Sebbene, in nuce, gli orientamenti del restauro stilistico siano già definiti, essi verranno codificati più tardi, grazie al fondamentale apporto di Viollet Le Duc  e di molti altri protagonisti - letterati, archeologi, artisti - tra i quali Quatremère de Quincy che lavora a sostegno della conservazione delle opere d'arte in situ e nella voce Restaurare del  suo Dizionario storico di architettura, sostiene sia legittimo rifare ciò che, in ambito architettonico, risulta composto di elementi e parti simili. Ed ancora, Léon de Malleville che, riguardo al concetto di autenticità, segue il pensiero di Quatremère de Quincy, stigmatizzando l'antirestauro: "sostituire una pietra, sigillare un giunto, rafforzare un arco, riprodurre una decorazione mutilata, non è profanare un monumento, è farlo rivivere". Infine, per Viollet Le Duc, che raccoglie la loro eredità culturale, "restaurare un edificio non è conservarlo, ripararlo o rifarlo, ma riportarlo in uno stato di completezza che può non essere mai esistito in un determinato momento". E' da notare che nonostante la perentorietà degli assunti di partenza, nei suoi interventi, non sempre è riscontrabile un'incontrovertibile unità di metodo: si passa dai primi restauri, ove prevalgono indirizzi più conservativi, ai lavori successivi, caratterizzati da aspetti più creativi, quasi fantasiosi. Peraltro, per definire natura e compiti di questa disciplina, Viollet Le Duc procede formulando alcuni quesiti ai quali cerca di rispondere attraverso adeguate esemplificazioni (modalità seguita anche da Boito che divulgherà il suo pensiero attraverso i famosi Dialoghi e questioncelle): per esempio, in virtù della considerazione che, spesso, in uno stesso monumento esistono parti primitive e parti modificate, si chiede se sia lecito ristabilire l'unità, concludendo che sarebbe auspicabile agire in ragione delle circostanze particolari, giacché "i principi assoluti possono portare all'assurdo". Concetto chiave, codesto, ripreso anche da Camillo Boito quando sottolinea la necessità di "grande misura e avvedutezza nell'applicare le ottime dottrine generali ai casi pratici".
Il proposito di restituire al monumento l''unità stilistica' orienta il restauro in Francia e suscita grande eco negli altri Paesi europei - Italia, Spagna, paesi di lingua tedesca e Regno Unito - dove si sviluppa mentre
Ruskin predica un rispetto reverente, quasi religioso, contemplativo del monumento, sino al punto di non ammettere interventi restaurativi; per esempio, nel castello di Cardiff (una fabbrica del XIII secolo di cui rimanevano soltanto le rovine) si interviene con ampie ricostruzioni e inserzioni di nuove e fantasiose parti gotiche.
In relazione a tali elaborazioni, il
tema del completamento fornisce l'occasione per dibattere e puntualizzare i criteri guida della ricostruzione in stile; ne sono prova i tanti interventi condotti in Italia, ove si è operato replicando ordini e preesistenze: ad esempio, nella chiesa di S. Croce a Firenze, Nicolò Matas riprende forme e stilemi gotici che replicherà anche nel progetto della facciata di Santa Maria del Fiore per la quale era necessario stabilire lo stile più conveniente; quello di Arnolfo o quello di Brunelleschi? Emilio De Fabris, colui che realizzerà il completamento fiorentino, opta per i modi arnolfiani, confortato anche dai pareri inviati da Viollet le Duc che, consigliando di adattarsi di più alle 'idee originali di Arnolfo', preferisce una soluzione 'medioevale'. Viceversa, per San Petronio a Bologna, l'architetto francese si dichiara contrario a riproporre la soluzione cuspidale a cinque timpani, poiché gli stessi "non sono altro che una decorazione" e non sono da imitare poiché "non soddisfano né ragioni né gusto"; in definitiva, si opera nel tentativo di ristabilire la purezza stilistica e rivalutare la 'medievalità' delle fabbriche.
Nondimeno, negli ultimi decenni del XIX secolo il restauro può contare su un vastissimo e differenziato campionario di idee e riflessioni: il monumento non viene considerato come modello da imitare, ma come documento portatore di un 'valore storico', "
espressione insostituibile di esperienza e di civiltà"; proposizione che, operativamente, si traduce nel rispetto e nella conservazione di tutte le stratificazioni, senza preferenza alcuna (concetti codificati anche da John Stevenson nell'ambito della S.p.a.b.). In questa nuova prospettiva, il restauro si qualifica attraverso azioni nettamente distinte dall'originale, sia da un punto di vista concettuale, sia da un punto di vista pratico; il suo fine precipuo non è più quello di restituire il monumento al suo stato originario, né di garantire l'unità stilistica: il restauro deve rispettare, indistintamente, tutto il passato.
A questo punto, è chiaro che l'apparato conoscitivo deve guidare l'azione restaurativa, ma anche questo concetto è stato già anticipato da Viollet le Duc, per il quale la conoscenza costituisce la premessa dalla quale scaturisce il giudizio di valore che diventa il fulcro del dibattito sul restauro.
Da questo momento emerge una bipolarità dichiarata che guarda la preesistenza in quanto 'opera d'arte' ed in quanto 'documento di storia'; concetto ripreso, poi, da
Brandi, con le due istanze: 'estetica' e 'storica'. In virtù di tali considerazioni, l'azione di restauro risulta collocata tra due lontani estremi: da una parte, il mantenimento dello status quo e, dall'altra, la conservazione di una condizione originaria di maggior pregio figurativo.
La cultura europea di fine secolo tende a far prevalere il valore storico-documentario su quello estetico, con conseguente accentuazione degli aspetti conservativi e contestuale attenuazione di quelli innovativi (temi trattati anche dal dibattito odierno). Del resto, il riconoscimento del valore delle stratificazioni storiche, che sono il risultato di un lungo processo formativo, costituisce la tesi illustrata da Giuseppe
Poggi al II congresso degli ingegneri ed architetti italiani tenutosi a Firenze nel 1876, il quale, ponendo il quesito se sia più o meno giusto, ed in quali termini, intervenire in maniera che il restauro agisca in accordo con l'epoca alla quale appartiene, riconosce validità anche alle parti posteriormente eseguite, quindi ammette di poterle e doverle conservare.

09/03/2006 - ore 10.00
Dipartimento Storia e Progetto nell'Architettura
L.I.R.B.A. "Salvatore Boscarino"