Paolo Torriti

paolo.torriti@unisi.it

Le oreficerie dell’oratorio dei Santi Rocco e Giobbe in Siena

DOI: 10.7431/RIV22062020

L’oratorio dei Santi Rocco e Giobbe è l’edificio di culto di proprietà della Contrada della Lupa, ad essa pervenuto nel 1789, dopo la soppressione della compagnia laicale di San Rocco che ne aveva ideato l’edificazione nel 15111. La costruzione della chiesa si protrasse per diversi decenni e solo nel XVII secolo furono terminati gli stucchi e soprattutto le pitture degli interni, che rendono S.Rocco uno degli oratori più ricchi e preziosi presenti in Siena, una sorta di piccola galleria della pittura senese del Seicento2. Numerosi artisti di questa città contribuirono, infatti, alla decorazione delle pareti della chiesa, da Astolfo Petrazzi a Ilario Casolani, da Domenico Manetti a Bernardino Mei, e poi Raffaello Vanni, Simondio Salimbeni, Deifebo Burbarini, Giovan Battista Giustammiani, sino al più giovane Giuseppe Nicola Nasini. Unita all’oratorio è inoltre l’ampia sala capitolare della Compagnia, detta anche Cappellone di S. Rocco, un magnifico spazio affrescato tra il 1605 e il 1610 da Rutilio Manetti e Crescenzio Gambarelli con alcune Storie di San Rocco3.

Nei secoli successivi proseguì senza soste la valorizzazione e l’arricchimento della chiesa, prima da parte della Compagnia di San Rocco e successivamente grazie all’opera della Contrada della Lupa. L’oratorio fu quindi dotato di ingenti e preziose suppellettili sacre, come testimoniano gli antichi inventari: «… argenti, suppellettili, robbe del sagro altare e per adornamento del medesimo et insomma ad dunque tanto di legnami quanto d’ogni cosa benché minima…»4. La Compagnia, come era uso, si affidava ai confratelli più abbienti e a doni di privati per dare lustro alla propria chiesa, come, ad esempio, è accaduto per il bel calice fiorentino in argento del primo quarto del XVII secolo, donato verosimilmente all’oratorio dall’arcivescovo senese Alessandro Petrucci (cfr. Catalogo, scheda n.2), oppure per uno stesso calice, creato nel 1719-20 dall’argentiere romano Antonio Giordani, e offerto dal sacerdote Salvatore Mellini (cfr. Catalogo, scheda n.5). In seguito anche la Contrada si adoperò per dotare l’oratorio delle suppellettili necessarie al culto, così fu per un elegante ostensorio «Fatto dai Signori della Festa del 1815» (cfr. Catalogo, scheda n.8), per una pisside in argento, donata nel 1828 «… dai benefattori della Contrada della Lupa» (cfr. Catalogo, scheda n.9) e per un servizio per incensazione in argento realizzato dall’argentiere senese Narcisio Stanghellini nel 1843 (cfr. Catalogo, scheda n. 11).

Come è noto, Siena, insieme alle altre città toscane, subì alla fine del Settecento una quasi totale dispersione del suo patrimonio orafo. In pochi anni, infatti, a seguito di alcuni emendamenti, provenienti dal Granducato prima e dai francesi poi, tutti gli enti ecclesiastici senesi furono disgraziatamente depredati dei loro arredi preziosi5.  Si iniziò con la soppressione di tutte le compagnie, ordinata dal Granduca Pietro Leopoldo nel 17856, poi fu la volta del motuproprio di Ferdinando III, che invitava nel 1798 ogni ente ecclesiastico a consegnare alla zecca fiorentina le suppellettili d’oro e d’argento non necessarie al culto. Infine, l’amministrazione francese, nel marzo del 1799, requisì tutti gli ori e gli argenti da ogni luogo di culto per il mantenimento dell’esercito di stanza nella Regione.

Nonostante questa tragica dispersione del patrimonio orafo, il Museo della Contrada della Lupa conserva oggi un interessante e prezioso corpus di opere totalmente inedito.

Catalogo

1.

Servizio per incensazione (Figg. 1a1b)

Orafo toscano

Secolo XVI e XVII

Ottone tornito, traforato, sbalzato e cesellato

Turibolo cm 21×11; navicella cm 18×6

La navicella (Fig. 1b), estremamente semplice, presenta un piede circolare, sottolineato solo da vari cerchi concentrici lisci mentre il corpo, privo di decorazioni, mostra la tipica forma a mezzaluna sottile e slanciata; il coperchio presenta due valve incernierate.

La base del turibolo, a pianta circolare, si restringe in un collo liscio e sottile che si raccorda alla coppa, anch’essa dalla linea semplice; il coperchio è invece decorato da motivi vegetali, traforati. L’impugnatura, con anello centrale, è a campanello con bordo circolare.

Sia la navicella sia il turibolo del presente servizio di incensazione sono oggetti d’uso comune, assai modesti, sia per il materiale sia per la decorazione, simili a tanti altri manufatti sparsi in tutto il territorio toscano; sono due suppellettili inoltre appartenenti a epoche diverse. Per tali motivi la datazione rimane alquanto incerta,  il turibolo pare databile tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, mentre la navicella non dovrebbe andare oltre il XVI secolo.

2.

Calice (Figg. 2a2b)

Argentiere fiorentino

Primo quarto del XVII secolo

Argento tornito, traforato, sbalzato, cesellato e fuso

cm 25×11,5

Marchi: Leone passante rivoltato fuori campo; Aquila bicipite in campo ovale

Il calice presenta piede circolare con orlo decorato da palmette e teste di cherubini inframmezzati da motivi vegetali che salgono sul fusto fino al nodo di raccordo, schiacciato e decorato anch’esso da elementi vegetali. Il nodo centrale è piriforme e ornato da piccole teste di angeli e da tre scudi a mandorla rappresentanti: lo stemma della famiglia Petrucci, quello della Contrada della Lupa, e il terzo, una tenaglia con un dente. Sul sottocoppa si ritrova la stessa decorazione presente sul piede con teste di cherubini, volute ed elementi fogliacei.

I due marchi presenti nel piede del calice (fig.2b) ci permettono di individuare la manifattura e il periodo di esecuzione. Il leone passante rivoltato fuori campo è, infatti, il marchio di garanzia nei primi decenni del Seicento dell’Arte della Seta di Firenze, di cui facevano parte anche gli orafi (Argenti Fiorentini dal XV al XIX secolo. Tipologie e Marchi, a cura di D. Liscia Bemporad, Firenze, 1992, I, p.342), mentre il bollo con l’Aquila bicipite in campo ovale è catalogato all’interno dell’archivio di Costantino Bulgari: registrato con il n.888 e collocato in Toscana nel primo quarto del XVII secolo (www.labor.unisi.it).

Inoltre, per la presenza dello stemma Petrucci (trinciato cuneato d’oro e d’azzurro, al capo dell’Impero), è verosimile che il calice sia stato donato all’oratorio di S. Rocco da qualche personaggio appartenente alla famiglia Petrucci, più precisamente, da Alessandro Petrucci, arcivescovo di Siena dal 1615 al 1628. Risulta invece enigmatico il curioso stemma con le tenaglie e il dente, da riferirsi probabilmente all’arte cerusica.

3.

Calice (Fig. 3)

Manifattura toscana (Siena?)

1647

Rame tornito, traforato, sbalzato, cesellato, fuso e dorato

cm 24×12

sotto il piede: «SEBASTIANUS SOMMAZZIUS VICARIUS SOCIETATIS S.ANSANI DONAVIT 1647»

Il calice presenta un piede circolare impostato su due cornici, quella esterna ornata da motivi fitomorfi e quella interna da foglie lanceolate. Il corpo e il collo del piede mostrano invece un ricca decorazione a testine di cherubini tra motivi fogliacei che si ripete anche nel nodo piriforme e nel sottocoppa.

Il manufatto, di esecuzione raffinata e ben equilibrata, presenta una tipologia assai diffusa in tutto il territorio toscano nella prima metà del Seicento, come dimostra il confronto con tutta una serie di calici conservati nel territorio senese. La forma e la decorazione del nostro calice sono, ad esempio, assai simili ad una stessa suppellettile conservata nel museo della Nobile Contrada dell’Oca, proveniente dall’oratorio di Santa Caterina in Fontebranda, attribuita ad orafo senese (S. Hansen, L’oreficeria, in L’oratorio di Santa Caterina in Fontebranda. Le vicende costruttive, gli affreschi, gli argenti, a cura di M. Butzek-S.Hansen-H.S. Kecks-P.A. Riedl, Poggibonsi (SI), 1990, p.123, fig.43), e ad una pisside dei Conservatori Femminili Riuniti, assegnata anch’essa ad argentiere senese (R. Petti, Argentiere senese, Pisside, in Panis Vivus. Arredi e testimonianze figurative del culto eucaristico dal VI al XIX secolo, a cura di C. Alessi-L. Martini, Siena, 1994, p.134, scheda 48).

La scritta incisa sotto il piede «SEBASTIANUS SOMMAZZIUS VICARIUS SOCIETATIS S.ANSANI DONAVIT 1647» ci informa che in quell’anno Sebastiano Sommazzi, vicario della Compagnia di S. Ansano, donò il calice, verosimilmente, all’oratorio di S. Rocco. La data indicata in tale memoria corrisponde stilisticamente alla struttura della suppellettile in questione, legittimando così la nostra proposta di datare la creazione del calice esattamente nel 1647.

4.

Calice (Fig. 4)

Manifattura toscana (Siena?)

1684

Rame tornito, traforato, sbalzato, cesellato, fuso e dorato

cm 22,5×10,5

sotto il piede:  «FATTO DALLA COMPAGNIA DEL SANTISSIMO ROSARIO 1684»

Il calice ha un piede circolare costituito da una cornice esterna, ornata da un motivo a fusarola, e una interna arricchita da piccole foglie lanceolate. Il fusto è caratterizzato da un nodo centrale piriforme delimitato da cornici a foglie lanceolate, mentre il sottocoppa presenta una serie di cartelle impreziosite da volute e motivi fitomorfi.

Anche del presente calice esistono diversi esemplari simili in tutto il territorio senese, caratterizzati in particolare dal nodo piriforme a fasce contrapposte, che si ripete per tutto il XVII secolo. Per tali confronti si veda, ad esempio, il calice conservato nel Museo della Contrada della Chiocciola, punzonato con la Balzana senese e datato 1673 (G. Cantelli, Arredi sacri, in La chiesa dei Santi Pietro e Paolo ed il Museo della Contrada della Chiocciola, a cura di L. Betti, Siena, 1994, p.148; G. Raspini, Argenti toscani del ‘700 e dell’800, Firenze, 2004, p.167), la pisside del Seminario Arcivescovile, anch’essa con bollo senese (A. Ceccarelli, Argentiere senese? Pisside, in Panis Vivus…, 1994, p.137, scheda 50) e il calice conservato nel museo della Nobile Contrada dell’Oca, attribuito ad orafo senese della seconda metà del XVII secolo (S. Hansen, L’oreficeria, in L’oratorio di Santa Caterina…, 1990, pp.121-123).

Come indica l’incisione sotto il piede, il manufatto fu fatto realizzare nel 1684 dalla Compagnia del Santissimo Rosario, ubicata, in quel tempo, in S. Domenico a Siena (ASS, Patrimonio Resti, nn.1135-1138).

5.

Calice (Fig. 5a5b)

Antonio Giordani (Roma, 1686 – 1742)

1719-‘20

Argento tornito, traforato, sbalzato, cesellato e fuso

cm 27,5×14,5

Marchi: Melagrana (Bulgari n.571); camerale (Bulgari n.72a)

Sotto il piede: «SALVATOR MELLINI PRESBITER DEIPARAE VIRGINI QUAE COLITUR IN SACELLO VILLAE SUAE PERSONATINAE D.D.D.A. IUBIL 1725»

L’elegante calice presenta un piede mistilineo, con orlo piatto e liscio, decorato da cherubini, volute e motivi fitomorfi e floreali. Il nodo centrale, piriforme, alterna teste di cherubini, volute e infiorescenze d’acanto; nel sottocoppa si ripete il tema dei cherubini inseriti in volute intervallate da motivi vegetali.

Sull’orlo del piede sono battuti due marchi (fig.5b): il primo è il camerale inventariato da Costantino Bulgari con il n.72° ed è il bollo utilizzato da Angelo Cervosi, “bollatore dei bollatori” tra il 1710 e il 1720 (A. Bulgari Calissoni, Maestri argentieri gemmari e orafi di Roma, Roma, 1987, p.31 e p.142). Angelo Cervosi, argentiere romano, fu patentato maestro nel 1690 e nel 1695 la sua bottega è indicata all’insegna della Cerva, muore il 30 luglio 1720. A proposito di questo marchio, Anna Bulgari Calissoni ci informa che “Il bollo n.72a […], deve essere stato usato da Angelo Cervosi nell’ultimo periodo della sua carica: infatti è stato rilevato su un reliquiario con il merco del maestro Marcantonio Landi e con il bollo-data 1719”.

Il secondo bollo presente nel calice è una Melagrana, n.571 dell’archivio Bulgari, appartente al maestro argentiere Antonio Giordani (Roma 1686-1742), il quale nel 1686 rilevò la bottega “all’insegna del Granato”, dal padre Giovanni, anche lui maestro argentiere, e il 28 luglio 1696 presentò al notaio per la registrazione il proprio marchio raffigurante appunto una melagrana (A. Bulgari Calissoni, Maestri argentieri…, 1987, p.233).

Per quanto esposto, la scritta posta sotto il piede che attesta la proprietà del calice al sacerdote della villa di Personatina (Sovicille –SI) Salvatore Mellini, deve essere stata incisa necessariamente almeno cinque o sei anni dopo la realizzazione del manufatto.

6.

Calice (Figg. 6a6b)

Argentiere fiorentino (?)

Primo quarto del XVIII secolo

Argento tornito, sbalzato, cesellato e fuso

cm 24×13,5

Il calice presenta un piede, circolare e bombato, il cui bordo esterno è completamente liscio mentre la fascia più interna è decorata con teste di cherubini entro volute, piccoli gigli e i simboli della Passione: la lancia e la spugna, il martello e la tanaglia, i flagelli.

Il nodo, sagomato, mostra testine aggettanti di angioletti alati, inframmezzati da cartigli al cui interno sono raffigurati altri simboli della Passione: i dadi, la corona di spine e il contenitore dell’aceto. Il sottocoppa, finemente lavorato, ripropone la stessa decorazione con testine di cherubini accompagnate da cartelle e ancora i simboli della Passione: il sacco dei trenta denari, i chiodi, la tunica.

Nel bordo esterno del piede sono presenti tre marchi assai rovinati e quindi di difficile interpretazione, anche se il primo potrebbe essere riconosciuto nel leone passante, marchio di Firenze (fig.6b).

La datazione del calice al primo quarto del XVIII secolo è avvalorata dalla morfologia e dalla decorazione del manufatto che, se pur ripetuta modularmente, è assai elegante e ben equilibrata, con l’ampio orlo del piede rispetto al corpo interno che va restringendosi, con le consuete testine angeliche sbalzate e a fusione e con le usuali cartelle, tipiche di questi decenni.

7.

Vassoio per ampolle (Figg. 7a7b)

Alessandro Doria (Roma, 1736 – 1767)

1746-‘48

Argento sagomato, battuto a martello, sbalzato e cesellato

cm 22,5 x 17,7

Marchi: giglio (appartenuto ad Alessandro Doria); camerale (Bulgari n.116, 1746-’48)

Piccolo e semplice vassoio per ampolle, il cui fondo è raccordato all’orlo sagomato da una serie di nervature insistenti sulla sponda mistilinea.

Sul fondo interno sono presenti due marchi che attestano la paternità e la datazione del manufatto (fig.7b): il primo è il camerale contrassegnato con il n. 116 da Costantino Bulgari (1958, p.23) ed utilizzato dagli orafi romani dal 1746 al 1748, mentre il secondo è un giglio appartenente all’argentiere Alessandro Doria. Patentato maestro a Roma nel 1736, Doria teneva bottega all’insegna del Fiore fino al 1767, anno della sua morte (A. Bulgari Calissoni, Maestri argentieri…, 1987, p.189).

8.

Reliquiario a ostensorio (Fig. 8)

Orafo senese (?)

1815

Lamina di rame sbalzato, cesellato e argentato su anima di legno; legno intagliato, dorato e dipinto

Cm 54×18,5

Sul retro: «FATTO DAI SIGNORI DELLA FESTA DELL’ANNO 1815»

Il reliquiario, “alla romana”, posa su un basamento in legno dorato, decorato con motivi vegetali e con due ampie volute laterali che incorniciano lo stemma dipinto della Contrada della Lupa. Il fusto inizia in basso con una base trapezoidale includente, al centro, una cartella mistilinea, e continua con volute contrapposte e motivi floreali fino al ricettacolo. Questo propone un caratteristico profilo estremamente frastagliato, determinato da una complessa successione di volute ed elementi fogliacei, con al centro la teca a cartella curvilinea. Il reliquiario termina, come di consueto, con la crocetta apicale. Sul retro della base lignea è dipinta la scritta: «FATTO DAI SIGNORI DELLA FESTA DELL’ANNO 1815».

L’arredo, che ripropone uno schema strutturale tradizionale per questo tipo di oggetti, seppur fatto realizzare nel 1815, ripete una tipologia tipica della produzione toscana degli ultimi decenni del Settecento, caratterizzata dalla persistenza di volute a “C” contrapposte ed elementi floreali.

9.

Pisside (Figg. 9a9b)

Argentiere toscano (Siena?)

1828

Argento tornito, sbalzato, cesellato e fuso

cm 16,5×8

Marchi: dado araldico con un giglio nel centro

Sotto il piede: «FATTA DAI BENEFATTORI DELLA CONTRADA DELLA LUPA 1828»

La Pisside ha un piede circolare gradinato, ornato da semplici filettature, ed un nodo piriforme che unisce il piede ad un sottocoppa baccellato. La coppa, liscia e rigonfia, è dotata di un coperchio bombato e decorato da baccellature, sormontato da una piccola croce apicale. Sotto il piede è inciso: «FATTA DAI BENEFATTORI DELLA CONTRADA DELLA LUPA 1828». Accanto è presente anche la “ciappolatura” o “presa d’assaggio”, cioè quei piccoli segni a zig zag lasciati dal bulino del “saggiatore” (funzionario della zecca) per prelevare una parte di metallo dal manufatto e, tramite il “saggio a coppella”, verificare la bontà dell’argento.

Sull’orlo del piede troviamo così il marchio di garanzia della zecca lorenese per i lavori minuti (fig.9b): un dado araldico con un giglio al centro, in vigore dal 1824 al 1832. Fu infatti nel 1824 che Ferdinando III d’Asburgo-Lorena, Granduca di Toscana, con motuproprio del 20 maggio, dotò gli uffici della zecca toscana (Firenze, Siena e Pisa) di nuovi marchi per l’oro e l’argento (P. Torriti, Argenti senesi. Dal 1781 all’unità d’Italia, Firenze, 2018, p.37).

La dedica dei contradaioli incisa sotto il piede, con la data “1828”, corrisponde quindi alla creazione del manufatto.

10.

Reliquiario ad ostensorio (Fig. 10)

Argentiere toscano

Terzo-quarto decennio del XIX secolo

Argento tornito, sbalzato, cesellato e fuso

cm 49×22

Il manufatto in questione, contenente la reliquia di San Rocco, presenta un piede circolare bombato con bordo esterno completamente liscio e un gradino decorato da una corolla di foglie lanceolate; sul collo del piede è una baccellatura incisa. Il nodo ovale è diviso da piccole sfere in argento: la parte inferiore è ornata da foglie lanceolate mentre, nella sezione superiore si ripetono le linee verticali del piede. Sopra si innalza il fusto che regge la teca circondata da un giro di sfere e da una raggiera su cui si alternano spighe e tralci d’uva adagiati su un motivo a nuvole. La parte del fusto è mancante del balaustro tra nodo e teca.

Il reliquiario presenta una struttura formale e decorativa uniforme, proveniente in gran parte dalla tradizione classica e tipica del terzo e quarto decennio dell’Ottocento.

11.

Servizio per incensazione (Figg. 11a11b)

Narciso Stanghellini (documentato a Siena dal 1831 al 1867)

1843

Argento tornito, traforato, sbalzato e cesellato

Turibolo cm 30×13,7; navicella cm 15,9×19,5

Sul bordo del piede del turibolo: Fatto dai benefattori della contrada della Lupa L A 1843

Sul bordo del piede della navicella: Fatto L A 1843

Il turibolo si sviluppa da un piede circolare decorato da una corolla di foglie ovate mentre sul corpo sono presenti baccellature e motivi floreali. Il coperchio, curvilineo, è ornato anch’esso da baccellature e trafori all’interno dei quali sono posti tre ovali raffiguranti: lo stemma della Contrada della Lupa, la Madonna con il Bambino e San Rocco (patrono della Contrada). L’impugnatura, collegata da catene, ha forma bombata decorata con palmette, baccellature ed anello centrale.  Sul bordo del piede è presente l’iscrizione: Fatto dai benefattori della contrada della Lupa L A 1843.

La navicella presenta base circolare impostata su un gradino e ornata da una corolla di foglie ovate alternate a motivi vegetali più piccoli. Sul gradino è inciso: Fatto L A 1843. Il collo del piede, liscio, conduce ad un nodo baccellato mentre il corpo del manufatto è arricchito da una decorazione a baccellature sormontate da un bordo liscio. Il coperchio è costituito da una parte fissa, con pomello apicale a forma di pigna e da due valve mobili con cartella centrale raffigurante lo stemma della Contrada e il monogramma di Maria.

Dal verbale dell’adunanza della Contrada della Lupa, redatto dal cancelliere Giuseppe Faiticher il 29 maggio 1842, apprendiamo che: “Si deliberò si doveva farsi un nuovo Turribule di argento o placché per servizio di nostra Chiesa, che ne era affatto mancante, fu decretato con voti favorevoli in n.37 e contrari n.3, di farlo di sfoglia di argento [...]“. Così, infatti, il 2 gennaio 1844, fu pagato il saldo “del nuovo turribule d’argento al Sig. Narciso Stanghellini, lire 151.13.4” (Archivio della Contrada della Lupa, Deliberazioni, F – I n.2, cc.252-253 e cc. 258-259).

La data 1843, incisa sul bordo del piede del presente turibolo, conferma che l’oggetto in questione è certamente quello citato nei documenti delle adunanze della Contrada e realizzato dall’orafo senese Narciso Stanghellini. Per quanto riguarda la navicella, benché non sia citata nei documenti indicati e si discosti in parte nei motivi decorativi della precedente suppellettile, la medesima data, incisa in maniera del tutto simile e nella stessa posizione del turibolo, porterebbe ad ipotizzare un analogo intervento dello stesso argentiere anche per quest’ultimo manufatto.

Narciso Stanghellini, “argentiere”, “cisellatore”, “incisore”, dovette essere un personaggio assai noto nel contesto storico-culturale della Siena di metà Ottocento. Amico di Pietro Giusti (affermato intagliatore e insegnante di Ornato all’Istituto d’Arte), Narciso condivideva lo studio, situato nel convento di S.Domenico, con lo stesso Giusti e altri personaggi senesi quali Pasquale Leoncini (altro intagliatore) e lo scultore Tito Sarrocchi. Insieme a questi artisti, Stanghellini frequentò l’Istituto d’Arte: nell’anno accademico 1850-‘51 risulta, infatti, immatricolato al corso di «Nudo e gessi» e nel 1851-’52 al corso di Architettura, rimanendo senza dubbio connesso alle tendenze artistiche associate all’Istituto senese e ai suoi direttori, Francesco Nenci prima e dal 1851 Luigi Mussini (ASS, Ist. D’Arte, Affari generali, 5, 1850-1853, ins. N.46). In quegli anni, all’interno dell’Istituto d’Arte si andava rivalutando il patrimonio artistico locale, anche attraverso il recupero dell’ornato rinascimentale toscano. Negli argenti di Stanghellini, come nelle opere in legno di Pietro Giusti, compaiono così molti riferimenti al repertorio decorativo del XV e del XVI secolo, basti osservare uno dei suoi lavori  più importanti e cioè la cornice in argento per la tavola con la Madonna del Voto nel Duomo di Siena, firmata e datata 1844 (P. Torriti, Argenti senesi…, 2018, pp.114-115). Altre opere dell’argentiere senese sono sparse tra musei e chiese di Siena, come, ad esempio, le due ampolline con il marchio N.S in campo ottagonale e la data 1859 del museo della Contrada della Torre, l’ostensorio con lo stesso bollo commissionato a Stanghellini nel 1838 e documentato da vari pagamenti fino al saldo definitivo del 1840 esposto nel museo della Contrada del Drago, ed il calice neogotico conservato nella chiesa di S.Cristoforo, siglato «N.S.F. 1862» (P. Torriti, Argenti senesi…, 2018, pp.120-121, p.155, p.162).

12.

Calice (Fig. 12)

Argentiere dell’Italia centrale

Seconda metà del XIX secolo

Argento tornito, sbalzato, cesellato e fuso

cm 12×24,3

Il calice, con piede bombato e circolare, presenta un orlo impreziosito da motivi a palmette ed una fascia decorativa su cui sono raffigurati i simboli della passione. Racchiusi all’interno di 3 volute fitomorfe, si trovano, infatti, i chiodi, il martello, la tanaglia, il gallo, la Croce e la scala.

Il nodo, piriforme, è decorato con motivi floreali entro volute, mentre nel sottocoppa sono riportate le effigi del Velo della Veronica, la lancia, la spugna e i flagelli.

Il calice risponde ad una tipologia tipica dell’Italia centrale nella seconda metà del XIX secolo. La datazione trova inoltre rispondenza nelle reminiscenze ornamentali cinque-seicentesche evidenti in tutto l’apparato decorativo, che si estende dal piede al sottocoppa.

13.

Palmatoria (Figg. 13a13b)

Argentiere fiorentino

1832-1872

Argento tornito, sagomato, battuto a martello, sbalzato, cesellato e inciso

cm 6×28,5

Sull’impugnatura  della palmatoria: C.G.R.

Marchi: leone sedente distinto con lettera F, in campo ovale

La palmatoria mostra una lunga impugnatura decorata alle estremità da un motivo a palmette e da eleganti volute che racchiudono le iniziali «C.G.R.». Lo stesso motivo fitomorfo funge da raccordo con la tesa semplice e sottile, sottolineata da una cornice piana. La base del fusto è impreziosita da un giro di fogliette lanceolate mentre il bocciolo e il piattello si presentano lisci.

Sul fronte dell’impugnatura è battuto un unico bollo (fig.13b): si tratta del leone sedente con sotto la lettera “F”, in campo ovale, marchio disposto dal Granduca di Toscana Leopoldo II con motu proprio del 26 luglio 1832 e che resterà in vigore fino al 1872. Il documento mantenne le dogane di Firenze, Pisa e Siena, presso le quali era presente un saggiatore incaricato di riconoscere e certificare, con l’apposizione del marchio, la bontà dei lavori in argento. Il bollo, raffigurava un leone sedente contraddistinto dalle iniziali dei rispettivi dipartimenti: “F” per Firenze, “P” per Pisa , “S” per Siena, e doveva essere impresso, a richiesta, per l’unico titolo di «once nove e denari dodici d’argento fino per libbra». Tutti gli altri argenti, di titolo superiore o inferiore, non potevano essere punzonati ma ne era permesso il libero commercio (P. Torriti, Argenti senesi…, 2018, p.37).

  1. La data 1511 non è certa ma da una scrittura concistoriale si rileva che il 20 luglio 1512  l’oratorio era già stato edificato (A. Bartalucci, Contrada della Lupa: l’arte nell’oratorio e nella sede. Inventario, Siena 1985, p.7). []
  2. Per la storia dell’Oratorio di S. Rocco vedi: A. Liberati, Oratorio di S. Rocco in Siena, Siena 1932; A. Bartalucci, Contrada della Lupa: l’arte nell’oratorio e nella sede. Inventario, Siena 1985. P. Torriti, Tutta Siena. Contrada per Contrada, Firenze 2004, pp.394-398. L’officina dei colori. La decorazione dell’oratorio dei Santi Rocco e Giobbe in Vallerozzi, a cura di E. Bruttini – D. Ciampoli – L. Petrangeli – D. Presentini, Siena 2012. []
  3. A. Bagnoli, C. Pepi, Il Cappellone di San Rocco. I dipinti murali di Rutilio Manetti e Crescenzio Gambarelli in Vallerozzi, Siena 2006. []
  4. G. Borghini, Introduzione, in E. Bruttini-D. Ciampoli-L. Petrangeli-D. Presentini, L’officina dei colori…, 2012, p.10. []
  5. Cfr. P. Torriti, Argenti senesi. Dal 1781 all’unità d’Italia, Firenze 2018, p.27. []
  6. P. Torriti, Argenti senesi…, 2018, p. 23. []