettoni» che servì a parare «li colonni della chiesa, e l’ali di detta chiesa, choro, letterini, e talamo con sua banconata»62. Sappiamo inoltre che il duomo di Monreale rimaneva parato a lutto per almeno undici giorni, stante la notizia secondo la quale il 30 gennaio 1754 sempre il Paratore Cosma Caracappa riceveva una onza e tarì quindici per «lojero di numero 82 faldi nigri per lo spazio di giorni undeci»63. Altre spese venivano sostenute dal Nostro per trasportare il defunto zio, evidentemente deceduto altrove, a Monreale; veniva infatti organizzato un corteo formato da «Una Carrozza a sei per Anti Guardia/ Una Carrozza a sei per la Parrochia/ Una Carrozza à otto per il cadavere/ Una carrozza à sei per li Parrini/ Numero due carrozzini a quattro  per li Paggi, e li gentiluomini»; inoltre il Cocchiere Maggiore di casa Bonanno-Castellana, Joseph di Noto, riceveva dal duca onze 2 e tarì 18 «per riconoscenza delle Fattighe prestate tanto dal detto di Noto come Cocchiero Maggiore come dall’altri Cocchieri Maggiori e Cavalcanti per aver trasportato sino a Monreale il Cadavere del detto fù Monsignore colle carrozze[...]»64.

A poco più di un anno dalla morte dell’esimio zio arcivescovo e inquisitore, il 12 febbraio 1755, Don  Agesilao Bonanno ordinava infine di «fare il mausoleo ò sia tumolo di marmo della felice recordanza del fù Illustrissimo, e Reverendissimo Monsignor Don Giacomo Bonanno Vescovo che fù di Patti, e per divina Misericordia Arcivescovo di Monreale, ed Inquisitor Generale della Suprema Inquisizione del Tribunale del Santo Ufficio di questo Regno di Sicilia da situarsi nella Venerabile Metropolitana Chiesa della Città di Monreale in quel luogo designando dalli RR. PP. Benedittini d’essa»65. Il monumento sepolcrale, nel documento definito «mausoleo ò sia tumolo di marmo della felice recordanza»66 (Fig. 3), veniva commissionato a Vincenzo Vitagliano e Carmelo Rizzo, ambedue scultori palermitani, appartenenti a prestigiose famiglie di marmorari dalla lunga e documentata tradizione67, i quali si obbligavano a fornire il manufatto «à tutto loro attratto e mastria». La dettagliata apoca notarile continua con l’interessante notizia secondo la quale il suddetto monumento funerario doveva rigorosamente essere eseguito «in tutto, e per tutto giusta la forma del disegno formato dal Signor Don Alessandro Vanni che resta conservato in potere di detto Signor Duca, e giusta la forma del modello che resta conservato in potere di detti obliganti»68. Don Alessandro Vanni, principe di San Vincenzo, è una interessante figura di architetto non ancora pienamente delineata. Eliana Mauro afferma che l’opera del Vanni «si svolge in quel periodo di transizione teso ad accogliere i princìpi del nuovo classicismo, e di ciò egli si fa interprete»69.

Nel documento si faceva esplicito riferimento alla tipologia dei marmi da utilizzare: infatti si chiariva che «le pietre del qual mausoleo, ò sia tumulo debbano essere dell’infrascritta cioè la banconata di pietra di Castellazzo del Signor Marchese Lungarini»70; veniva richiesto di apporre l’immancabile blasone ovvero «la Tabella coll’armi di detto Signor Duca di Castellana ingastati in detta Tabella a seconda li colori che l’armi sudetti richiedono»71 (Figg. 45). La cura nel dettaglio e la ricercatezza nel volere marmi pregiati proseguiva con la richiesta di eseguire «il fondo della cassa di pietra Saravezza»72. E ancora si sottolineava l’esigenza di inserire il bacolo di «legname dorata dove si richiede e veniva definito il resto dell’opera, dovendosi eseguire la scultura, e tutto il rimanente dell’architettura di marmo bianco con che la statua di detto fù Monsignor Bonanno vestita alla vescovile (Figg. 678) si debba situare ò à sedere, ò in ginocchio secondo si vorrà»73 (Fig. 9). L’elegante monumento funerario dell’arcivescovo Bonanno si trova all’interno della cappella di San Benedetto, situata nell’angolo tra il braccio destro del transetto e la navata destra del Duomo di Monreale. Tale cappella, secondo quanto ci riferisce Wolfgang Krönig, «in antico […] costituiva la cappella di San Cataldo di cui si sconosce la data di fondazione»74. Nel descrivere il mausoleo del Bonanno, il Krönig si sofferma sulla «figura in marmo dell’arcivescovo, rappresentata in ginocchio su un cuscino poggiato sul sarcofago, (Fig. 10) col viso sereno e raccolto […] rivolta interamente verso l’altare con le mani giunte sul petto in gesto di preghiera»75 (Figg. 1112). Al Marabitti è senz’altro da ascrivere la Gloria di San Benedetto, il grande rilievo in marmo sull’altare della cappella che, secondo il Kronig, è «commissionato già dal 1760 e portato a termine solo nel 1776»76, mentre, come dimostrato dai documenti citati, il monumento Bonanno è opera del Vitagliano e del Rizzo su disegno di Alessandro Vanni.

REGESTO DOCUMENTARIO*

*Vengono qui presentati tutti gli inediti documenti che riguardano, a vario titolo, il personaggio don Agesilao Bonanno-Castellana. Tali documenti, disposti in ordine cronologico e rintracciati da chi scrive, sono tratti dai fondi conservati presso l’Archivio di Stato di Palermo. Per i criteri metodologici adottati nella trascrizione: D. Ruffino, G. Travagliato, Gli archivi per le Arti Decorative in Sicilia dal Rinascimento al Barocco, in Splendori di Sicilia. Arti Decorative dal Rinascimento al Barocco, catalogo della mostra (Palermo, Albergo dei Poveri, 10 dicembre 2000-30 aprile 2001) a cura di M.C. Di Natale, Milano 2001, p. 742.

Doc. n. 1

1708 gennaio 25, Palermo

Capitoli matrimoniali di Donna Antonina Joppulo Gianguercio Spadafora e Mastrilli donzella vergine d’età d’anni sedeci in circa figlia legitima, e naturale del quondam Illustre Don Pietro Joppulo Gianguercio, e Bologna, e dell’Illustre Donna Agata Joppulo Spadafora Lo Bianco, e Mastrilli vivente Duca, e Duchessa di San Biaggio olim jugali sposa da una parte, e l’illustre Don Melchiorre Bonanno Crisafi, Afflitto e Gaetano Duca di Castellana figlio legitimo e naturale del  quondam Illustre Don Agesilao Bonanno, e dell’illustre Donna Isabella Bonanno vivente Duca e Duchessa di Castellana olim jugali sposo dall’altra parte[...]. Tali capitoli venivano stipulati con l’autorità e il consenso di Don Antonino Giuseppe Joppulo Principe di Sant’Antonino Duca di San Biaggio del Consiglio di Sua Cattolica maestà e suo Maestro rationale nel Tribunale del Real Patrimonio in questo regno di Sicilia avo paterno di essa illustre sposa.

Nel medesimo documento viene citato il luogo alla Noce che dunque perviene al duca Bonanno di Castellana in questo momento.

Di più per contemplatione e decoro del presente matrimonio detto Illustre Principe di Sant’Antonino per esso e suoi eredi e familiari in perpetuo oltre le dette doti come sopra dotate da detta donna Antonina sposa, ha dotato e dota [...] alla detta signora Antonina sposa sua nipote, e per essa al detto signor duca di Castellana [...] tutto ed integro il suo loco grande chiamato della nuci con quella quantità d’acqua del fiume Gabriele al detto loco spettante, con vigne, giardini alberi stanze, casino magaseni, ed altri in detto loco esistenti, nec non tutto il mobile [...]

Si chiarisce, inoltre che detto loco grande chiamato della nuci perviene al principe di Sant’Antonino in quanto assegnatario della quondam Illustre Donna Maria Gianguercio[...] per l’atti di notaio Francesco Formica di Palermo fatti li 8 aprile 15 ind. 1676

ASPa, Fondo notai defunti, Paolo Mottola, St. VI, vol. 2046, ff. 821-831.

Doc. n. 2

1714 aprile 14, Palermo

Dotali di Donna Rosalia Caccamo e Branciforte figlia di don Bartolomeo Caccamo e Orioles e donna Antonia Caccamo e Branciforte, Principe e Principessa di Castelforte, e Don Cristoforo Massa e Galletti Duca di Castro.

ASPa, Fondo notai defunti, Carlo Magliocco, vol. 2339

Doc. n. 3

1739 aprile 28, Palermo

A Donna Rosalia Caccamo e Branciforte figlia di don Bartolomeo Caccamo e Orioles e donna Antonia Caccamo e Branciforte, Principe e Principessa di Castelforte, e Don Cristoforo Massa e Galletti Duca di Castro vengono restituite le doti.

In primis dui quadri, cioè uno di S. Bartolomeo, e l’altro la Coronazione per la sua arte, e perizia l’hanno apprezzato valere per onze quindeci con cornice dorati <15

Item un quadro di San Giovanne per onza una <1

Item un quadro dell’esaltazione della Croce con cornice piccola nera ed oro per onze tre e tarì ventiquattro<3.24

Item un quadro della Natività con cornice ordinaria addorata per onze due e tarì ventiquattro <2.24

Item un quadro di Gesù e Maria e Giuseppe con cornice nera e mistura per onze due <2

Item un quadro lungo sopra porta di paisaggi con cornice addorata all’antica per onze quattro <4

Item un quadro con li santi tre Re immaggi con cornice ordinaria addorata per onze cinque <5

Item due quadri cioè uno di San Francesco di Paula, e l’altro di San Francesco Saverio con cornice ordinaria addorata mano del Morrialese per onze trentacinque <35

Item due quadri di Florinda, e Tancredi con cornice addorata per onze otto <8

Item due sopraporti sperlonghi con cornice ordinaria addorai per onza una e tarì sei <1.6

Item un quadro dell’assedio di Vienna con cornice addorata per onza una <1

Item numero sei quadri di paisaggi con cornice piccola addorate di otto e sei per onze dieci e tarì ventiquattro <10.24

Item dui quadri, cioè uno di Seneca svenuto, e l’altro di Mutio Scevola con cornice addorata di duodeci, e novi per onze quindeci >15

Item un quadro di prospettiva di dieci, e sei con cornice addorata per onze novi <9

Item un intrigo di pottini per sopra arcova con cornice addorata per onze cinque <5

Item dui sopraporti con cornice bianchi per onze tre <3

Item un quadro della Maddalena di quattro e cinque con cornice addorata per onze quattro <4

Item un quadro di frutti di quattro e cinque con cornice d’oro liscia per onze due e tarì quindeci <2.15

Item un quadro di quattro e sei con l’Immagine dell’Immaculata Signora senza cornice per tarì diecisette <__17

Item un quadro di Santa Rosalia di quattro senza cornice per tarì ventiquattro

Item un quadro dell’Immaculata Signora di otto, e cinque con cornice bianca per onze tre e tarì quindeci

Item un quadro di transito di vergini di otto, e sei senza cornice per onze tre <

Item dui specchi grandi con Imposti di oro con lumi di quattro quarti e menzo l’uno per onze sedeci <16

Item altri due specchi più grandi con lume di cinque quarti, e menzo l’uno con cornici ed imposti di oro per onze ventiquattro

Item altri due specchi con lume di quattro quarti e mezzo l’uno con  cornici di cristalo per onze duodeci[...]

item un paro di scrittorij d’ebbano nero  e tartuca fina senza piedi per onze quattordeci <14

[…] item due scrittorij d’osso di tartuca ed ebbano con suoi piedi di mustura[...]

ASPa, Fondo notai defunti, Filippo Lionti, vol. 5472, ff.  3426-3430

Doc. n. 4

1739 aprile 29, Palermo

Capitoli del matrimonio tra donna Antonia Massa, Caccamo, e Branciforti di anni 18, figlia di Don Cristoforo Massa e Galletti Duca di Castel di Iaci, e conte di san Giovanni la Punta, e di Donna Rosalia Massa, Caccamo e Branciforti Duchessa di Castel di Iaci, e Contessa di San Giovanni La Punta, sposa da una parte, e l’Illustre Don Agesilao Bonanno, e Joppulo, duca di Castellana figlio del quondam Don Melchiorre Bonanno e della vivente Donna Antonia Bonanno Joppulo.

La duchessa Rosalia Caccamo e Branciforte, madre della sposa donna Antonia Massa, dona alla figlia le stesse doti restituitele dal marito Duca di Castel di Iaci nel precedente atto datato 28 aprile 1739.

ASPa, Fondo notai defunti, Filippo Lionti, Stanza VI, vol. 5472, ff. 3438-3498

Doc. n. 5

1752 dicembre 23, Palermo

don Antonino Monteaperto Duca di santa Elisabetta, Ministro plenipotenziario di S M. il Re delle due Sicilie, dimorante ordinariamente à Dresda, essendo al presente in Parigi alloggiato all’albergo di Spagna[...] di sua volontà ave constituito, fatto, creato, e sollennemente ordinato, ed ordina in suo vero certo, ed indubitato procuratore, Attore, Fattore l’Eccellentissimo Signore Don Agesilao Bonnanno Duca di Castellana degente nella felice e fidelissima città di Palermo del Regno di Sicilia[...] allo scopo di regere, governare, ed amministrare tutti, e singoli beni del detto Eccellentissimo Signor Constituente[...]

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza 6, vol. 12958, ff. 290-301

Doc. n. 6

1754 gennaio 22, Palermo

I paratori Cosma Caracappa e Aloisio Amato ricevono dal Duca di Castellana onze 104 in aver apparato lo talamo e la chiesa tutta di lutto nella Madrice Chiesa di Morreale come per l’infrascritta lista controsignata dal reverendo Don Niccolò Palma Ingegniero

Segue la relazione firmata Sac. D. Niccolò Palma Ingegniero

Habito fatto per l’Eccellentissimo Monsignore Bonanno Acivescovo di Monreale

Per haver fatto un tosello di velluto carmisino e suo talamo […] per haver parato tutta la capella di San Castrenzio di velluto […] per lojero di numero 300 pezzi di galloni nuovi […] per haver guarnito tutto il talamo, e tosellame di bastoni d’oro, e crocchioli d’oro […] per haver parato tutta la Madrice chiesa di Monreale con suoj colonni, tosellone, choro, e talamo di faldi nigri […] per haver guarnito di robba d’oro cioè di faldetti bastoni guarnazione, brindoli, brachettoni, li colonni della chiesa, e l’ali di detta chiesa, choro, letterini, e talamo con su banconata […] per lojero di 12 colonni di specchi per serviggio di detto talamo

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957, f. 211.

Doc. n. 7

1754 gennaio 22, Palermo

Il pittore Gaspare Giattino riceve dal duca di Castellana, in quanto Fiduciario del defunto arcivescovo Bonanno, onze otto e tarì 20 per attratto e mastria in aver dipinto le Tabelle colle armi della casa Bonanno, del S. Officio, Della Città di Patti, e di Monreale per il talamo di detto fu Monsignore [...]

Segue la relazione delle opere eseguite, controsiglata dal Giattino e da don Nicolò Palma

Fattiga fatta di Pittura di molte tabelle per l’armi diversi consistenti di quattro quarti cioè il primo la casa Bonanno, secondo del tribunale del Sant’Offficio, terzo della città di Patti con l’aquila, quarto della città di Monreale, per il talamo funebre fatto nella Cattedrale di Monreale per l’occasione della Morte dell’Eccellentissimo Signor Arcivescovo Bonanno/ Primieramente per haver fatto di Pittura sopra carta Reale numero 10 tabelloni con l’armi diversi come sopra, con suoi ornati consistenti, un Scudo con Cappello allacciato e Croce arcivescovile ed altri onze 2_20/ E più per haver dipinto altri numero 10 tabbelli più piccoli sopra detta carta Reale con l’armi diversi come sopra onze 2/ E più per haver dipinto numero 16 Tabbelli senza ornati con l’armi diversi come sopra chè si posero dentro i Tabbelloni d’oro delli Paratori onze 2_4/ e più per haver dipinto à sughi d’erbi numero 16 Tabbelloni con l’armi diverse come sopra sopra carta d’Argento matta chè furono di bisogno portione per il Bagullo, portione per la Cassa, e portione per li ventagli onze 1_18/ E più per haver dipinto numero 3 tabbelloni alti palmi 9 e larghi palmi 6 per ogn’uno con iscrittioni dentro sopra carta Reale onze 8_12/ cioè numero 2 che furono di bisogno per innanti la porta Maggiore, uno al lato destro, e l’altro al sinistro, e il terzo per il Talamo onze 1_15/

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957, ff. 222-223

Doc. n. 8

1754 gennaio 22, Palermo

Matteo Calandra riceve onze 60 e tarì 5_4 per aver fatto la Cassa e lo Baullo per la sepoltura dell’arcivescovo.

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957, ff. 222-223

Doc. n. 9

1754 gennaio 30

Il Paratore Cosma Caracappa riceve onze 1.15  per lojero di numero 82 faldi nigri per lo spazio di giorni undeci.

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957, ff. 299.

Doc. n. 10

1754 febbraio 4, Palermo

Il Duca di Castellana, in ottemperanza alle disposizioni testamentarie dello zio Giacomo Bonanno arcivescovo di Monreale, procede alla vendita dei suoi beni:

a Joseph Sidoti un abito vescovile lungo usato […] color violaceo, e mantelletta dell’istesso colore pro pretio onze sex[...]inoltre a Don Joseph Masi[...] due mezzi burò d’aciaro ed oliva nuovi  pro pretio onze novem […] Antonio Alajmo […] due cantarani d’aciaro ed oliva pro pretio onzeocto et tarì quindecimi […] Antonino Barbarotto […] quattro boffettoni d’ebbano uno con tre cassoni uno grande, e due picoli pro pretio onze trium et tarì novem

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957, f. 353.

Doc. n. 11

1754 febbraio 9, Palermo

Joseph Sidoti si aggiudica una sedia di riposo con fodera di damasco per onze 2-13-10 e ancora un orologgio di capizzo con cordino con coperta di tartaruca, piancie di rame dorato pro pretio onze duadecim et tarì viginti, beni appartenuti all’arcivescovo Bonanno.

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957, f. 422.

Doc. n. 12

1754 febbraio 11, Palermo

Santo Morale riceve dal duca onze 2_2 per loero [...] mule servite per trasporto dell’altre carrozze, che accompagnarono sino in Monreale il cadavere di detto fù Monsignor Bonanno […] inoltre si pagavano tarì 8 per loero di una sedia volante per servizio del sacerdote don Nicolò Palma Ingegniero, et di Don Tommaso Failla aggiutante del medesimo saliti in Morreale per assistere a perfezionare il catafalco.

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957, f. 441.

Doc. n. 13

1754 febbraio 11, Palermo

Joseph di Noto riceve da Don Agesilao Bonanno onze 2_18 […] per riconoscenza delle Fattighe prestate tanto dal detto di Noto come Cocchiero Maggiore come dall’altri Cocchieri Maggiori e Cavalcanti per aver trasportato sino a Monreale il Cadavere del detto fù Monsignore colle carrozze[...]

Carrozzi che servirono per portare il Cadavere a Monte Regale/ Una Carrozza a sei per Anti Guardia [...]/ Una Carrozza a sei per la Parrochia [...]/ Una Carrozza à otto per il cadavere [...]/ Una carrozza à sei per li Parrini [...]/ Numero due carrozzini a quattro  per li Paggi, e  gentiluomini [...]

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957, f. 443.

Doc. n. 14

1754 febbraio 14, Palermo

Don Agesilao Bonanno vende a don Joseph Cipolla numero 21 pezzi di quadri, e paesaggi tra grandi e piccoli con cornice o senza pro pretio onze undecim et tarì  8. Inoltre, Joseph Sidoti acquista un quadretto con figura della Vergine SS.ma di lana lavorato ad uso D’arazzo con suo cristallo, e cornice d’ebbano onze 2_17 e quattro croci di Santo Officio riccamati d’oro e d’argento pro pretio onze 1_12_10; ancora una volta si tratta di beni appartenuti all’arcivescovo Bonanno.

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957, f. 479.

Doc. n. 15

1754 giugno 17, Palermo

Apertura del testamento di don Giacomo Bonanno, arcivescovo di Monreale.

Nel Nome di nostro Signore Gesù Cristo, in cui è la Salute, Vita, e Resurrezione Nostra Amen/ Io Giacomo Bonanno già vescovo di Patti, e per divina misericordia Arcivescovo di Monreale, ed Inquisitore Generale della Suprema di questo Regno di Sicilia, trovandomi sano di corpo, mente, senzo, intelletto, e della mia propia raggione ben composto[...] disponeva dei suoi beni materiali e ordinava che  sua erede fosse chiesa e diocesi di Patti. Esecutore delle sue disposizioni sarebbe stato mio Nipote il signor Don Agesilao Bonanno Duca di Castellana, della di cui puntualità, onoratezza, e coscienza sono così sicuro, che non voglio che abbia a rendere conto a chichesia, fidando tutto in lui, ed in mancanza di lui, il che non credo, eleggo i miei due  Nepoti Don Pietro e Don Gaetano Bonanno conjunctim, et non divisim[...]

Primariamente voglio, che il mio Cadavere s’abbia ad interrare nella mia chiesa di Monreale in quel luogo che designerà il Padre Abbate, e Capitolo di quella mia Cattedrale con una pompa decente, e niente eccedente; sopra di che ordino, e raccomando al mio Fidecommissario, che eseguisca puntualmente questa mia intenzione, e disposizione, di voler solamente nel mio interro,e sepoltura una semplice decenza, risprmiando quanto si può a favore dè Poveri, e delle Opere pie. Di più ordino, e voglio, che il mio Cadavere non si abbia punto a sparare, ne imbalsamare, imponendo, ed incaricando ciò al mio Fidecommisario, sotto la pena di commettere Furto contra li Poveri, e le opere pie, alle quali si detrae quella somma, che si spenderebbe ad imbalsamare il putrido, e miseria del nostro corpo; onde voglio, ed espressamente comando, che il cadavere si riponga in una cassa foderata di Landa, o di piombo, bene impiciata, per non penetrare il malo odore in quei giorni, che dovrà stare esposto, dispenzando in ciò a quella formalità di stare il cadavere alla vista del Popolo, sul riflesso che meno importa tale formalità di quello, che giova l’erogare a poveri, ed alle opere pie la spesa della imbalsamazione; oltre che lo sparare il cadavere non è operazione che molto si adatta al nostro senzo comune.[...] Di più ordino che tutto il mio mobbile s’abbia intieramente a vendere[...] Voglio ancora che tutte le pianete, camici, e palio non si abbiano da vendere, ma tali quali si abbiano a mandare alla mia chiesa Cattedrale di Patti per uso, e serviggio della medesima[...]

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957 ff. 161-167

Doc. n. 16

1754 luglio 11, Monreale

Il sac. Antonino Colonna, vice tesoriere della Chiesa Metropolitana Santa Maria la Nuova di Monreale, redige la lista delle vesti e dei giogali con i quali l’arcivescovo Giacomo Bonanno era stato sepolto.

Faccio fede Infrascritto Canonico Tesoriero di questa Maggiore Metropolitana Chiesa a chi spetta veder la presente qualmente l’eccellentissimo, Reverendissimo fù Monsignor Don Giacomo Bonanni Arcivescovo fu sepolto con le seguenti vesti suoi propri: cioè Amitto proprio/ Rocchetto proprio/ Cammice proprio/ Cingolo d’oro della sudetta Chiesa/ Due tonicelle di terzanello color violacee proprie/ Pianeta, Stola , e Manipolo di lama violacea proprii con Gallone d’oro di francia/ Croce gemmata falsa propria/ Anello pastorale falso proprio/ Guanti violacei di sudetta Chiesa/ Mitra bianca di sudetta Chiesa/ Bacolo di sudetta chiesa/ Onde in fede del Vescovo ho fatto la presente/ Oggi Monreale 11 Luglio 1754/ sac. Antonino Canonico Colonna Vice Tesoriero

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12959 f. 137

Doc. n. 17

1754 agosto 21, Palermo

Don Agesilao Bonanno vende per onze 17_7 una sedia portatile con il di fuori di tela e pittura ed il didentro ed il sopracielo di velluto cremisi riccamati di punto di Spagna d’argento, appartenuta all’arcivescovo Bonanno.

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12957, f. 731.

Doc. n. 18

1754 settembre 4, Palermo

Lista di beni appartenuti all’arcivescovo Bonanno.

Quattro pianete ricamate d’oro di quattro differenti colori; cioè bianco, rosso, verde e pavonazzo; con quattro gremmiali pure ricamati della medesima maniera, correspondenti a sudetti 4 colori/ Sei delle otto Tonicelle di terzanello, corrispondenti alli sopradetti colori; con un picciolo perfilo d’oro nell’orlo, stante le due tonicelle negre, osieno state pavonazze, essersi sepellite col Cadavere del sudetto fu Monsignor Bonanni/ Quattro altre pianete delle cinque di lama d’argento, guarniti di gallone di Francia, corrispondenti a  diffferenti colori, bianco, rosso, verde, pavonazzo, e nero; stante la pianeta nera, o sia stata pavonazza, essersi sepellita col Cadavere/ Una Pianeta di drappo di Francia Fiorato con gallone d’argento, ed un palio d’altare del medesimo drappo, che servivano nella cappella del Prelato con sua borsa corrispondente con gallone d’oro/ […] Due dei tre camici con guarnizione fina, uno con guarnizione alta un palmo, e mezzo circa; e l’altra con guarnizione di due terzi; stante il camice migliore con guarnizione di Fiandra essersi sepellito col cadavere/ Più un calice con sua patena d’argento indorato, sei candelieri d’argento cisillati di peso come nella donazione/ quattro vasi d’argento per l’altare di peso come nella donazione […] che li sopradetti giogali mancanti sieno stati sepelliti consta dalla lista qui annessa fatta fare dal vicetesoriero del Capitolo di Monreale

ASPa, Fondo notai defunti, Francesco Maria Magliocco, Stanza VI, vol. 12959, ff. 134-136

Doc. n. 19

1755 febbraio 12, Palermo

Il duca di Castellana commissiona a Vincenzo Vitagliano e Carmelo Rizzo il monumento funebre dello zio arcivescovo Giacomo Bonanno.

Die duodecimo februarii tertia inditioniis millesimo septegentesimo quinquagesimo quinto

Vincentius Vitagliano, et Carmelus Rizzo  m.n.c.c.n. […] si obbligano con Domino Don Agesilao Bonanno Duci Castellana […] à tutto loro attratto e mastria [...] fare il mausoleo, ò sia tumolo di marmo della felice recordanza del fù Illustrissimo, e Reverendissimo Monsignor Don Giacomo Bonanno Vescovo che fù di Patti, e per divina Misericordia Arcivescovo di Monreale, ed Inquisitor Generale della Suprema Inquisizion del Tribunale del Santo Ufficio di questo Regno di Sicilia da situarsi nella Venerabile Metropolitana Chiesa della Città di Monreale in quel luogo designando dalli RR. PP. Benedittini d’essa, e questo in tutto, e per tutto giusta la forma del disegno formato dal Signor Don Alessandro Vanni che resta conservato in potere di detto Signor Duca, e giusta la forma del modello che resta conservato in potere di detti obliganti, le pietre del qual mausoleo, ò sia tumulo debbano essere dell’infrascritta cioè la banconata di pietra di Castellazzo del Signor Marchese Lungarini, la Tabella coll’armi di detto  Signor Duca di Castellana ingastati in detta Tabella a seconda li colori che l’armi sudetti richiedono, il fondo della cassa di pietra Saravezza, il cappello con suoi fiocchi, lacci, e giombi di landa verde, il bacolo di legname dorata dove si richiede, la scultura, e tutto il rimanente dell’architettura di marmo bianco con che la statua di detto fù Monsignor Bonanno vestita alla vescovile si debba situare ò à sedere , ò in ginocchio secondo si vorrà, quali tutte le sopradette opere suddetti obbliganti in solidum come sopra[…] promettono, e s’obligano à detto Signor Duca di Castellana stipulante terminarle, e di sbrigarle di tutto punto bene , e magistribilmente secondo richiede l’arte benviste però à detto Signor Don Alessandro Vanni, e quelle à loro spese trasportare sino alla detta Metropolitana Chiesa di Morreale, ed assettarle à quel sito che li sarà ordinato, e benvisto à detto signor Don Alessandro, e questo fuori dell’opera di muratore cioè riguardo alla banconata nella Settimana Santa di questo anno 1755, e tutto il resto di suddetto mausoleo nell’ultimi d’agosto venturo 1755 […] et hoc pro pretio mercede attratto magisterio, […] in totum onze ottuaginta quinque…[...] facendosi la scultura, e l’architettura, seu banconata meno di qtti palmi stabiliti nel disegno, che in tal caso dalle sudette onze 85 prezzo convenuto à tenore di detto disegno, si debba difalcare quanto sarà determinato da detto signor Don Alessandro Vanni, alla cui determinazione sudetti contraenti promettono, e s’obligano à loro medesimi stare, ed acconsentire e quella non impugnare[...] Più che non essendo l’opera sudetta benvista à detto  Signor Don Alessandro, ò pure benvista non consegnandosi nei tempi di sopra prescritti che in tal caso fosse lecito à detto Signor Duca stipulante[...] li sudetti obliganti in solidum come sopra donano, e concedono […] tutta l’ampia autorità potestà e facoltà à detto Duca stipulante di far rifare l’opere sudette o farle perfezionare secondo accaderà da altri maestri con tutta la possibile celerità, e questo à tutti danni spese ed interessi di detti obliganti in solidum alli quali danni sudetti obliganti in solidum vogliono, e promettono voler esser tenuti di loro propria volontà […] promettono, e s’obligano in solidum per li danni sudetti stare al solo semplice detto di detto Signor Duca stipulante poiché cossì di loro propria volontà vogliono, e non altrimenti[...]

ASPa, Fondo notai defunti, Pietro Timpanaro, Stanza I, vol. 9103, ff. 487-489

Doc. n. 20

1795 gennaio 18, Palermo

Dall’inedito testamento del duca di Castellana

[...]voglio che il mio corpo divenuto cadavere si esponga nella casa in terra vestito coll’abito dè Padri Cappuccini senza pompa alcuna, ma con sole quattro torcie di cera, e doppo portarsi sepellire nella venerabile Chiesa dei Rev. Padri Teatini di San Giuseppe di questa città di Palermo, o pure nella Madrice Chiesa della mia Terra di San Biaggio, ò nella venerabile Chiesa del convento di Sant’Antonino della mia terra di Cianciana a disposizione della Signora Duchessa mia moglie nel caso vi sia ostacolo di sepellirsi in detta chiesa di San Giuseppe, e ciò senza alcuna pompa funerale[...] voglio ed ordino che nelle suddette mie terre di San Biaggio e di Cianciana si celebrassero dopo la mia morte tutte le messe,che si possano celebrare per un mese[...]

Nel caso in cui s’estinguesse tutta la discendenza di detta mia figlia Primogenita premorta Donna Maria Gioeni, e Bonanno Duchessa ‘Angiò, in maniera che della medesima non vi restasse verun maschio, ne femmina allora instituisco, e sostituisco mio Erede Universale il mio dilettissimo Nipote Don Vincenzo Denti, e Bonanno Duca di Pirajno, figlio legittimo e naturale  della fù mia dilettissima figlia  secondogenita Donna Rosa Denti, e Bonanno un tempo moglie del fu  Sig. Duca   di Pirajno mio genero, e dopo la sua morte  li di lui figli, Nepoti, Pronepoti[...]

Nel caso in cui s’estinguesse tutta la discendenza di detta mia figlia Secondogenita premorta Donna Rosa Denti, e Bonanno un tempo moglie del fu  Sig. Duca   di Pirajno mio genero in maniera che della medesima non vi restasse verun maschio, ne femmina allora instituisco, e sostituisco mia Erede Universale la Signora Donna Giuseppa Cottone e Bonanno, mia dilettissima figlia Terzagenita moglie dell’Ill. Principe di Villarmosa mio stimatissimo Genero, e doppo la sua morte li di lei figli [...] collo stesso fidecommesso perpetuo [...]

ASPa, Fondo notai defunti, Domenico Stanislao Iacopelli, Stanza IV., vol. 7868 f. n. illeggibile.

  1. Sul tema del collezionismo e della committenza artistica in Sicilia, ambito di grande interesse, negli ultimi anni si è molto scritto. Fondamentale si è rivelato l’apporto di studiosi quali Maria Concetta Di Natale e Vincenzo Abbate: in proposito si veda Artificia Siciliae, Arti decorative siciliane nel collezionismo europeo, a cura di M.C. Di Natale, Milano 2016, cui si rimanda anche per l’accurata bibliografia sul tema. []
  2. V. Abbate, Premessa, in Artificia…, 2016. []
  3. M.C. Di Natale, Le vie dell’oro: dalla dispersione alla collezione, in Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, catalogo della mostra (Trapani, Museo Regionale “Agostino Pepoli, 1 luglio-30 ottobre 1989), a cura di M.C. Di Natale, Milano 1989, p. 24. []
  4. Ibidem. []
  5. V. Abbate, Premessa, in Artificia…, 2016. []
  6. Sulle famiglie Bonanno e Joppolo si veda F. Mugnos, Teatro genologico delle famiglie del regno di Sicilia ultra e citra, Palermo 1670, ris. an. Sala Bolognese 2004; F.M. Emanuele e Gaetani, Della Sicilia Nobile, Palermo 1754, Sala Bolognese 2002; F. San Martino De Spucches, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origine ai giorni nostri (1923-25), Palermo 1924; V. Palizzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia, Palermo 2000; A Mango di Casalgerardo, Nobiliario di Sicilia, Palermo 1912. Un Tommaso Joppolo, maestro segreto del Regno, vantava una «interessante quadreria, che accoglieva ben centottanta opere» come rileva R. F. Margiotta in Dizionario per il collezionismo in Sicilia, in Artificia Siciliae…, p. 321. Il presente studio contribuisce a chiarire dinamiche famigliari sinora poco note o inedite. []
  7. Gli inediti capitoli matrimoniali di essi, redatti il 25-01-1708, in Archivio di Stato di Palermo (da ora in poi ASPa), Fondo notai defunti, Mottola P., Stanza VI, ff. 821-831; Donna Antonina Joppolo Spadafora ebbe una dote davvero consistente; tra i beni figurava anche «un loco grande alla nuci». Cfr. Regesto documentario, Doc. 1, infra. []
  8. Don Biagio Alessi è stato un appassionato ricostruttore di storia locale e fine connoisseur. Molte le sue pubblicazioni con le quali ha contribuito a ricomporre piccole e grandi vicende legate al ricco patrimonio artistico disseminato nelle chiese della provincia di Agrigento. Una sintetica biografia di don Agesilao Bonanno è contenuta in B. Alessi, Agesilao Bonanno principe illuminato della Terra di san Biagio. 1768-1795, in San Biagio ricerche e materiali su un centro feudale siciliano di età moderna, in Carbone C.-Costantino G.-Parello G. (a cura di), Palermo 2002, pp. 27-31. Il presente studio contribuisce a ricostruire più compiutamente la storia personale e il ruolo sociale del duca di Castellana, grazie ai numerosi, inediti documenti qui riportati; cfr. Regesto documentario, infra. []
  9. Cfr. B. Alessi, Agesilao Bonanno…, 2002, p. 28. []
  10. Il sempre puntuale Marchese di Villabianca riportava che «In aprile 1769 Il Duca di Castellana, oggi principe di Sant’Antonino, Agesilao Bonanni, ebbe il diploma della concessione ossia conferma della medesima grandèa di Spagna di prima classe, che tenea il fu Duca di san Blasi, suo cugino carnale, morto senza figli et ab intestato, fattagli dalla maestà del re cattolico Carlo III di Borbone»; cfr. F.M. Emanuele e Gaetani, Diari della città di Palermo dal secolo XVI al XIX, pubblicati su manoscritti della Biblioteca Comunale, preceduti da prefazioni e corredati di note a cura di G. Di Marzo, vol XIV, p. 162. []
  11. Cfr. F. San Martino De Spucches, La storia dei feudi…, 1924, vol. 6, Q. 867. []
  12. Giovanni Fogliani Sforza d’Aragona marchese di Pellegrino fu un discusso vicerè rimasto in carica dal 1755 al 1773, anno in cui una violenta rivolta causata dalla carestia lo allontanava dalla città di Palermo e dal furore del popolo. []
  13. Cfr. F.M. Emanuele e Gaetani, Diari della città di Palermo… vol. XIII, p. 73. []
  14. Idem, Diari della città di Palermo… vol. XIII, p. 222. []
  15. Cfr. F.M. Emanuele e Gaetani, Diari della città di Palermo…, vol. XIV, p. 278. Il ricco dono veniva citato nell’inventario dei beni stilato in seguito alla morte del duca. []
  16. Cfr. G. Palermo, Guida istruttiva per potersi conoscere tutte le magnificenze della città di Palermo, vol. 2, Palermo 1816, p. 147. A tal proposito ancora l’Alessi rileva che «Un piccolo accenno al Pretore Agesilao Bonanno si trova in una lapide posta sotto una statua dell’Immacolata collocata nella camera dei congressi del palazzo comunale di Palermo»; cfr. B. Alessi, Agesilao Bonanno…, 2002, p. 28. []
  17. ASPa, Fondo notai defunti, Magliocco F.M., Stanza VI, vol. 12958, ff. 290-301; cfr. Regesto documentario, Doc. 5, infra. Il corposo carteggio, redatto in parte anche in lingua francese, evidenzia la fiducia e la stima del Montaperto nei confronti di don Agesilao Bonnano. Il Montaperto era anche cognato del duca di Castellana in quanto nato dal precedente matrimonio di donna Rosalia Massa e Galletti, madre della duchessa Antonia Massa Bonanno di Castellana, con don Ottavio Montaperto. Una biografia dell’interessante personaggio online su http://www.treccani.it/enciclopedia/santa-elisabetta-antonino-montaperto-e-massa-duca-di_%28Dizionario-Biografico%29/. []
  18. ASPa, Fondo notai defunti, Lionti F., Stanza VI, vol. 5472, ff. 3438-3498. []
  19. Gli inventari in oggetto rivelano sfarzo e opulenza; cfr. Regesto documentario, Doc 4, infra. []
  20. Le notizie qui riportate sono tratte dall’inedito testamento di don Agesilao Bonanno e Joppolo la cui lettura ha consentito la ricostruzione del contesto familiare e dei legami affettivi del signore feudale duca di Castellana, sinora poco noti o inesatti. Il corposo documento, datato 18-01-1795, in ASPa, Fondo notai defunti, Iacopelli D.S., Stanza IV, vol. 7868, ff. numero illeggibile per corrosione del supporto cartaceo; cfr. Regesto documentario, Doc. 20, infra. []
  21. Cfr. Regesto documentario, Doc. 20, infra. []
  22. S. Laudani, Fedecommessi, strategie patrimoniali e riforme: i beni feudali in Sicilia tra Sette e Ottocento, in Les Mélanges de l’École française de Rome – Italie et Méditerranée modernes et contemporaines, rivista  online su https://mefrim.revues.org/932 []
  23. Stranamente il nome della sorella monaca non viene citato mentre vengono nominati tuttti i fratelli maschi, anche quelli premorti. []
  24. Su Padre Fedele da San Biagio, pittore-letterato, artista davvero prolifico cfr. G. Barbera, Fedele da  San Biagio, ad vocem in Dizionario biografico degli italiani, Roma 1991, pp. 561-563: anche online su http://www.treccani.it/enciclopedia/fedele-da-san-biagio_(Dizionario-Biografico)/.; inoltre G. Costantino, Padre Fedele da San Biagio, pittore del Settecento, in Padre Fedele da S. Biagio fra letteratura artistica e pittura, Catalogo della mostra a cura di G. Costantino, Caltanissetta 2002; D. Malignaggi, I “Dialoghi familiari sopra la pittura” di Padre Fedele Tirrito da San Biagio, in Le arti in Sicilia nel Settecento. Studi in memoria di Maria Accascina, Palermo 1986; R. Cina’, Conoscitori nella Sicilia del Settecento. Padre Fedele da San Biagio, in La critica d’arte in Sicilia nell’Ottocento, a cura di S. La Barbera, Palermo 2003. Padre Fedele da San Biagio, predicatore cappuccino, dedicava al signore feudale Don Agesilao Bonanno un componimento poetico di tipo encomiastico intitolato Lu Giuvini Addottrinatu pri nun attaccarisi a li Vanita di stu Munnu; In Versu Ottenariu, ed in Lingua Siciliana. Cu l’Aggiunta di multi Proverbij, uniformi a chiddi di la Sagra Scrittura. Da lu P. Fidili di S. Brasi Predicaturi Capuccinu. Profittevuli ancora ad ogni sorti di Pirsuni, pubblicato nel 1774. Un esemplare del piccolo volume da me consultato reca una controcopertina in carta dipinta con vivaci e ancora brillanti motivi nastriformi nei toni del verde-giallo-rosa. Da questo volume ho desunto l’immagine del ritratto del duca di Castellana, un’incisione fuori testo (cm 12,5) ad opera di Giuseppe Garofalo, già pubblicata in B. Alessi, Agesilao Bonanno…, p. 26. La pagina seguente del volumetto contiene una lunga intestazione dedicatoria: «Alla grandezza del signor D. Agesilao Bonanni Grisafi, Joppulo, Gianguercio e Spadafora Principe e duca di San Biagio, di S. Antonino, e di Castellana. Signore delle Baronie, Stati, Terre e Feudi di S. Biagio, Cianciana, Regattano, Gualdonieri e della Masseria e Territori di Quaranta, Tagliavia, S. Giorgio e della Noce»; vedi Figg. 1 -2, infra. La riconoscenza di padre Fedele verso i mecenati di casa Bonanno di Castellana si esprimeva in altre due pubblicazioni: a Donna Antonina Bonanno Joppolo, madre del Nostro, veniva dedicata l’opera del 1753 La costanza fra perigli Epilogata nella schiavitù del Servo di Dio P. Ludovico d’Alcamo, Sacerdote Capuccino della Provincia di Palermo Opera sagro-comica del Padre Fedele Palermo, da S. Biagio del medesimo ordine, e Provincia fra gl’Arcadi romani Cleorindo Elimiano. Dedicata alla grandezza della Sig. Duchessa di Castellana D. Antonina Bonanno ec.ec.ec. A don Giovanni Gioeni e Valguarnera, duca d’Angiò, genero di don Agesilao Bonanno, veniva dedicata l’opera del 1793 Dialoghi familiari sopra la Pittura difesa, ed esaltata dal P. Fedele da S. Biagio Pittore Cappuccino col sig. Avvocato D. Pio Onorato Palermitano Alla presenza dè suoi Allievi nella bell’Arte Disposti in quindici giornate.
    Giuseppe Vasi fu un architetto e incisore; cfr. A. Petrucci, Dizionario biografico degli italiani illustri, 1937, ad vocem; anche online su http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-vasi_%28Enciclopedia-Italiana%29/. []
  25. Padre Fedele da San Biagio, Dialoghi familiari sopra la pittura difesa, ed esaltata dal P. Fedele da S. Biagio Pittore Cappuccino col sig. Avvocato D. Pio Onorato Palermitano Alla presenza dè suoi Allievi nella bell’Arte Disposti in quindici giornate., a cura e con introduzione di D. Malignaggi, Palermo 2002, rist. an., p. 253. La Malignaggi dirà (p. 11) che «Il trattato di Padre Fedele è stato il primo coerente elaborato teorico che la cultura siciliana ha generato sul tema dell’arte figurativa [...]». []
  26. Cfr.  F.M. Emanuele e Gaetani, Diari della città di Palermo…, vol. XIV, p. 221.
    L’iscrizione così recita «A Sua Eccellenza il Sig. D. Agesilao Bonanni Grisafi Ioppolo Gianquercio e Spadafora
    Principe di S. Antonino Duca di Castellana & Pretore e Capo del Senato di Palermo, Grande di Spagna di prima Classe  La veduta della Basilica di S. Paolo fuori delle Mura ed adiacenze dal Monte Aventino e dal Fiume Tevere L’umilissimo divotissimo ed obbligatissimo Servo Giuseppe Vasi Conte Palatino e Cavaliere dell’Aula Lateranense l’anno 1771»
    . Le incisioni di Giuseppe Vasi sono oggetto di grande interesse sul mercato antiquario. A titolo esemplificativo cfr. https://www.bonhams.com/auctions/21602/lot/8/. La Getty Foundation di Los Angeles, l’organizzazione che ha tra i suoi obiettivi la comprensione e la conservazione delle arti visive, ha reso possibile, grazie ad una generosa donazione, la creazione di un progetto online di grande respiro, il Giuseppe Vasi’s Grand Tour. un geo-database e sito web che documenta accuratamente l’opera dell’incisore corleonese. Il sito web del database così presenta l’iniziativa: “Giuseppe Vasi’s Grand Tour presents an innovative geo-database (geographic database) and website that references the work of two 18th century masters of Roman topography: Giambattista Nolli (1701-1756), who published the first accurate map of Rome (La Pianta Grande di Roma, 1748); and his contemporary Giuseppe Vasi (1710-1782), whose comprehensive documentation of the city and its monuments, especially in Delle Magnificenze di Roma antica e moderna, published from 1747-1761, establishes him as one of Rome’s great topographers. Both Nolli and Vasi excelled at describing Rome in geo-spatial terms, one through scientific measurements and the ichnographic plan, the other through careful observation within a pictorial tradition that relied on mathematical perspective”.  Online su: http://vasi.uoregon.edu/index.htm []
  27. M. Boiteux, L’effimero e il servizio del principe. Giuseppe Vasi: Palermo-Napoli-Roma, in Il Settecento e il suo doppio. Rococò e Neoclassicismo, stili e tendenze europee nella Sicilia dei Vicerè, a cura di M. Guttilla, Palermo 2008, p. 392. []
  28. Si tratta del citato componimento poetico Lu Giuvini addottrinatu… []
  29. Padre Fedele da San Biagio, Dialoghi sopra la pittura…, 1788. []
  30. B. Alessi, Agesilao Bonanno…, 2002, pp. 29-31. []
  31. B. Alessi, Agesilao Bonanno…, 2002, pp. 28-29. []
  32. Padre Fedele da San Biagio, Dialoghi sopra la pittura…, 1788, p. 207. []
  33. Padre Fedele da San Biagio, Dialoghi sopra la pittura…, 1788, p. 233. []
  34. G. Cantelli,  La cultura delle apparenze nella Sicilia centro meridionale: il censimento dell’arte tessile in questo territorio e ragionamenti sopra ogni sorta di motivi decorativi, in Magnificencia i extravagància europea en l’art tèxtil a Sicìlia, a cura di G. Cantelli -S. Rizzo, vol. I, Palermo 2003, p. 385. []
  35. Ad Agesilao Bonanno appartenne un consistente patrimonio immobiliare che nel XVIII secolo, nella sola città di Palermo, comprendeva la Domus Magna alla Conceria, la Casina del Santissimo Crocifisso di Perpignano nel luogo nominato di Bonriposo (distrutta per la costruzione dell’aeroporto militare di Boccadifalco, insieme a molte altre ville nobiliari suburbane), la casina alla Noce (acquistata dal principe Giuseppe Emmanuele Ventimiglia e Cottone e      riconfigurata in chiave neoclassica) e una non ancora identificata «Casina a mare di questa città, ove abitava il fu     Illustrissimo Signor duca di Castellana»: per le molte, inedite notizie relative a queste dimore e alle altre proprietà feudali vedi infra. []
  36. G. Travagliato, Il Palazzo dei principi Alliata di Villafranca a Palermo: per secoli monumento e documento di vita quotidiana in Abitare l’arte in Sicilia. Esperienze in Età Moderna e Contemporanea, a cura di M.C. Di Natale-P.      Palazzotto, Palermo 2012, p. 23. []
  37. Sul ruolo culturale del ceto elitario come classe egemonica cfr. A.M. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palermo 2006, pp. 15-24. []
  38. ASPa, Fondo notai defunti, not. Lionti F., Stanza VI, vol. 5472, ff. 3426-3460. []
  39. La stima dei quadri veniva effettuata dai due noti artisti in data antecedente alle nozze, ovvero il 1 agosto 1736. Interessante rilevare che dipinti e suppellettili provenivano dalle doti restituite a donna Rosalia Caccamo e Branciforte madre di donna Antonia Massa, dal defunto marito don Cristoforo Massa e Galletti. La dettagliata relazione in ASPa, Fondo notai defunti, Lionti F., vol. 5232, ff. nn. non leggibile. Maria Concetta Di Natale osserva che «Dai documenti d’archivio si rileva, anche che gli inventari ora dotali ora testamentari, venivano affidati a specialisti dei vari settori per la valutazione dei beni»; cfr. M.C. Di Natale, Ostentazione e nobiltà, in M. Giarrizzo-A. Rotolo, Il mobile siciliano, Palermo 2004, p. 16; l’inventario dei dipinti stimati dal Sozzi e dall’Interguglielmi in  Regesto documentario, Doc. 3, infra. []
  40. Doveva trattarsi del pittore monrealese Pietro Novelli, definito spesso “Morrialese” nei documenti. I due stimatori sembrano non aver dubbi circa la paternità delle due opere in oggetto e utilizzano la chiara terminologia «mano del Morrialese» per dare un’attribuzione certa. []
  41. ASPa, Fondo notai defunti, Mancuso G.M., stanza IV, vol. 8016; l’inedita notizia è ripresa dalla tesi di laurea triennale di chi scrive, Arti decorative a Belmonte Mezzagno, a.a. 2013-2014, relatrice prof.ssa M. C.Di Natale. []
  42. B. Alessi, Agesilao Bonanno…, p. 30. Lo stesso padre Fedele da San Biagio, d’altronde, nei suoi Dialoghi Familiari sopra la pittura ricordava di aver visto quadri nella casina alla Noce del duca di Castellana. []
  43. Da ricordare il fervore edilizio che caratterizza Palermo nel XVIII secolo, complici i due eventi sismici del 1726 e del 1751, ampiamente ricordati dagli storici del tempo. Le ristrutturazioni di molti palazzi nobiliari rientravano, secondo Angheli Zalapì «in un fenomeno di trasformazioni edilizie diffuso a Palermo durante la seconda metà del Settecento che, stimolato con tutta probabilità dalla necessità di far fronte ai danni provocati dal terremoto del 1751, si trasformò in una gara di ostentazione di magnificenza tra i rappresentanti di spicco dell’aristocrazia»; cfr. A. Zalapì, Dimore di Sicilia, Verona 1998, p. 166. Il vasto fenomeno di costruzione, ammodernamento e riconfigurazione delle dimore nobiliari a Palermo nel XVIII secolo è stato ampiamente analizzato in S. Piazza,  Architettura e nobiltà. I palazzi del Settecento a Palermo, Palermo 2005. Il Villabianca riportava che Agesilao Bonanno, duca di Castellana «ha casa propria nel piccolo piano della badia delle Vergini, sopra Porta Oscura, quartiere Loggia. Trojano d’Afflitto anticamente fu padrone di detta casa»; cfr. F. M. Emanuele e Gaetani, Palermo d’oggigiorno, in G. Di Marzo, Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, Palermo 1873, p. 119. Per notizie sui recenti restauri del Palazzo Bonanno-Castellana cfr. la scheda online su http://www.aamp.it/index.php?pagina=visualizza&id=25 che riporta una galleria di interessanti immagini anche degli affreschi tuttora presenti nei saloni del piano nobile. []
  44. ASPa, Fondo notai defunti, Timpanaro P., Stanza I, vol. 9103, f. 450. Le “cassettine di tiglio” dipinte dovevano, verosimilmente, formare un soffitto a cassettoni. []
  45. ASPa, Fondo notai defunti, Timpanaro P., Stanza I, vol. 9104, f. 264. []
  46. ASPa, Fondo notai defunti, Timpanaro P., Stanza I, vol. 9104, f. 823. Don Nicolò Palma è stato un importante ingegnere-architetto del senato palermitano. Cfr. E. Mauro, in Sarullo L. Dizionario degli artisti siciliani, Vol. I Architettura, ad vocem; La relazione del Palma con il duca di Castellana è ampiamente attestata da numerosi, inediti documenti, molti dei quali vengono argomentati in questa sede. Ci sembra interessante sottolineare anche il rapporto del detto architetto con l’incisore Giuseppe Vasi (del cui legame con il duca di Castellana abbiamo parlato; cfr. nota  24, infra): secondo Aldo Gerbino, don Nicolò Palma fu infatti il «maestro e precettore» dell’artista corleonese poi trapiantato a Roma; si veda A. Gerbino, La corruzione e l’ombra Civiltà figurativa siciliana, Palermo 1990, p. 65.  Il 16 luglio 1755 Don Antonino Interguglielmo stimava altre opere eseguite dal mastro muratore Simone Cancilla «alias Montaquila» per le case del Duca di Castellana esistenti nel piano della Conceria: ancora una volta le opere erano state eseguite «à tenore delli Capitoli fatti dal Sacerdote Don Nicolò Palma  Ingegniero della Città». L’inedita notizia in ASPa, Fondo notai defunti, Timpanaro P., vol. 9105, ff. 236-239.
    Per notizie su Antonino Interguglielmi cfr. P. Palazzotto, in Sarullo L., Dizionario degli artisti siciliani, Vol. I, Architettura, ad vocem. []
  47. ASPa, Fondo notai defunti, Timpanaro P., Stanza I, vol. 9111, f. 143. L’intagliatore Giuseppe Marabitti appartenne alla celebre famiglia di architetti e scultori attivi tra XVII e XVIII secolo; cfr. M.C. Ruggieri Tricoli-B. De Marco Spata  in Arti decorative in Sicilia Dizionario biografico, a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2014, ad vocem. L’architetto crocifero padre Lombardo è attivo a Palermo, secondo Eliana Mauro, tra gli anni 1746 e il 1764, anno della sua morte; cfr. E. Mauro, in Sarullo L. Dizionario degli artisti siciliani, Vol. I, Architettura, ad vocem. Una ulteriore, inedita notizia relativa all’attività di questo poco noto architetto è la «Relazione, Misura e Stima dell’Opere di Mastro Muratore ferraro e Mastro d’Ascia fatte da Mastro Angelo Porcello Muratore stimate ed apprezzate da me sottoscritto Ferdinando Lombardo Chierico Regolare Crucifero Architetto Ingegnero nella Casa dell’Illustre Marchese di San Giacinto Alli Tre Rè»; in ASPa, Fondo notai defunti, Timpanaro P., Stanza I, vol. 9098, ff. 494-498. []
  48. Tra le molte pubblicazioni sul tema cfr. Il Museo dell’Università dalla Pinacoteca della Regia Università di Palermo alla Galleria di Palazzo Abatellis, a cura di G. Barbera-M.C. Di Natale, Palermo 2016, con bibliografia specifica. []
  49. Nel suo testamento don Agesilao si riferiva al Cottone definendolo «Illustre Principe di Villarmosa mio stimatissimo Genero»; cfr. Regesto documentario, Doc. 20. []
  50. Secondo quanto riportato da B. Alessi, Agesilao Bonanno…, p. 30; cfr. inoltre nota 42, infra. []
  51. Padre Fedele da San Biagio, Dialoghi…, p. 171. Ricordiamo che tra le opere del duca di Castellana inventariate nel 1739 e stimate dal Sozzi e dall’Interguglielmi figurava un Seneca svenuto mentre il nostro padre Fedele aveva visto un Seneca svenato: ci piace pensare che potesse trattarsi della medesima opera. []
  52. E. D’Amico Del Rosso, Appunti per una storia del ricamo palermitano in età barocca. La committenza nobiliare, in Splendori di Sicilia Arti decorative dal Rinascimento al barocco, catalogo della mostra (Palermo, Albergo dei Poveri,10 dicembre 2000-30 aprile 2001), a cura di M.C. Di Natale, Milano 2001, p. 205. []
  53. M.C. Di Natale, Ad laborandum curallum, in I grandi capolavori del corallo I coralli di Trapani del XVII e XVIII secolo, a cura di V.P. Li Vigni-M.C. Di Natale-V. Abbate, p. 49. []
  54. M.C. Di Natale, scheda II, 73, in Ori e argenti…, Milano 1989, p. 237. []
  55. Ibidem. []
  56. Preziose suppellettili di arte decorativa sono spesso documentate negli inventari nobiliari; tra i tanti, cfr. S. Anselmo, Le opere d’arte decorative nell’inventario dei beni ereditati nel 1725 da don Giuseppe Emanuele Ventimiglia, principe di Belmonte, in Cinquantacinque racconti per i dieci anni. Scritti di Storia dell’Arte, a cura del Centro Studi sulla civiltà artistica dell’Italia meridionale ´Giovanni Previtali`, Soveria Mannelli 2013, pp. 373-381. []
  57. Cfr. nota 15, infra. []
  58. L. Sciortino, Monreale: il sacro e l’arte la Committenza degli arcivescovi, Palermo 2011, p. 125. []
  59. L. Sciortino, Monreale: il sacro e l’arte…, 2011, p. 125., pp. 125-126. []
  60. ASPa, Fondo notai defunti, Magliocco F.M., Stanza VI, vol. 12957, ff. 161-167; cfr. Regesto documentario, Doc. 20, infra. []
  61. Per i numerosi atti di vendita dei beni di don Giacomo Bonanno cfr. Regesto documentario, Docc. nn. 10-11-14-17, infra. []
  62. Cfr. Regesto documentario, Doc. 6, infra. []
  63. Cfr. Regesto documentario, Doc. 9, infra. []
  64. Cfr. Regesto documentario, Doc. 13, infra. []
  65. ASPa, Fondo notai defunti, Timpanaro P., Stanza I, vol. 9103, f. 487; cfr. Regesto documentario, Doc., 19, infra. []
  66. Ibidem. Ringrazio don Nicola Gaglio, arciprete della Cattedrale di Monreale, per avermi dato il permesso di fotografare il monumento Bonanno. []
  67. Vincenzo Vitagliano era figlio di Gioacchino e della seconda moglie di questi, Teresa Serpotta (sorella di Giacomo Serpotta), e padre di Gioacchino Junior, pure lui scultore. Per notizie sull’artista cfr. V. Scavone, Vincenzo Vitagliano, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani, vol. I, Architettura, Palermo 1993, ad vocem. []
  68. ASPa, Fondo notai defunti, Timpanaro P., Stanza I, vol. 9103, c. 487. []
  69. Cfr. E. Mauro, Alessandro Vanni, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani, vol. I, Architettura, Palermo 1993, ad vocem. []
  70. Il marchese Vincenzo Ignazio Abbate di Lungarini aveva acquistato nel 1737 un feudo chiamato “Castellazzo” per 2400 onze. Il marmo di Casteldaccia, un rosso ammonitico nodulare, nei documenti appellato anche pietra di Castellazzo o pietra di Castellaccio, verrà ampiamente utilizzato nell’edilizia nobiliare locale. Nel 1760 l’architetto Andrea Gigante lo preferirà per la realizzazione della scala a doppia rampa di Palazzo Valguarnera-Gangi, eseguita a partire dal 1760. Il medesimo architetto utilizzerà invece il marmo rosso di Castellammare per il camino del camerone. A tal proposito si veda S. Piazza, Il palazzo Valguarnera-Gangi a Palermo, Palermo 2005, p. 64; l’architetto Salvatore Attinelli nel 1766 farà eseguire al Palazzo Sant’Isidoro alla Guilla, per conto del marchese Don Didaco del Castillo, «sogli posti nelli vani d’apertura di pietra di castellaccio palmi 280.8 per onze 28.12» al marmoraro mastro Emanuele di Gabriele; l’inedita notizia in A.M. Alaimo, Collezionismo e committenza dei Marchesi di Sant’Isidoro, Tesi di Laurea Magistrale, A.A. 2015-2016, relatore prof.ssa M.C. Di Natale. []
  71. Sul monumento funebre dell’Arcivescovo monrealese il  blasone della Casa Bonanno-gatto nero passante su campo d’oro-è vividamente reso con l’impiego di marmi  mischi. Per un approfondimento sull’uso e la tipologia dei marmi e delle pietre locali in architettura si veda G. Montana, V. Gagliardo Briuccia, I marmi e i diaspri del Barocco     siciliano. Rassegna dei materiali lapidei di pregio utilizzati per la decorazione ad intarsio, Palermo 1998; R. Alaimo, R. Giarrusso, G. Montana, I materiali lapidei dell’edilizia storica di Palermo. Conoscenza storica per il restauro, Enna 2008. []
  72. Seravezza, antico borgo toscano sito nella provincia di Lucca, tra il mar Tirreno e le Alpi Apuane, deve la sua fama alle cave di marmo pregiato. Il “marmo di Seravezza”, rinomata pietra ornamentale, è detta anche Breccia Medicea: fu Cosimo dè Medici ad iniziare lo sfruttamento intensivo delle cave del monte Altissimo. Molto usata per rivestimenti e decorazioni, è una pietra particolarmente ricca di venature. []
  73. ASPa, Fondo notai defunti, Timpanaro P., Stanza I, vol. 9103, f. 487. []
  74. W. Krönig, Il Duomo di Monreale e l’architettura normanna in Sicilia, Palermo 1965, p. 131. []
  75. W. Krönig, Il Duomo di Monreale…, 1965, p. 134. Lo studioso, pur descrivendo accuratamente l’opera in questione, non avanza ipotesi attributive. []
  76. W. Krönig, Il Duomo di Monreale…, p. 131. []