Conferenza di Maria Piera Sette
Prof. Ordinario di Restauro dell'Università degli Studi
La Sapienza, Roma 


L'intervento tratta l'evoluzione del concetto di restauro, con considerazioni specifiche riferibili alle varie epoche, supportate da commenti e da numerose immagini.
Quello del restauro è certamente un concetto variegato che si inserisce nelle condizioni culturali del periodo, così come abilmente sottolineato da Cagiano
de Azevedo: "il restauro è lo specchio del gusto e dell'attitudine critica di ogni epoca". In tal senso, il binomio presente-passato è sempre carico di significati, articolandosi in modo differenziato rispetto ai vari periodi storici di riferimento, e specificatamente: sino al XVIII secolo gli interventi sulle preesistenze non vengono considerati vere e proprie operazioni di restauro, quanto, piuttosto, procedure atte a riparare, rimettere in efficienza e modificare i manufatti al fine di adeguarli alle esigenze della contemporaneità. E'azione diffusa, oltre che prassi consolidata, intervenire in continuità con i tempi trascorsi, cioè senza distinguere il presente dal passato. Soltanto in un secondo momento questo legame si spezza e le età antecedenti vengono considerate eventi conclusi; il restauro si propone di preservare le 'testimonianze' del passato, alle quali sia riconosciuto un valore, peraltro irripetibile, in vista della loro conservazione e trasmissione al futuro. Emerge, quindi, una nuova coscienza storica: si guarda al passato con distacco critico e gli si riconosce un valore storico permanente. Proprio da questa nuova consapevolezza nasce il restauro 'modernamente inteso', le cui origini sono rintracciabili, più che altrove, in Francia, sulla scorta delle idee nate dalla Rivoluzione, rafforzate, peraltro, dalle contestuali elaborazioni della critica artistica e specialmente della letteratura; l'evento cruciale è certamente il cosidetto 'ritorno al gotico': fenomeno complesso che si accentua soprattutto al principio del XIX secolo e che, insieme al culto delle rovine, riceve molti consensi.
Ma la vera matrice di questo cambiamento è rappresentata dal noto
chirografo con il quale, nel 1825, papa Leone XII chiude le polemiche sulla ricostruzione della basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma e fissa i criteri che dovevano essere seguiti: "niuna innovazione dovrà introdursi nelle forme e proporzioni architettoniche e niuna negli ornamenti del risorgente edificio, se ciò non sia per escludere alcuna cosa che in un tempo posteriore alla sua prima fondazione poté introdurvisi per il capriccio dell'età seguente". Tale documento pontificio rappresenta il traguardo di un acceso dibattito che ha coinvolto gruppi diversi: eruditi, antiquari e uomini di chiesa, da una parte, ed architetti, dall'altra; prevale il partito dei 'conservatori', tra le cui fila spicca la figura dell'abate Carlo Fea, archeologo e giurista, il più tenace sostenitore della posizione codificata dal pontefice. Per rimediare ai danni causati dall'incendio del 1823 e per "ripristinare la sacrosanta Basilica" si sarebbe dovuto, secondo l'abate, procedere alla sostituzione integrale delle parti deteriorate: ad esempio, le ventiquattro colonne di marmo frigio che definivano, prima dell'incendio, la navata centrale, potevano essere convenientemente sostituite da altre colonne in "marmo venato di Carrara, che vi si accosta, con mediocre spesa, con sollecitudine, e in tre pezzi ciascuna", osteggiando coloro che, di contro, proponevano di realizzarle mediante un'anima di travertino da impiallacciarsi con gli avanzi delle colonne di marmo grigio. "Sarebbe" - commenta Fea - "una vera arlechinata, disgustosa all'occhio". Questi stessi principi sono presenti anche nell'editto Pacca del 1820 ed, ancor prima, nel chirografo di Pio VII del 1807: documenti papali, le cui tendenze ed indicazioni influenzano anche gli interventi eseguiti da Stern e Valadier al Colosseo nei primi anni dell'Ottocento, suggellando, in tal modo, il contributo del mondo romano il quale, dovendosi, necessariamente, confrontare con manufatti archeologici, ha dato luogo ad operazioni che non potevano non essere conservative.
Anche se non possono essere trascurate tali premesse, il reale punto di partenza verso i temi della conservazione  è certamente costituito da un efficace intervento dello Stato francese volto a definire le modalità di tutela ed assumere provvedimenti per la definizione della figura di un Ispettore Generale dei Monumenti Storici, avente il compito di coordinare e incentivare le iniziative di un vero e proprio servizio specializzato. L'istituzione del nuovo ufficio è approvata nel 1830 e l'incarico viene affidato prima a Ludovic
Vitet e, in un secondo tempo, a Prosper Mérimée, figure emblematiche che hanno ricoperto un ruolo essenziale nel processo di definizione delle tematiche del restauro. Secondo Vitet "il primo metodo di un buon restauro è passare inosservato": occorre "dimenticare il tempo nel quale si vive per farsi contemporanei di tutto ciò che si restaura (…) al fine di ripristinare un edificio (…) non mediante ipotesi, (...) ma per severa induzione"; un'indicazione che fa riferimento alle 'regole dello stile' e legittima interventi di 'reintegrazione' praticati in forma mimetica anche attraverso  il 'criterio analogico' suggerito da Mérimée il quale afferma che: "quando le tracce dello stato antico sono perdute la cosa più saggia è copiare i motivi analoghi in un edificio della stessa epoca nella stessa provincia".

09/03/2006 - ore 10.00
Dipartimento Storia e Progetto nell'Architettura
L.I.R.B.A. "Salvatore Boscarino"

Maria Piera Sette