Patrizia Sardina

patrizia.sardina@unipa.it

Dal profano al sacro: oreficeria e abiti nella Sicilia tardo-medievale

DOI: 10.7431/RIV20032019

1. Oreficeria e abiti preziosi tra sacro e profano

L’importazione di pietre preziose dall’Oriente, soprattutto perle, aumentò dopo le crociate, ma inizialmente furono utilizzate nei gioielli dei sovrani, in paramenti e arredi sacri. Nel Trecento la moda delle pietre preziose e delle perle si diffuse al di là delle corti regie e delle alte sfere ecclesiastiche, e furono apposte nelle vesti e negli ornamenti del capo di donne appartenenti a diversi ceti sociali1. Le perle divennero un tratto distintivo della gioielleria siciliana, quelle piccole si utilizzavano isolate o raggruppate in rosette ed erano «le signe d’une originalité bien affirmé»2. Molto diffusi erano gli smalti che decoravano bottoni, copricapi femminili, spille, cinture, diademi. Alla fine del Trecento si distinguevano gli smalti translucidi, detti “chiari”, identificati anche con l’espressione ad modum Messanensium, o chiamati rosiclar della Penisola Iberica3.

Gioielli e abiti lussuosi, strumento d’identificazione familiare per le donne, divennero una forma d’investimento, poiché servivano per costituire le doti, si trasmettevano in eredità e potevano essere impegnati4. Negli atti del notaio palermitano Bartolomeo de Bononia rogati tra il 1352 e il 1362 il pegno più prezioso era una coronecta d’argento dorato, che il cavaliere Giovanni de Cosmerio diede a Nicolò de Michaele per un mutuo di 60 fiorini (15 onze)5. Non mancavano gli orecchini. Erano d’oro e perle quelli che Orlando de Manso lasciò come garanzia al cambiavalute Vincenzo Gattula per un prestito di 6 onze e 12 tarì6. Erano d’argento gli orecchini che l’ebrea Ricca diede a Iaquinta, moglie del magister Giovanni de Carino, per il mutuo di un’onza, insieme a dodici cucchiai d’argento, dodici anelli, una ghirlandetta di perle, un pettine d’avorio, il manico di corallo di un coltello, bayrolam crispellum, mizanum, ossia parti in argento di una spada7. Francesco de Granno impegnò un paio di orecchini di perle e una cintura d’argento, per un mutuo di 5 onze ricevuto dal mercante Giovanni de Neapoli8. Pietro de Cisario ebbe in prestito da Giacomo de Adinolfo 14 tarì, dando come garanzia una ghirlandetta di perle con smalti9. Un cordone d’argento con perle, due coltellini decorati con argento, 6 smalti su argento e un panno di seta per bambino furono i pegni lasciati dal nobile Aloisio de Manuele alle venditrici ebree10. Fra gli oggetti che i coniugi Giacomo e Antonia Vindigrano diedero a Bonadonna, vedova del conciapelli Nicolò de Henrico, per un debito di 4 onze e 12 tarì, figurano un’oncia di perle, una reticella rossa e una glimpa (velo11) con due capi d’oro12. Alla fine del Trecento, il ribelle Artale Alagona il Giovane, figlio di Manfredi, impegnò e inviò a Genova una corona d’oro, gioielli e argenteria di Maria, moglie di Martino I di Sicilia, per fronteggiare le spese della guerra di resistenza contro il re. Martino il Vecchio, padre di Martino I, chiese al doge e al comune di Genova di restituire gli oggetti preziosi appartenenti a Maria e fece confiscare i beni di Manfredi Alagona. Dall’inventario redatto da Guglielmo Serra, camerario della regina, appare chiaro che gli Alagona si erano appropriati del tesoro di Maria e della madre Costanza d’Aragona13.

Il vestiario medievale era regolato da un preciso codice di segni e contrassegni, in cui rientravano i tessuti, i tagli, le fogge, gli accessori e i colori; ogni persona doveva indossare abiti adeguati al suo rango14. «Vesti e ornamenti scandivano una precisa tassonomia all’interno di una società fortemente gerarchizzata, che vedeva come uno dei massimi pericoli lo scavalcamento delle barriere fra i ceti e considerava con sospetto ogni mobilità sociale»15.

Nella liturgia cristiana la funzione principale del celebrante era commemorare l’Ultima Cena, non indossava preziose vesti per esaltare sé stesso, ma perché rappresentava Gesù Cristo. L’abbigliamento liturgico, che comprendeva la casula, la dalmatica, il piviale, il manipolo, la stola e il pallio, si fissò in epoca carolingia, ma soltanto tra il XII e il XV secolo si può seguirne in modo chiaro l’evoluzione. Grazie alle loro rendite, le principali chiese erano in grado di comprare tessuti di seta e d’impreziosirli con fili d’oro, d’argento, perle e gioielli. Negli abiti i decori d’ispirazione pagana di origine sassanide, ripresi dai laboratori bizantini, si mischiavano con i motivi dell’arte islamica, mentre i medaglioni, gli elementi applicati, i ricami e le bordature si ricollegavano alla Bibbia e contenevano simboli cristiani16. Il rito della vestizione trasportava il sacerdote dal mondo terreno al mondo celeste ed era accompagnato da varie preghiere, cariche di simbologie e significati. Ogni paramento ricordava una virtù che doveva caratterizzare il sacerdote il quale, secondo San Paolo, indossava un’armatura per intraprendere la sua lotta spirituale17.

Tra la fine del XIII e la fine del XV secolo le autorità civili ed ecclesiastiche disciplinarono gli abiti e gli ornamenti, ossia le “apparenze”, nel tentativo di conciliare le esigenze politiche, sociali ed economiche con i valori morali e religiosi. Il difficile sforzo vide impegnati legislatori e moralisti, nella consapevolezza che ogni persona dovesse utilizzare le “apparenze” fissate per il suo status e non appropriarsi di quelle consentite ad individui appartenenti a un altro18. Le leggi suntuarie normalizzarono lunghezza, larghezza e qualità delle stoffe. Nel XIII secolo gli abiti alla moda non furono più a totale appannaggio dei nobili, ma vennero sfoggiati anche dai nuovi ricchi, che s’affacciarono sulla scena politica. Nelle loro prediche i frati mendicanti lanciarono un appello a rinunziare ai beni terreni, quindi anche a vesti ed ornamenti lussuosi19. Nella costituzione De habitu mulierum del 1279, il cardinale Latino Malebranca, vicario apostolico, introdusse l’obbligo del velo, regolamentò la lunghezza dello strascico e vietò gli abiti scollati in Lombardia, Toscana e Romagna20. Alla fine del Duecento le leggi suntuarie miravano a indebolire i ceti nobiliari, nel Trecento l’area del privilegio includeva medici, giuristi e cavalieri. Alla metà del XV secolo tutti i cittadini potevano indossare abiti eleganti e ornamenti preziosi, ma la tipologia e la quantità distinguevano i diversi gruppi sociali21.

Francescani e Domenicani divennero «disciplinatori delle apparenze», diffusero i valori morali del cristianesimo invitando a confessarsi, a fare penitenza, a bruciare gli abiti lussuosi, e veicolarono il principio della superiorità dell’anima rispetto al corpo e l’idea che l’involucro esteriore fosse lo specchio dell’anima. Predicatori e legislatori si rivolgevano soprattutto alle donne, il cui aspetto rivelava «il potere e il privilegio della famiglia di appartenenza»22, ma i trasgressori più che il pagamento delle multe temevano la dannazione dell’anima23. Nel trattato Llibre de les dones, Francesc Eiximenis condannò l’uso di corone, veli dorati, spille preziose, perle e stoffe ricercate affermando che le donne erano «più adorne che gli altari nel giorno della messa»24. Bernardino da Siena asserì che era inutile, oltre che immorale, sperperare denaro per comprare vestiti e gioielli25. In Italia e in Germania i predicatori francescani portarono avanti le loro campagne di moralizzazione e di lotta contro il lusso, oltre che con infuocati discorsi nelle piazze, ricorrendo ai roghi delle vanità26.

Tra il XIV e il XV secolo i mercanti toscani portarono in Sicilia la moda della Francia cavalleresca. La nobiltà francese appariva affascinante, ma lontana e gradualmente si diffusero la moda e il gusto dell’aristocrazia iberica, catalana e castigliana27.

Nella Sicilia tardo medievale l’oreficeria si divideva in due grandi categorie con finalità e tipologie distinte: vasellame e gioielli sfoggiati dai laici, arredi e paramenti sacri destinati alle cerimonie religiose28. La produzione profana comprendeva, in primo luogo, argenteria per la tavola (tazze, coppe, scodelle, piatti, saliere, piccoli cucchiai, brocche, bacili) e lampade d’argento, a volte dorate e smaltate, poste nelle case davanti a un’immagine sacra detta cona (icona)29 e sospese al soffitto tramite una catenella30. Fra le tazze d’argento spiccavano quelle lavorate secondo lo stile di Montpellier, alcune impreziosite da stemmi o medaglioni centrali di smalto abbastanza elaborati, come una tazza che raffigurava un uomo armato su fondo azzurro contornato di foglie31. Non mancavano tazze lavorate alla catalana, ricordiamo quella presente nell’inventario di Richina Cavallo di Corleone, moglie del barbiere chirurgo Andrea Spallitta32.

I gioielli principali erano anelli, collane femminili e catene maschili, orecchini e ornamenti per il capo (berretti, ghirlande, reticelle e piccole corone). Prevaleva l’argento, invece l’oro era riservato ad anelli e monili rari. Gli oggetti più diffusi erano le cinture d’argento e i bottoni lavorati33, che nel Medioevo svolgevano una funzione decorativa e potevano essere «circolari, piatti, a forma di pera o di piccole sfere, con perle, gemme e smalti»34. L’anello era un gioiello accessibile non solo ai nobili ma anche a persone del ceto medio, fra cui figuravano notai, barbieri, speziali e pittori35. Gli anelli con pietre preziose erano cari ricordi che passavano di madre in figlia. Nel 1355 la palermitana Altilia, vedova del magister Tommaso de Alexandro, lasciò un anello a ciascuna delle sue figlie: un diaspro a Garita, moglie di Giovanni Carboni, un rubino ad Antonia, vedova di Bertino Coppula, uno zaffiro a Umana, monaca di S. Maria di Valverde36.

La collana era detta cannaca, channaca con un termine di origine araba. La maggior parte delle collane descritte negli inventari erano fatte di perle, a volte numerose, meno comuni erano le collane d’argento e oro. Non mancavano catene e catenelle, simili alla châtelaine francese, caratterizzata dalla presenza di numerose maglie37.

Gli orecchini, chiamati chirchelli, erano in maggioranza d’argento, raramente d’oro, ancora più sporadicamente d’ambra. Fra i decori prevalevano le perle, seguite da pietre preziose, smalti, decori araldici, angeli di smalto. I braccialetti si utilizzavano poco38.

Tra i monili più preziosi spicca un diamante con 4 rubini e 3 turchesi comprato nel 1455 da Gispert La Grua Talamanca, barone di Carini, per 30 onze39.

Argenteria e gioielli potevano essere decorati con gli stemmi delle casate nobiliari40.

Molto curato era l’ornamento della testa, che comprendeva cayola41, corona, coronecta, ritichella, rizola, chircketum. La cayola era sorretta da un supporto di seta, zendado o taffettà di diversi colori (rosso, celeste, azzurro, viola, verde, bianco), lavorato in modo vario con oro di Cipro, o con un filo di perle, con cannolicchi o stelle d’argento, con rose d’argento dorato e smalto. La coronecta era un filo d’oro o d’argento ornato di perle, pietre o foglie, che s’indossava sporadicamente da sola e sovente faceva parte della cayola; la corona era molto rara, più pesante e si portava da sola. La ritichella o rizola era una rete composta di fili d’oro. Il chirketum con perle o pampini comparve nella prima metà del Quattrocento. Completavano la serie di acconciature per la testa i cordoni di seta definiti pro capite, ornati di perle e, più raramente, di foglie d’argento, le trecce di perle e le strisce di tessuto ricamate con perle. Non mancavano le ghirlande, ossia diademi con perle e oro, e i frontali42.

L’oreficeria sacra presente in chiese e cappelle includeva oggetti devozionali (croci, reliquiari e corone d’argento per le statue) e di culto, in primo luogo calici, ma anche patene, ostensori e incensieri43. Accanto alle più comuni croci d’argento, spesso dorato, figuravano rare croci di corallo e ambra44. Gli arredi sacri d’argento sopravvissuti sono pochi. Particolarmente raffinato è il reliquiario della S. Croce di Piazza Armerina, realizzato da Simone de Aversa nel 140545. Esempi significativi si trovano nelle Madonie. Rimontano al XIV secolo il reliquiario di S. Bartolomeo di Geraci Siculo (Fig. 1), la croce astile di Petralia Sottana e il reliquiario di Petralia Soprana. Le matrici di Geraci Siculo, Isnello, Polizzi Generosa, Petralia Soprana e Sottana custodiscono calici d’argento del XV secolo dorati, sbalzati, cesellati, incisi, traforati e, in alcuni casi, con smalti46 (Fig. 2).

Tessuti ricamati e smalti servivano per confezionare abiti sacerdotali e paliotti di altari47. Gli oggetti devozionali più diffusi erano i paternostri, destinati alla preghiera, e le immagini sacre dette cone, con funzione al contempo religiosa e decorativa. I paternostri più preziosi avevano grani di corallo, giada, argento, oro filato e terminavano con una croce, un bottone o un corno di corallo. Legati alla recita di una sequenza ripetuta di Ave Maria, inframezzata dal Padre Nostro, erano separati in gruppi da elementi divisori detti partimenta, che potevano essere bottoni di perle o d’argento e piccole croci. Accanto ai comuni paternostri di corallo e oro, o di corallo e argento non mancavano combinazioni più fantasiose: le perle erano accostate al corallo, o alla giada, o all’ambra, mentre la giada si abbinava anche all’argento o al corallo48. Le cone erano dotate di un palium (velo) e di un frontale ornato di perle, smalti, a volte con le armi della famiglia49.

I testatori legavano poco denaro per fare dipingere immagini della Vergine e dei santi nelle pareti delle chiese, ma lasciavano gioielli, cinture e argenteria per fare realizzare con un metallo nobile oggetti che custodivano le ostie consacrate. Oro e argento si utilizzavano per onorare l’eucaristia, più che per venerare i santi e custodire reliquie50.

Nel 1390 gli stemmi di famiglia comparivano in tre calici d’argento dorato con patena custoditi nella chiesa di S. Agostino di Corleone: uno con smalti recava le armi di Riccardo de Rugilento, un altro quelle del dominus Filippo Curto, dei Cosmerio e dei Vaccarellis, un terzo le armi dei Ponticurono e dei Bruno51.

Quando si trovavano in difficoltà i monasteri non esitavano a impegnare arredi sacri. Nel testamento del 1375 Marina, moglie di Giovanni Sabbatino, dichiarò che aveva prestato 15 fiorini alla badessa di S. Salvatore di Palermo, ricevendo come garanzia un calice52.

Nell’inventario dei beni di S. Salvatore di Corleone, fatto redigere dalla badessa Giovanna de Plaxentino nel 1416 poiché era malata, l’argenteria sacra (una croce e un calice) si mescolava con quella profana (quattro cucchiai, otto piatti, una tazza e una piccola buxurecta, ossia una cassetta, con tre anelli d’oro)53. Possiamo immaginare che, all’occorrenza, il vasellame da mensa e gli oggetti d’argento potessero essere fusi per ricavare arredi liturgici.

2. Il peccato, la morte e i lasciti testamentari

Nel Medioevo la vita umana era condizionata dal peccato originale commesso da Adamo ed Eva, che aveva spezzato l’armonia tra anima e corpo e si trasmetteva a tutti gli uomini sin dalla nascita. Nell’Etica Abelardo spiegò in maniera sistematica il concetto di peccato, distinguendo il vizio (tendenza individuale a peccare) e l’atto peccaminoso (azione esterna) dal peccato come volontaria adesione della coscienza. Quindi, il peccato si definiva in rapporto all’intenzione e la classificazione più diffusa dei peccati divenne il settenario dei vizi capitali54. Secondo Gregorio Magno la superbia o vanagloria era il primo dei peccati capitali, all’origine di tutti gli altri, poiché uomini e donne che avevano il culto dell’apparenza preferivano il corpo all’anima e potevano macchiarsi di colpe molto gravi. Per i predicatori dei secoli XIV e XV peccava di vanagloria chi voleva cambiare il suo status per superbia, ma anche chi ostentava vesti, copricapi e gioielli vistosi, ricercati e costosi. Bernardino da Siena affermava che colui il quale indossava abiti eccessivamente lussuosi commetteva un peccato mortale e offendeva Dio in dieci modi, in primo luogo per la sua vanagloria55.

In punto di morte, il pensiero della dannazione eterna, tra le fiamme infernali, generava angoscia e sgomento. Il moribondo sperava di andare direttamente in Paradiso o almeno in Purgatorio, dove la macchia del peccato poteva essere emendata grazie alle preghiere dei vivi56. La possibilità di rimettere le colpe attribuita alla Chiesa innescava un sistema di scambi tra mondo terreno e ultraterreno, basato su penitenze, preghiere e indulgenze57. Preghiere, elemosine e messe abbreviavano il tempo di permanenza nel Purgatorio di parenti e amici morti58. L’elaborazione dottrinale del Purgatorio, come terzo regno dell’Aldilà, andò di pari passo con la definizione delle indulgenze. La questione dei suffragi fu affrontata da San Tommaso, il quale asserì che la loro validità prescindeva dalle qualità morali di chi intercedeva e il cumulo dei suffragi poteva annullare la pena. Il calcolo delle indulgenze in giorni, mesi e anni e l’enorme numero di messe s’inseriscono nel contesto del XIII secolo, caratterizzato dall’affermarsi della logica economica mercantile e dalle attività contabili e bancarie. Nel 1300 Bonifacio VIII indisse il giubileo concedendo l’indulgenza plenaria ogni 100 anni, ridotti poi a cinquanta da Clemente VI nel 134359.

Nel 1348 la peste nera si diffuse in un Europa già debilitata «dans un monde fragilisé où la maladie rôde»60. Le epidemie e il decremento demografico si tradussero in un «accumulo decisamente ossessivo» di messe di suffragio ininterrotte. Ai cappellani fu affidato il compito di celebrare tutto il giorno messe per le persone decedute, i frati mendicanti trassero lauti profitti dai servizi funebri61. Nelle cappelle le messe di suffragio erano recitate da un singolo prete designato dal testatore, o da diversi preti che si alternavano. I laici più facoltosi fondarono cappelle dotate di un altare, corredato di arredi e paramenti liturgici, spesso contraddistinti da stemmi familiari62.

Il culto dei morti assunse valenze sociali e consolidò i gruppi parentali63. Si donavano terre o rendite a sacerdoti e monaci per il servizio liturgico, e la memoria dei morti era gestita dalla Chiesa64. Si sviluppò una sorta di «mercato funerario», gli ordini mendicati diventarono «specialisti in suffragi per i morti» e i loro conventi furono il luogo di sepoltura preferito delle élite urbane. Si diffuse l’attenzione alla salvezza individuale e i vivi si assunsero il compito di liberare dal peccato i parenti morti65.

I ceti agiati non vedevano la morte soltanto come la conclusione dell’essere, ma anche come la separazione dall’avere, poiché dovevano lasciare i beni terreni66. Se, da un lato, abbandonare la ricchezza generava angoscia, dall’altro, l’accumulo di beni esponeva il cristiano al rischio della dannazione eterna. La Chiesa offriva una soluzione con il testamento, grazie al quale il ricco, donando i beni terreni, poteva ottenere la salvezza eterna. Distribuire i beni tra gli eredi e lasciare pii legati diventava un dovere morale67. I testamenti consentivano di riparare i torti commessi, donando alla Chiesa e ai poveri per il bene dei vivi e dei morti68. Secondo Ariès, il testamento non era solo un “passaporto per il cielo” che assicurava i beni spirituali, come afferma Le Goff, ma anche un “lasciapassare sulla terra” che legittimava e riabilitava i beni temporali, poiché consentiva di pagare fondazioni caritatevoli, legati pii, messe, e di conciliare aeterna e temporalia69. I testatori chiedevano preghiere per cancellare i male ablata legati al peccato di usura, confessato quasi sempre solo in punto di morte, ma anche pro male ablatis incertis, espressione che si riferiva a denaro e beni dei quali s’ignorava la provenienza e che, quindi, potevano essere stati comprati o ereditati in modo illecito70. Nei lasciti si poteva indicare il legatario (istituzione o singolo individuo) con disposizioni nominative (distinte), o lasciare denaro e beni a categorie di persone (poveri, orfani, malati) all’interno delle quali i fedecommissari dovevano individuare i destinatari (indistinte)71.

Gli ordini mendicanti teorizzarono il valore del pentimento degli usurai e della restituzione e s’incaricarono di ridistribuire ai poveri il frutto dell’usura. Il fenomeno della restituzione rivestiva un ruolo fondamentale nell’economia del tardo Medioevo specialmente nelle aree geografiche più progredite, al contempo aumentava l’interesse di teologi e confessori per l’uso corretto della ricchezza e il reinvestimento in opere di pubblica utilità72. Todeschini osserva che l’indennizzo va letto in chiave «economica, civica, simbolica, metaforica» e aiuta a decodificare il significato economico-politico della ricchezza e dei profitti73. Caso emblematico di restituzione è la Cappella degli Scrovegni di Padova, affrescata da Giotto, commissionata da una famiglia di banchieri usurai, che mostra come fosse possibile rendere alla collettività cristiana la ricchezza sottratta con operazioni economiche contrarie al bene comune74.

Quando nel 1384 Manfredi Chiaromonte, vicario del Regno di Sicilia,  decise di fondare il monastero benedettino di S. Maria degli Angeli di Baida, a pochi chilometri da Palermo, specificò che mirava alla salvezza della sua anima, cupiens terrena in celestia, et transitoria in eterna commercio commutare75. La realizzazione a Baida di una replica del ciclo del chiostro di Monreale dedicato alla vita della Vergine ha una duplice chiave di lettura, da un lato, il vicario tentò d’imitare l’opera di Guglielmo II, dall’altro, manifestò la devozione verso la Vergine sperando nella sua intercessione76.

3. Dal profano al sacro

Alla luce di quanto detto, modificare gli oggetti profani, simbolo di lusso e peccato, in arredi e paramenti sacri era un’opera meritoria, di straordinaria importanza per la salvezza dell’anima. Beni temporali, acquistati a volte grazie a un arricchimento illecito o all’usura, subivano una metamorfosi che cancellava le tracce del peccato e conferiva una valenza spirituale e un senso di eternità, consentendo quella conciliazione di aeterna e temporalia alla quale, secondo Aries, miravano i testatori77. Come mostrano i testamenti, «une des principales sources de l’approvisionnement en vêtemente du cult» era la generosità dei fedeli, che donavano stoffe nuove o abiti di seta usati per realizzare indumenti sacri78.

Nel Trecento, troviamo esempi significativi della trasformazione di beni mondani in paramenti e arredi liturgici nei testamenti di ricche nobildonne palermitane che fondarono e dotarono nuove cappelle. Fra i beni di lusso riadattati per ricavare abiti e oggetti sacri si segnalano anche cappe, selle da donna e capestri, utilizzati per cavalcare79 nel corteo nuziale80. Altro indizio della volontà di abbandonare ogni segno della vita terrena per potere raggiungere il cielo è la scelta di essere sepolte con abiti monastici.

Nel testamento del 1310 Palma de Magistro, vedova del cavaliere Ruggero Mastrangelo, capitano di Palermo dopo la rivolta del Vespro del 1282,81 dispose che vasa nostra argentea commutentur pro sacris vasis argenteis necessariis pro apparatu et municione nostri monasterii. Si trattava del monastero femminile che la defunta figlia Benvenuta Mastrangelo, moglie di Guglielmo Aldobrandeschi, conte di Santa Fiora, aveva deciso di fondare a Palermo che sarà costruito tra il 1312 e il 1313 e dedicato a S. Caterina82. L’argenteria per la tavola, utilizzata durante i banchetti, consisteva in: gradalia octo, parassides duodecim (taglieri83), saleria sex, platellam unam et parassides alias duodecim, salerias septem, marassios duos (boccali84), item tacias de argento duodecim. Inoltre, Arturo de Deumiludedi aveva cannatas duas (boccali)85, gradalia quatuor et talleria minora duo coclarias de argento. La testatrice stabilì che omnes glimpe et panni nostri serici deputentur pro apparatu et municione nostri monasterii e affidò alla cugina Grazia de Ebdemonia, alla mulier Muscata e a suor Giovanna il compito di trasformare veli, drappi di seta e di sciamito in paramenti sacri. Inoltre, Palma incaricò Grazia di riadattare capistrum unum de argento impernatum, par unum caradarum de auro (orecchini pendenti86) et channacam unam de auro (collana)87 per il corredo matrimoniale delle orfane. In questo caso, gli oggetti profani non sarebbero diventati sacri, ma riutilizzarli per uno scopo benefico sarebbe servito a depurarli della loro peccaminosa vanità. Con il suo lavoro la domina Grazia avrebbe ripagato Palma con la quale aveva contratto un debito di 20 onze, dando in pegno dodici parassides d’argento, due ghirlande88, una con merlature d’oro, l’altra d’oro, smalto e perle, un’elegante cuprisio (surcotto89) di sciamito rosso, colore particolarmente elegante90, con perle e smalto. Così l’argenteria, le vesti e i gioielli che Grazia era stata costretta a impegnare sarebbero stati restituiti ai figli. Oltre a dotare il nuovo monastero femminile, Palma legò a S. Domenico un turibolo d’argento, alla cappella di famiglia dedicata a S. Orsola, posta sul piano di S. Domenico91, un incensiere, una navetta, due ampollette, due candelabri d’argento e un paliotto con perle92. Nel novembre del 1561 Tommaso Fazello testimoniò di avere visto le armi di Palma nella cappella di S. Orsola, i blasoni di Palma e del marito Ruggero negli incensieri, nei candelabri, nei calici e nei paramenti della sacrestia di S. Domenico93.

Nel 1318 Albamonte de Falconerio, cugina di Palma e vedova del cavaliere palermitano Giovanni de Camerana, dispose che fosse costruita una cappella con altare nella chiesa di S. Caterina, per esservi sepolta con l’abito delle suore, e lasciò al monastero un tenimento di case da adibire a infermeria e una casula nera. Affidò a frate Martino de Panormo, inquisitore degli eretici, il compito di celebrare messe nella cappella e stabilì che con l’argento della sua sambuca (sella femminile94) si realizzasse un calice dorato dentro e fuori, con la sua cappa di seta salmonata, ossia «probabilmente di colore rosa salmone»95, una casula, stola, manipolo e frontale96. La cappa di Albamonte, sopravveste senza maniche affibbiata al collo97, aveva stoffa sufficiente per realizzare tutti i paramenti sacri di colore rosaceo utilizzati per celebrate la terza domenica dell’Avvento (Gaudete) e la quarta domenica del tempo di Quaresima (Laetare). Il colore rosa, nelle sue diverse sfumature, era abbastanza raro. Nel 1343 a Firenze Bartolomea, moglie di Pacino Brancaccio, aveva una guarnacca «panni mischi salmonati cum monticellis scarlattinis»98, Primerana, moglie di Federigo, una guarnacca bipartita, da un lato di panno salmonato, dall’altro di panno nuvolato con fondo bianco99. Tra gli abiti di Eleonora, moglie di Pietro IV d’Aragona, menzionati nel Llibre de la cambra e lits tra il 1371 e il 1375, figura una cotardia (cottardita) ampia veste fluttuante con lunghe maniche100, di colore rosat de Melines101. Pastoureau mette in guardia dall’idea che i colori delle immagini di epoca medievale offrano una visione “realistica”, poiché non riproducono «il reale con scrupolosa esattezza coloristica». Le descrizioni presenti nei documenti hanno valenze ideologiche e culturali e citare il colore di un oggetto è una scelta legata a condizionamenti economici, politici, sociali e simbolici102.

Nel 1383 la nobildonna Giacoma Bernardo, originaria di Calatafimi, vedova del palermitano Enrico de Addam, priva di figli, nominò il cugino Guglielmo Bernardo erede universale del suo ricco patrimonio immobiliare che comprendeva palazzi, case, botteghe, giardini, terre a Trapani, Calatafimi e Palermo. Il trasferimento a Palermo non spezzò le sue radici, così donò una casula di velluto e un calice d’argento alla cappella di S. Giovanni, fondata dal padre a Calatafimi. Scelse di essere sepolta nella cappella di S. Giovanni de Militibus, nella Cattedrale di Palermo, con l’abito delle benedettine di S. Maria delle Vergini e predispose con scrupolo ogni dettaglio per dotare al meglio la sua cappella, dove il prete Andrea de Calandrino doveva cantare quattro o tre messe alla settimana. Dal suo mantello si sarebbe ricavata una casula con perle e smalti, contrassegnata dal suo stemma. Stabilì che si comprasse panno di seta celeste per gli abiti che il diacono e il suddiacono avrebbero indossato per celebrare le messe a Natale e Pasqua. Dispose che si realizzassero una tunicella e una casula di tela decorata per i giorni di festa, una croce d’argento e cristallo, ampollette d’argento e un incensiere per la cappella. Legò a S. Giovanni de Militibus il pallio di panno d’oro che si trovava nella cappella della sua dimora, un paliotto con perle e un calice d’argento. Altro punto fondamentale fu la celebrazione di migliaia di messe per l’anima sua, dei genitori e del marito da parte di Francescani, Carmelitani, Agostiniani e Domenicani, monaci benedettini di S. Martino e Monreale. Donazioni e preghiere convergevano verso il medesimo scopo: salvare l’anima della testatrice dalla dannazione infernale103.

Fra i beni elencati nel testamento di Esmeralda, vedova del cavaliere Francesco Prefolio, dettato nel 1375, figurano oggetti preziosi di uso profano d’argento (una cintura militare, quattordici tazze, dieci delle quali dorate, tredici cucchiaini, due brocche) e d’oro (una fede e nove anelli con pietre preziose). Volle essere sepolta nella chiesa di S. Francesco di Palermo, cui legò 3 onze per messe cantate, un calice d’argento dorato, un mantello di velluto rosso, 2 onze per realizzare due ampolle d’argento e un cucchiaino d’argento per le ostie; inoltre, lasciò 2 onze al guardiano Anselmo de Ragusia, altrettanto a frate Antonio de Heraclia per dire messe per la sua anima. Destinò 8 onze e 15 tarì al completamento della cappella di S. Andrea nella chiesa di S. Francesco di Ragusa, iniziata dal marito, cui legò un pezzo di stoffa di velluto celeste e sette pezzi di zendado di diversi colori per fare una casula e un’alba104.

Fra coloro che trasformavano oggetti profani in arredi sacri non mancavano le mogli dei mercanti di Palermo, come Desiata, sposata con Aloisio Abbatellis che lasciò al frate predicatore Lombardo, suo esecutore testamentario, una zona (cintura) d’argento per ricavare un calice da utilizzare per celebrare messe a S. Domenico nell’altare di S. Maria. La sua volontà fu adempiuta e nel 1362 frate Lombardo consegnò il calice d’argento dorato del peso di 13 once a Simone de Milicto, vicario di S. Domenico105.

Nel 1422 Finella de Ragusia donò al monastero di S. Salvatore di Palermo, dove voleva essere curata e sepolta, una cintura del peso di 17 once e una guaina porta-coltellini d’argento smaltato, con i quali il suo erede doveva fare realizzare un calice d’argento dorato con smalti e una patena, entro un anno dalla sua morte106.

Perle e smalti erano legati a monasteri e chiese per impreziosire i paliotti, bottoni d’argento, orecchini e tazze smaltate per realizzare calici. Nel 1348 Sibilla de Jaconia lasciò alla chiesa di S. Francesco di Palermo due paia di orecchini e alcuni bottoni d’argento per fare un calice107. Particolarmente significativa fu la «transmutation spirituelle» operata dalla palermitana Rosa de Villano, moglie di Filippo de Vernagallo, che nel 1376 lasciò al monastero di S. Salvatore due once di perle per adornare un paliotto108, a S. Maria delle Ver­gini una tazza dorata con uno smalto centrale e una cintura per fare un calice, alla cattedrale tre tazze e tre piccole cinture smaltate per realizzare una croce. La fusione dell’argento avrebbe mutato le ricchezze terrene in un tesoro spirituale109.

Nel 1398 Charina, moglie di Michele de Cerreto, lasciò a S. Salvatore di Corleone, dove voleva essere seppellita, un paliotto, trentotto smalti e una rosa di paternostro di ambra, tre canne di panno nero e una casa110. Nel 1403 Gianna, moglie del nobile Antonio di Riccardo de Lancilloctis, che voleva riposare nella cappella di S. Michele, nella chiesa di S. Nicola di Salemi, legò alcuni bottoni d’argento per fare un calice, tre once di perle per un paliotto111.

Fra gli uomini desiderosi di favorire il passaggio dalla terra al cielo, trasformando gli oggetti profani in arredi sacri, ricordiamo il conte Matteo Sclafani che nel testamento del 1333 legò al ministro dei Francescani la sua argenteria per realizzare trenta calici, nel testamento del 1348 donò alla chiesa di S. Chiara di Palermo il corredo liturgico della sua cappella, ossia ampolle, croce, candelabri e navetta d’argento, un messale e «vestimenta pulcra» di sciamito112.

Nel 1348 Filippo de Campsore, providus vir di Palermo nominò erede universale il fratello Giovanni, a patto che non avesse rapporti sessuali e non abitasse con l’ex amante Grazia. Voleva essere sepolto nella chiesa di S. Maria dell’Ammiraglio, cui legò una vigna, una taverna e due servi. Prestò particolare cura alla sua cappella, dedicata a S. Antonio, in cui dovevano essere celebrate in perpetuo messe per l’anima sua, della moglie e dei genitori. Legò tre zone e tre tazze d’argento per realizzare un calice e due ampolle, una coltre di zendado rosso e due tovaglie di seta per i paramenti sacri. Stabilì che si spendessero 3 onze per restaurare e dipingere la cappella113. Nel 1342 Nicola Tocca, notaio di Messina che abitava a Catania, lasciò minuziose disposizioni sull’altare da costruire nella chiesa di S. Nicolò l’Arena, cui legò terre a Paternò. Voleva essere inumato con l’abito benedettino, l’abate e i monaci dovevano pregare in perpetuo per lui e i suoi genitori, gli esecutori testamentari fare realizzare un calice d’argento e tutti gli abiti sacerdotali. Una parte dei suoi vestiti doveva essere donata, un’altra venduta spendendo il denaro ricavato per la salvezza della sua anima, in cima ai pensieri di tutti i testatori114.

La custodia e la salvaguardia degli oggetti sacri erano di straordinaria importanza per il valore che avevano sul piano materiale e spirituale. Nel 1383 Giacoma Bernardo dispose che gli abiti e i paramenti della sua cappella fossero conservati nel tesoro della Cattedrale di Palermo115. Nel 1452 la nobile Bartolomea, vedova di Giacomo de Carastono, scelse di essere sepolta nella chiesa di S. Maria della Martorana e ordinò che il monastero conservasse omnia iocalia, compreso il calice, finché la cappella del suo palazzo, dedicata a S. Nicolò, ormai inagibile, non fosse stata ristrutturata116. Nel 1458 Callisto III ordinò di restituire alla badessa e alle monache di S. Chiara cruces, calices, patenas, reliquias iocalia, indumenta ecclesiastica, vasa argentea, cuprea, ferrea, stannea, pannos lineos, laneos sericos, pena la scomunica117.

In alcuni casi, il passaggio degli oggetti dalla sfera del profano a quella del sacro avveniva in occasione dell’ingresso in monastero delle vedove e segnava l’inizio di una nuova vita fatta di preghiere e rinunzie. Nel 1426 la corleonese Contessa, vedova del notaio Tommado de Bononia, entrò a S. Maria Maddalena e consegnò come dote alla badessa una tazza, due cucchiai, argento rotto del peso di 6 once e 15 smalti chiari per realizzare un calice118.

  1. Abbreviazioni utilizzate: ASPa= Archivio di Stato di Palermo; Crs= Corporazioni religiose soppresse; N= Notai; Sn= Spezzoni notarili.

    M. Cataldi Gallo, Storia del costume, storia dell’arte e norme suntuarie, in Disciplinare il lusso, a cura di M.G. Muzzarelli-A. Campanini, Roma 2003, p. 181. []

  2. G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Une maison de mots. Inventaires de maisons, de boutiques, d’ateliers et de châteaux de Sicile (XIIIe-XVe siècles), Palermo 2014, vol I, p. 206. []
  3. Ivi, pp. 203-204. Sugli smalti cfr. A. Lipinsky, Oro, argento gemme e smalti, Firenze 1975, pp. 389-446. []
  4. M. Muzzarelli, Guardaroba medievale, Bologna 1999, p. 16; M.C. Di Natale, Gioielli di Sicilia, II ed. Palermo 2008. []
  5. ASPa, Sn, Catena, 85, f. 103v. Su Nicolò de Michaele cfr. P. Sardina, Palermo e i Chiaromonte: splendore e tramonto di una signoria, Palermo 2003, pp. 124-126. []
  6. ASPa, N, I st., reg. 119, ff. 81v-82r. []
  7. Ivi, ff. 93v-94v, ed. in G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison…, 2014, vol. II, p. 443. La bayrola era la gorbia (Ivi, vol. VI, p. 1724, voce vayrola), il crispellum un guarnimento della spada (Ivi, p. 1650, voce crispellum); il mizanum un elemento della guaina (Ivi, pag. 1684, voce mizanum []
  8. ASPa, N, I st., reg. 122, f. 146v. []
  9. Ivi, f. 109r. []
  10. Ivi, reg. 123, f. 116r-v. Su Aloisio de Manuele cfr. P. Sardina, Palermo e i Chiaromonte…, 2003, pp. 219-223. []
  11. G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Une maison…, 2014, vol. VI, p. 1665, voce glimpa. []
  12. ASPa, N, I st., reg. 123, ff. 151r-152v. []
  13. D. Santoro, Il tesoro recuperato. L’inventario dei beni delle regine di Sicilia confiscati a Manfredi Alagona mel 1393, in “Anuario de Estudios Medievales”, n. 37/1 (enero-junio de 2007), pp. 72-76. Sugli Alagona cfr. P. Sardina, Tra l’Etna e il mare, Messina 1995, pp. 140-173. []
  14. M. Pastoureau, Couleurs, images, symboles, Paris s.d., p. 32. []
  15. M. Muzzarelli, Guardaroba…, 1999, p. 14. Sulla moda medievale cfr. M. Scott, Medieval dress & fashion, London 2008. []
  16. F. Piponnier – P. Mane, Se vêtir au Moyen Âge, Paris 1995, pp. 139-144. Sui paramenti sacri cfr. L. Trichet, Le Costume du clergé: ses origines et son évolution en France d’après les règlements de l’Église, Paris 1986; S. Larrett Keefer, A Matter of Style: Clerical Vestments in Anglo-Saxon Church, in “Medieval Clothing and Texiles”, a cura di R. Netherton – G.R. Owen-Crocket, 3, 2007, pp.13-40; M.C. Miller, The Liturgical Vestments of Castel Sant’Elia: Their Historical Significance and Current Condition, in “Medieval Clothing and Texiles”, 10, 2014, pp. 79-96. []
  17. A. Roth, Il contenuto e la funzione del codice, in Il Pontificale di Bonifacio IX, a cura di A. M. Piazzoni, Città del Vaticano 2007, pp. 26-29. []
  18. M. G. Muzzarelli, Gli inganni delle apparenze, Torino 1996, pp. 7-9. Sull’argomento cfr. S. G. Heller, Angevin-Sicilian Sumptuary Statutes of the 1290s: Fashion in the Thirteenth Century Mediterraean, in “Medieval Clothing and Texiles”, 11, 2015, pp. 77-98. []
  19. M.G. Muzzarelli, Gli inganni…, 1996, p. 12. []
  20. Ivi, pp. 101-102. Sull’argomento cfr. T. M. Izbicki, Ecclesiastical Regulation of Women’s Clothing in Late Medieval Italy, in “Medieval Clothing and Texiles”, 5, 2009. []
  21. M.G. Muzzarelli, Gli inganni…, 1996, pp. 14-16. []
  22. Ivi, p. 20. []
  23. Ivi, pp. 18-20. []
  24. Ivi, p. 163. []
  25. Ivi, p. 171. []
  26. M.G. Muzzarelli, Guardaroba…, 1999, pp. 333-336. Sull’argomento cfr. Eadem, Pescatori di uomini, Bologna 2005, pp. 109-118. []
  27. G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Une maison…, 2014, vol. I, p. 207. []
  28. Su orafi e argentieri cfr. G. La Corte Cailler, Orefici ed argentieri nel secolo XV (da documenti inediti), in Le arti decorative del Quattrocento in Sicilia, Roma 1981, pp. 131-154; M.C. Di Natale, Gli argenti in Sicilia tra rito e decoro, in Ori e argenti di Sicilia dal Quattrocento al Settecento, catalogo della mostra, Milano 1989, pp. 134-165; Arti decorative in Sicilia. Dizionario biografico, a cura di M.C. Di Natale, Palermo 2014, 2 voll. []
  29. G. Bresc-Bautier, Artistes, patriciens et confréries. Production et consommation de l’œvre d’art à Palerme et en Sicile Occidentale (1348-1460), Rome 1979, p. 124. []
  30. H. Bresc-G. Bresc-Bautier, Lumière et éclairage dans la Sicile médiévale, in H. Bresc, Una stagione in Sicilia, a cura di M. Pacifico, Palermo 2010, vol. II, p. 619. []
  31. G. Bresc-Bautier, Artistes…, 1979, p. 133 (8 ottobre 1399). []
  32. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison…, 2014, vol. III, doc. CCXXX, p. 707 (23 agosto 1417). Sui barbieri chirurghi di Corleone cfr. P. Sardina, Barbers and Surgeons in the medical marketplace of the Fifteenth-century Corleone, in “RiME”, n. 4/2 (giugno 2019), pp. 81-82. []
  33. G. Bresc-Bautier, Artistes…, 1979, pp. 124-125. []
  34. P. Venturelli, Mantova 1340. Il quadruplice matrimonio Gonzaga: vesti, cinture, manufatti per mensa, in “OADI”, anno VII, n. 14 (dicembre 2016). []
  35. G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Les bijoux à Palerme (XIVe-XVe siècle: les échos du luxe personnel dans les inventaires notariés, in Storia, critica e tutela dell’arte nel Novecento. Un’esperienza siciliana a confronto con il dibattito nazionale, a cura di M.C. Di Natale, Bagheria (Palermo) 2007, pp. 224-225. []
  36. ASPa, Sn, Catena, 121, ff. 13r-14r. []
  37. G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Les bijoux…, 2007, p. 225. []
  38. Ivi, p. 226. []
  39. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison…, 2014, vol. I, p. 204. []
  40. Ivi, p. 92. []
  41. P. Lanza di Scalea, Donne e gioielli in Sicilia nel Medio Evo e nel Rinascimento, Palermo-Torino 1892, r. Bologna 1971, pp. 106-107. []
  42. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Les bijoux…, 2007, pp. 220-221. []
  43. G. Bresc-Bautier, Artistes…, 1979, pp. 123-124. []
  44. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Les bijoux…, 2007, p. 228. []
  45. M.C. Di Natale, Aversa (De Aversa) Simone, in Arti decorative…, 2014, vol. I, p. 30. []
  46. La mostra d’arte sacra delle Madonie di Maria Accascina, a cura di M. C. Di Natale- S. Anselmo- M. Vitella, Palermo 2017, pp. 61-118. Sull’argomento cfr. Le arti decorative del Quattrocento in Sicilia, Roma 1981, pp. 45-64; M. C. Di Natale, Oro, argento e corallo tra committenza ecclesiastica e devozione laica, in Splendori di Sicilia. Arti Decorative dal Rinascimento al Barocco, a cura di Eadem, Milano 2001, pp. 22-69. []
  47. G. Bresc-Bautier, Artistes…, 1979, p. 124. []
  48. Ivi, pp. 199-201. Sul corallo cfr. M.C. Di Natale, Il corallo da mito a simbolo nelle espressioni pittoriche e decorative in Sicilia, in L’arte del corallo in Sicilia, catalogo della Mostra (Museo Regionale Pepoli, Trapani, 1 marzo – 1 giugno 1986) a cura di C. Maltese, M.C. Di Natale, Palermo 1986; E. Tartamella, Corallo. Storia e arte dal XV al XIX secolo, Palermo 1986; Fonti per la storia del corallo nel Medioevo mediterraneo, a cura di A. Sparti, Palermo 1986; M.C. Di Natale, Ad laborandum curallum, in I grandi capolavori del corallo – I coralli di Trapani del XVII e XVIII secolo, catalogo della Mostra (Catania, Palazzo Valle, Fondazione Puglisi Cosentino, 3 marzo – 5 maggio 2013) a cura di V.P. Li Vigni, M.C. Di Natale, V. Abbate, Cinisello Balsamo 2013. []
  49. G. Bresc-Bautier-H. Bresc, Les bijoux…, 2007, pp. 227-228. []
  50. G. Bresc-Bautier, Artistes…, 1979, p. 124. []
  51. Ivi, p. 126. []
  52. ASPa, Sn, Catena, 85, f. 79v. Sul monastero cfr. P. Sardina, San Salvatore di Palermo nel medioevo fra città, corona e potere ecclesiastico, in Il monachesimo femminile nel Mezzogiorno peninsulare e insulare (XI-XVI secolo). Fondazioni, ordini, reti e committenza, a cura di G. Colesanti-M.G. Meloni-S. Paone-P. Sardina, Cagliari 2018, pp. 233-288. []
  53. ASPa, N, V st., reg. 34, carte sciolte. []
  54. C. Casagrande, S.Vecchio, Peccato, in Dizionario dell’Occidente medievale, a cura di J. Le Goff-J.C. Schmitt,Torino 2004, pp. 871-879. []
  55. M.G. Muzzarelli, Guardaroba, 1999, pp. 324-328. []
  56. M. Bacci, Investimenti per l’aldilà, Roma-Bari 2003, pp. 39-41. []
  57. C. Casagrande, S.Vecchio, Peccato…, 2004, pp. 880-882. []
  58. J. Le Goff, Aldilà, in Dizionario dell’Occidente…, 2004, p. 14. []
  59. J. Delumeau, Rassicurare e proteggere, Milano 1992, pp. 364-368. []
  60. M. Vovelle, La mort et l’Occident, Mayenne, 2000, p. 90. []
  61. M. Lauwers, Morte/i, in Dizionario dell’Occidente…, 2004, p. 797. []
  62. M. Bacci, Lo spazio dell’anima, Roma-Bari, 2005, pp. 79-86. []
  63. Sull’argomento cfr. La conciencia de los antepasados, a cura di A. Dacosta, J. R. Prieto Lasa, J. R. Díaz de Durana, Madrid 2014. []
  64. M. Lauwers, Morte/i…, 2004, pp. 786-791. []
  65. Ivi, pp. 793-794. []
  66. Ph. Ariès, L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi, Roma-Bari 1985, p. 156. []
  67. Ivi, pp. 222-224. []
  68. M. Vovelle, La mort…, 2000, p. 72. []
  69. Ph. Ariès, L’uomo e la morte…, 1985, p. 219. []
  70. M. Bacci, Investimenti…, 2003, pp. 74-76. Sui male ablata cfr. S. Fodale, Solidarietà pubblica e riscatto dalla cattività in Barberia, in Idem, Casanova e i mulini a vento e altre storie siciliane, Palermo 1986, pp. 23-47. []
  71. M. Bacci, Investimenti…, 2003, pp. 78-79. []
  72. G. Todeschini, I mercanti e il tempio. La società cristiana e il circolo virtuoso della ricchezza fra Medioevo ed età moderna, Bologna 2002, pp. 133-136. []
  73. Ivi, pp. 139-141. []
  74. Ivi, pp. 174-185. []
  75. ASPa, Crs, S. Giovanni di Baida, reg. 3, ff. 13r-21v, ed. in G. Pecorella, Per la storia della contrada e del convento di Baida, in “Archivio Storico Siciliano”, serie III, vol. XVII (1967), pp. 281-285. []
  76. L. Buttà, Il chiostro di Manfredi: ideologia politica e raccomandazione dell’anima nel convento di Santa Maria degli Angeli di Baida, in “Ricerche di Storia dell’Arte”, n. 102 (2010), pp. 85-90. Sull’argomento cfr. E. Caracciolo, La chiesa e il convento di Baida presso Palermo, in “Archivio Storico Siciliano”, vol. II-III (1936-1937), pp. 111-146. []
  77. Ph. Ariès, L’uomo e la morte…, 1985, p. 219. []
  78. F. Piponnier- P. Mane, Se vêtir…, 1995, p. 144. []
  79. P. Lanza di Scalea, Donne e gioielli…, 1971, pp. 121-122. []
  80. S. Salomone-Marino, Le pompe nuziali e il corredo delle donne siciliane ne’ secoli XIV, XV e XVI, in “Archivio Storico Siciliano”, n.s., I (1876), pp. 212-213. []
  81. L. Sciascia, Per una storia di Palermo nel Duecento (e dei toscani in Sicilia): la famiglia di Ruggero Mastrangelo, in Come l’orco della fiaba Studi per Franco Cardini, Firenze, 2010, p. 581-584. []
  82. P. Sardina, Il monastero di Santa Caterina e la città di Palermo (secoli XIV e XV), Palermo 2016, pp. 13-16. []
  83. G. Bresc-Bautier – H. Bresc, Une maison…, 2014, vol. VI, p. 1690, voce parascidis. []
  84. Ivi, p. 1680, voce marascium. []
  85. Ivi, p. 1633, voce canata. []
  86. Il termine deriva dall’arabo qurṭ, invece da aqrāṭ, plurale della stessa parola, ha origine acrati, altra forma per indicare i pendenti (L. Sciascia, Palermo as a Stage for, and a Mirror of, Political Development from the 12th to the 15th Century, in A Companion to Medieval Palermo, a cura di A. Nef, Leiden-Boston 2013, p. 310, nota 25). Molto diffusi erano anche i circelli o auriculari (P. Lanza di Scalea, Donne e gioielli…, 1971, pp. 99-100). []
  87. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Les bijoux…, 2007, p. 225. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison…, 2014, vol. VI, p. 1640, voce chanaca. []
  88. Le ghirlande, indossate da donne e uomini, potevano essere corone di foglie e fronde, ma anche d’oro e gemme (R. Levi Pisetzki, Storia del costume in Italia, Milano 1968, p. 68). []
  89. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison…, 2014, vol. VI, p. 1642, voce chiprensis. []
  90. Durante le cerimonie si vestivano di rosso le regine angioine, i re e gli alti prelati (S. Tramontana, Vestirsi e travestirsi in Sicilia, Palermo 1993, pp. 95-96). []
  91. Sulla cappella di S. Orsola cfr. P. Sardina, Il culto di Sant’Orsola e la nobiltà civica palermitana nel XIV secolo, in Scritti storici dedicati a Orazio Cancila, a cura di A. Giuffrida, F. D’Avenia, D. Palermo, Palermo 2011, vol. I, pp. 1-24. []
  92. ASPa, Crs, S. Domenico, reg. 62, perg. []
  93. Ivi, reg. 338, s.n. []
  94. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison…, 2014, vol. VI, p. 1701, voce sabbuca. []
  95. Draghi rossi e querce azzurre. Elenchi descrittivi di abiti di lusso (Firenze 1343-1345), trascrizione a cura di L. Gérard-Marchant, Firenze 2013, p. 549. []
  96. ASPa, Crs, S. Caterina, reg. 61/46, ff. 1r-10r; reg. 69, ff. 35r-41r ; S. Domenico, reg. 62, ff. 47r-58r; Ivi, reg. 63, ff. 766r-769v. []
  97. R. Levi Pisetzki, Storia del costume…, 1968, pp. 58-59. []
  98. Draghi rossi e querce azzurre…, 2013, pp. 255-256. []
  99. Ivi, p. 401. []
  100. R. Levi Pisetzki, Storia del costume, 1968, p. 97. []
  101. L. Sciascia, Scene e costumi: regalità e moda alla corte di Barcellona, in Le usate leggiadrice. I cortei, le cerimonie, le feste e il costume nel Mediterraneo tra XV e XVI secolo, a cura di G.T. Colesanti, Atti del Convegno (Napoli, 14-16 dicembre 2006), Montella (AV) 2010, p. 34. []
  102. M. Pastoureau, Vedere i colori nel medioevo, in Il medioevo europeo di Jacques Le Goff, Milano 2003, pp. 373-374. []
  103. ASPa, Sn, Gancia, 298N, s.n. []
  104. Ivi, Catena, 85, ff. 95v-97v. []
  105. Ivi, N, st. I, reg. 123, ff. 165v-166r. []
  106. Ivi, reg. 604, ff. 479v-481r. []
  107. G. Bresc-Bautier, Artistes…, 1979, p. 126. []
  108. ASPa, N, I st., reg. 115, f. 34r. []
  109. G. Bresc-Bautier- H. Bresc, Une maison…, 2014, vol. I, p. 201. []
  110. ASPa, N, V st., I num., reg. 46, ff. 66r-68r. []
  111. Ivi, reg. 5, ff. 135v-136r. []
  112. M.A. Russo, Matteo Sclafani: paura della morte e desiderio d’eternità, in “Mediterranea. Ricerche storiche”, n. 6 (aprile 2006), p. 59. []
  113. ASPa, Tabulario della Martorana, perg. 82. []
  114. C. Biondi, Mentalità religiosa e patriziato urbano a Catania secoli XIV- XV, Messina 2001, pp. 83-90. []
  115. ASPa, Sn, Gancia, 298N, s.n. []
  116. Ivi, N, I st., reg. 832, ff. 20v-21r. []
  117. Ivi, Crs, S. Chiara, reg. 104, s.n. Su S. Chiara cfr. P. Sardina, Le Clarisse di Palermo nei secoli XIV e XV, Quei maledetti normanni. Studi offerti a Errico Cuozzo, a cura di in J.-M. Martis, R. Alaggio, Ariano Irpino 2016, vol. II, pp. 1097-1116. []
  118. [1] ASPa, N, V  st., I num., reg. 16, s.n. []